Daniela Pericone, da “Distratte le mani”


Arrivo da uno sproposito
da crude frasi e voci
che tempo distingue e imploro
d’amore animale – adagio
di natura senza cifrari.
Perpetuo esercizio
di filatura a inseguire
la forma d’uovo più prossima,
o meno ostile, al pensiero
che la genera.
Mi inclino da un lato
a cogliere per minimi fulgori
come si traluce come
si vorrebbe. Arrivo da un quando
ch’è subito tardi – slabbro
dell’ora che tutto posa
in contorno.

*

Lo vedi il bagliore di lama
al fondo degli occhi
è la bestia acquattata
nel pozzo
l’amante dello zero,
pronta al balzo
ha un solo grido
uccidi uccide uccido,
lo copre la muta dei cani
la mutria eccitata
all’incerto della preda.

*

Eccola la torcia
che si dà fuoco
da sé a sé sola
s’abbruna
autocombusta
si ama e si divora
lecca lo sbavo
di fiamma in cruore
che non cola
e ancora ancora
s’alluma da sé sola
non considera
la cenere che l’incava
slarga la vampa
che la stura
in abbranco di sole
si disverna
disfama e si trasfuria.

da: “Distratte le mani”, Coup d’idée, 2017
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Mariano Bàino, “Prova d’inchiostro e altri sonetti”

Mariano Bàino

 

senza titolo


per la mia mente è davvero incredibile
che tutto venga dopo quel falotico
mondo del mercato. ma non starò

qui nel momento a smidollare gli alibi
di chi voleva raddrizzare i torti
– alibi nostri, certo, che nell’urto

dell’accaduto – quasi la pezzuola
sulla piaga di uno morto male –
hanno scolato subito. ma pare
che nel silenzio ancora il ringhio sale

della cagna-poesia. al capitale
– qualcuno ha detto – può restare in gola
l’osso senza carne della parola
(avesse l’osso forma di pistola). Continua a leggere

Costanza Lindi, “Accordatura della stasi”

Costanza Lindi

Senza sporgenze la tavola,
seduta muta
strofino il palmo della mano
soffio tra le convessità.

Il legno freddo della matrice
composto sotto di me, appoggiata appena
sul palmo.
Ne acceco i nodi
per imporre linee incise
verso la stampa impressa e compressa,
statica.

La punta taglia il groviglio.
Qualsiasi cosa per sciogliere
e sorvolare.

L’incisore depenna il groppo
mentre soffia via le barbe
per scavalcare ed iniziare,
dunque. Continua a leggere

Giovanna Cristina Vivinetto

Giovanna Cristina Vivinetto

di Daniele Campanari

Giovanna Cristina Vivinetto ha soltanto ventitré anni. Ma a leggere le sue poesie – a leggerle da dentro – pare che a parlare sia una veterana della parola, non una ragazzina che ha fatto del corpo il cambiamento di una vita (non lascia intendere che si tratti di transessualità; transessuale è una parola terribile seppure spesso nominata). È del corpo che parla, appunto, parla il corpo così forte da tracciare una strada chiara, la stessa della sua autrice. ​
Dolore minimo è la raccolta di poesie fin qui inedite (ma ad aprile Interlinea si occuperà della pubblicazione) della giovanissima siracusana che ha fatto di Roma la sua seconda casa, della storica bellezza della Capitale un’ispirazione per i suoi versi. I versi di Giovanna non ammettono errori di interpretazione, sono la conseguenza di un pugno allo stomaco: lo stomaco si restringe, si ritira all’indietro per la sofferenza del colpo, si anima per distanziarsi dal corpo che non è giusto. Se ne è accorta Giovanna, se ne sono accorti i produttori di poesia, e presto se ne accorgeranno i lettori. Quest’ultimi comprenderanno il Dolore minimo ma anche il massimo, il massimo dolore di una ventitreenne rara che ha svuotato il cassetto della scrittura sostituendo l’interno con la pelle mai appartenuta. Con la nuova epidermide, invece, scrive versi potenti che sono una ferita che si apre in verticale, esattamente dal punto dello stomaco. Continua a leggere