La ricerca multiforme di Elio Pagliarani

Elio Pagliarani

da Tutte le poesie (1946-2005), a cura di A. Cortellessa, Garzanti, 2006

Che ci portiamo addosso il nostro peso
lo so, che schermaglia d’amore è adattamento,
guizzo, resistenza necessaria perché baci
la nostra storia i nostri uomo-donna
non solo all’ombra dei parchi
lo imparo ora, forse.
Oh, ma scompagina come il vento
freddo di viale Piave i giorni scorsi, e spaura,
quanto di me non solo porto
sulle spalle, ma mi tocca travasare
adattare al tuo flusso flessibile
e scontroso.
Io che speravo
necessario e sufficiente solo il fiore
che affiora, tocco con le carezze oltre che il tuo
fusto flessibile lo specchio la certezza
di come sia insufficiente il mio amore
per la tua capacità di comprenderlo,
per la tua capacità di comprenderlo
come sia immane il mio bisogno d’amore. Continua a leggere

Yves Bonnefoy, l’avvenire della poesia

Yves Bonnefoy

da Quel che fu senza luce (1987, trad. Einaudi 2001)

Sauf, c’est vrai, que le monde n’a d’images
Que semblables aux fleurs qui trouent la neige
En mars, puis se répandent, toutes parées,
Dans notre rêverie d’un jour de fête,

Et qu’on se penche là, pour emporter
Des brassées de leur joie dans notre vie,
Bientôt les voici mortes, non tant dans l’ombre
De leur coleur fanée que dans nos cœurs.

Ardue est la beauté, presque une énigme,
et toujours à recommencer l’apprentissage
De son vrai sens au flanc du pré en fleurs
Que couvrent par endroits des plaques de neige.

*

Se non che, è vero, il mondo ha solo immagini
simili a fiori che bucano la neve
di marzo, e poi si schiudono, rigogliosi,
nel nostro sognare un giorno di festa.

E non appena ci chiniamo là, a raccogliere
bracciate della loro gioia nella nostra vita,
eccoli subito morire, non tanto nell’ombra
del loro colore appassito ma nei nostri cuori.

Ardua è la bellezza, quasi un enigma,
e sempre da ricominciare è l’apprendistato
del suo vero senso sul pendio sul prato in fiore
coperto qui e là da chiazze di neve. Continua a leggere

Stefan George, da “L’anno dell’anima”

Stefan George

 

Wir stehen an der hecken graden wall:
In reihen kommen kinder mit der nonne.
Sie singen lieder von den himmelswonne
In dieser erde sichrem klarem hall.

Die wir uns in der abendneige sonnten
Uns schreckten deine worte und du meinst:
Wir waren glüclick bloss solang wir einst
Nicht diese hecken überschauen konnten.

Siamo al limite netto delle siepi
Bimbi vengono in fila con le suore.
E cantano con gioia celestiale
Nel chiaro certo suono della terra.

E godevamo il sole della sera
Tremavamo al tuo dire se tu pensi:
Fummo felici solo fino a quando
Non vedevamo oltre queste siepi.

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La luminosa inquietudine di Silvia Bre

Io vado destinata a un sentimento
che ha la forma del parco che ora vedo,
e ciò che vedo è il viale in cui l’inverno
è rami, pietre, acqua, tramontana,
e passi di una donna che cammina.
Ma per come procede e come leva
lo sguardo secolare sulle foglie,
lei è la specie, a lei torna la rima
nella quale riposa il mondo intero –
così la qualità del giorno vaga
continuamente tra le parole e il cielo.

*
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Fiori, il poeta dalla voce precisa

Umberto Fiori

Coro (da Esempi, 1992)

Ai tavolini del bar
con l’ultima luce
la gente stava al fresco
a dire la sua.
Tutto il discorso in aria
per un attimo
erano solo le voci.

Inventate, sembravano.
Sembravano quelle che un matto
si trova in bocca
quando all’incrocio
grida e risponde
chiede scusa e dà ordini,
tutto da solo.

Lì intorno
non capiscono bene
ma appena sono
davanti a lui che si sbraccia,
subito cercano la faccia di qualcun altro,
e la trovano.
Ecco – così anche ora, con le cose
che ci sono da dire
vorresti dentro
voltarti, trovare la voce:
come all’incrocio
si incontrano i curiosi.
Poi via, come loro.

Stare in un momento
con la voce precisa.

La voce sola, buia, che in un punto
ha più occhi di un coro. Continua a leggere