Patrizia Valduga

Patrizia Valduga credits ph Dino Ignani

di Fabrizio Fantoni

Voce tra le più rilevanti della poesia del secondo novecento, Patrizia Valduga si è caratterizzata, sin dal suo esordio poetico, per la ripresa di generi metrici tradizionali quali il sonetto, l’ottava e la terzina dantesca. Una scelta questa che lungi dall’essere frutto di classicismo o peggio di citazionismo trae origine dalla necessità, avvertita dall’autrice, di porre un argine ad un’inarrestabile energia vitale che nei versi trova concreta espressione in un Eros irrefrenabile e dilagante inteso, come scrive Recalcati, in un “erratico, eccentrico, incostante oltrepassamento di qualunque soddisfazione possibile».
Tale modalità stilistica, riprodotta anche nelle raccolte successive, trova piena compiutezza nel libro “Requiem” (1994) che può essere considerato, a pieno titolo, come il risultato più rilevante della sua produzione poetica. Qui il dolore, evocato tramite la reale esperienza della morte del padre, diviene oggetto di un canto in cui contenuto e forma metrica non sono più presupposto l’uno dell’altro ma divengono un tutt’uno, si fondono dando vita, come scrive Luigi Baldacci, ad una “cronistoria di un’agonia e di un’angoscia, del padre e della figlia: una morte riguardata dalle ultime trincee della vita” in cui “niente è lasciato alla sfera della metafisica, tutto si riporta all’immanenza, al concreto”. Sono versi di forte impatto emotivo che ci parlano della lontananza che si crea tra persone legate da vincoli di sangue e di una figlia che, nel dolore, vede dischiudersi davanti a se la vita del padre colta in tutta la sua intensità proprio nel momento del suo perdersi. Continua a leggere

Sebastiano Gatto, “Voci dal fondo”

SEBASTIANO_GATTOLe Voci dal fondo e il rifugio nella narrativa

di Emilia Mirazchiyska

Voci dal fondо, il terzo libro di poesie di Sebastiano Gattо, è uscito a fine 2015 contemporaneamente al suo romanzo breve Blues delle zucche (Amos Edizioni). La notizia della contestuale uscita di un libro di poesia e uno di prosa prende un significato particolare: nella raccolta poetica Voci dal fondo infatti si possono riconoscere alcuni meccanismi propri della narrativa. Tempo fa l’autore mi scriveva “mi ero allontanato dalla poesia, per quasi sette anni non ho scritto un verso. Provavo nausea, anche per questo ho cercato rifugio nella prosa”.

Vediamo come, dopo questi anni di silenzio, Gatto torna alla poesia.
Il titolo Voci dal fondo ci riporta ai versi finali scritti dall’amato T. S. Eliot che conclude The Love Song of J. Alfred Prufrock così: Till human voices wake us, and we drown.
Le quattro sezioni del libro, quasi con incedere filmico, raccontano una storia in prima persona in cui a parlare è un infermiere orfano di badante. Non essendo Gatto né infermiere, né orfano, né figlio di badante, siamo dunque al cospetto di fiction. Continua a leggere

Antonio Tabucchi, a un anno dalla scomparsa

In memoria di te, Antonio Tabucchi

25 marzo 2013 a un anno dalla scomparsa di Antonio Tabucchi, vi ripropongo il testo di un mio servizio mai andato in onda sulla scomparsa del grande scrittore. Mi piace ricordarlo così, con le parole che scrissi nel giorno della sua scomparsa, il 25 marzo 2012.

Troppo presto ci ha lasciato Antonio Tabucchi, scrittore italiano di fama internazionale. Se ne va il 25 marzo 2012 a soli 68 anni il maggiore conoscitore e divulgatore dell’opera di Fernando Pessoa. La morte a causa di una ‘brutta’ malattia, come si usa dire, a Lisbona, la città che amava di un amore viscerale e nella quale verrà sepolto. Continua a leggere

Arianna Gasbarro, ‘Requiem del Dodo’

Nello scaffale, Arianna Gasbarro
a cura di Luigia Sorrentino

Requiem del Dodo, Miraggi Edizioni, 2012 (euro 12,00) è il secondo romanzo di Arianna Gasbarro, nata a Roma nel 1980, che ha rinunciato “al posto fisso” per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Di questa scelta difficile Arianna parla nel suo primo romanzo, Alice in gabbia pubblicato nel 2010 con lo stesso editore. Con Requiem del Dodo la Gasbarro ha inteso affrontare un tema universale e nel contempo vendicarsi delle papere

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Czeslaw Milosz, “Trattato poetico”

Tra l’inverno del 1955 e la primavera del 1956 Czesław Miłosz dà corpo alla sua originale concezione della poesia in una vera e propria sfida letteraria: un grande poema che, eludendo le cornici di genere e arricchendosi di elementi prosaici o colloquiali, mescolando citazioni eterogenee, imitazioni letterarie, valutazioni critiche ed e­nun­ciati filosofici, delinea un vasto affresco storico-culturale del Novecento polacco, tassello imprescindibile della storia europea. Un affresco che si compone di quattro parti, evocative di altrettanti scenari: il mondo della belle époque nella Cracovia di inizio secolo; la vita politica e artistica di Varsavia tra le due guerre, con ampie digressioni sui poeti del tempo; le devastazioni della seconda guerra mondiale e gli orrori dell’occupazione nazista, con la ri­vendicazione di una poesia capace di giudizio etico; la Natura e in particolare l’am­bien­te degli Stati Uniti, in cui Miłosz, dopo a­ver contemplato l’abisso in cui sono precipitate le culture europee, individua la dimensione ideale per trovare serenità ed e­quilibrio, senza peraltro sottrarsi al dovere di condividere con i fratelli polacchi le questioni cruciali del XX secolo. Continua a leggere