Giorgio Caproni, “Cos’è la poesia”

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Oggi, 7 gennaio 2012, ricorrono cent’anni dalla nascita di un grande poeta italiano, Giorgio Caproni. Ascoltatelo.
da: Il seme del piangere
(1950-1958)

Perch’io…

…perch’io, che nella notte abito solo,
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
bianca nella mia mente – apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
che mi bagna la mente…

***

Preghiera

Anima mia, leggera
và a Livorno, ti prego.
E con la tua candela
timida, di nottetempo
fà un giro; e, se n’hai il tempo,
perlustra e scruta, e scrivi
se per caso Anna Picchi
è ancora viva tra i vivi.
Proprio quest’oggi torno,
deluso, da Livorno.
Ma tu, tanto più netta
di me, la camicetta
ricorderai, e il rubino
di sangue, sul serpentino
d’oro che lei portava
sul petto, dove s’appannava.
Anima mia, sii brava
e và in cerca di lei.
Tu sai cosa darei
se la incontrassi per strada

***

Galleria fotografica di Giorgio Caproni di Dino Ignani.

Sarà la consegna di due violini appartenuti al poeta ad aprire a Livorno l’Anno Caproniano, in onore del centenario dalla nascita del poeta. La cerimonia, durante la quale gli strumenti saranno consegnati dai figli di Caproni e concessi in comodato alla Fondazione Teatro Goldoni dove rimarranno esposti, sarà programmata entro la fine di gennaio. Si tratta nello specifico di un ‘Maline Pere’ francese della seconda metà dell’Ottocento e di un ‘Tedesco’ di inizio Novecento.

Il Comune di Livorno a Caproni dedica un intero anno di iniziative culturali ” che daranno continuità – spiega l’assessore alle culture Mario Tredici – ad un rapporto fecondo che la città ha sempre avuto nei confronti del suo poeta per eccellenza, cantore della città, dei suoi colori, delle sue genti”.

Tra gli appuntamenti previsti, ancora in corso di definizione, la ricostruzione di un percorso poetico riferito ai luoghi della memoria , cioè strade, piazze e ambienti della città immortalati nei suoi versi ed in particolare laboratori cittadini sul linguaggio poetico (Caproni Festival) rivolti al mondo della scuola.

Obiettivo dell’intero progetto, coordinato da Lorenzo Greco, studioso della lirica caproniana, è, spiega una nota del Comune, “ricollegare la storia e le tradizioni culturali di Livorno all’esperienza poetica di Caproni dedicata alle memorie personali e familiari maturate negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsi nella nostra città. “Una città – aggiunge Tredici – che ha sempre teso a valorizzare il legame con il poeta. Si pensi alla Livornina, massima onorificenza cittadina che gli fu consegnata nel 1984, all’intitolazione di una piazza nel cuore della città nel 2009, ai tanti trekking letterari organizzati per conoscere i suoi versi e gli angoli che lo ispirarono, convegni specifici sulla sua poetica e sulla sua attualità”.

Giorgio Caproni nato il 7 gennaio 1912 a Livorno, è stato uno dei massimi poeti del Novecento italiano. Di origini modeste, il padre Attilio è ragioniere e la madre, Anna Picchi, sarta. Giorgio scopre precocemente la letteratura attraverso i libri del padre, tanto che a sette anni scova nella biblioteca paterna un’antologia dei “Poeti delle Origini” (i Siciliani, i Toscani), rimanendone irrimediabilmente affascinato e coinvolto.

Nello stesso periodo si dedica allo studio della Divina Commedia, dalla quale s’ispirò per “Il seme del piangere” e “Il muro della terra”. Nel periodo della prima guerra mondiale si trasferisce insieme alla madre e al fratello Pierfrancesco (più grande di lui di due anni) a casa di una parente, Italia Bagni, mentre il padre è richiamato alle armi. Sono anni duri, sia per motivi economici sia per le nefandezze della guerra che lasciano un profondo solco nella sensibilità del piccolo Giorgio.

Nel 1949 torna a Livorno alla ricerca della tomba dei nonni e riscopre l’amore per la sua città natia: “Scendo a Livorno e subito ne ho impressione rallegrante. Da quel momento amo la mia città, di cui non mi dicevo più…”.

Le attività letterarie di Caproni diventano frenetiche. Nel 1951 si dedica alla traduzione di “Il tempo ritrovato” di Marcel Proust, cui seguiranno altre versioni dal francese di molti classici d’oltralpe. Intanto la sua poesia si afferma sempre di più: “Stanze della funicolare” vince il Premio Viareggio nel 1952 e dopo sette anni, nel 1959, pubblica “Il passaggio di Enea”. Sempre in quell’anno vince nuovamente il Premio Viareggio con “Il seme del piangere”.

Dal 1965 al 1975 pubblica “Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee”, il “Terzo libro ed altre cose” e “Il muro della terra”. E’ del 1976 la pubblicazione della sua prima raccolta, “Poesie”; nel 1978 esce un volumetto di poesie intitolato “Erba francese”. Dal 1980 al 1985 vengono pubblicate molte sue raccolte poetiche ad opera di vari editori. Nel 1985 il Comune di Genova gli conferisce la cittadinanza onoraria. Nel 1986 viene pubblicato “Il conte di Kevenhuller”.

“La sua poesia, che mescola lingua popolare e lingua colta e si articola in una sintassi strappata e ansiosa, in una musica che è insieme dissonante e squisita, esprime un attaccamento sofferto alla realtà quotidiana e sublima la propria matrice di pena in una suggestiva ‘epica casalinga’. Gli accenti di aspra solitudine delle ultime raccolte approdano a una sorta di religiosità senza fede”  (Enciclopedia della Letteratura, Garzanti).

Il grande, indimenticabile poeta si è spento il 22 gennaio del 1990 nella sua casa romana. L’anno dopo veniva pubblicata postuma la raccolta poetica “Res amissa”.

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Commenti (4)

  1. Non chieder più/. Nulla per te qui resta/Non sei della tribù/ Hai sbagliato foresta/ (1975). Grande ‘nostro’ poeta toscano! Da oggi nella sua città natale, Livorno, inizieranno le celebrazioni a lui dedicate, per tutto il 2012, nel centenario dalla sua nascita. Ho avuto l’onore molti anni fa di conoscere Caproni a Viareggio tra gli anni ’70/’80, e la gioia di una sua partecipazione , unitamente alla straordinaria e attivissima segretaria letteraria (poeta) del ‘ ‘Viareggio’ Gabriella Sobrino ,(carica designata dal ‘vulcanico’ grande presidente Leonida Repaci), Giovanni Macchia, Guglielmo Petroni e Natalino Sapegno alla presentazione di un libro, ‘Già dell’equivoco’, di un allora giovane poeta viareggino (Belluomini) al Principe di Piemonte, il quale con l’opera prima: ‘L’Altro io’ era giunto in finale al Premio Viareggio’ nel 1977. Anni ’80 e ’90 e ancora di seguito ‘ruggenti’ e indimenticabili, in cui grandi personaggi, come appunto il ‘Poeta della luce’ Giorgio Caproni, erano di casa in Versilia. Rosanna Lupi segr. Premio Camaiore

  2. Lessi per la prima volta Caproni agli inizi degli anni ottanta, un libricino prezioso, curato da Giovanni Raboni, “L’ultimo borgo”-poesie (1932-1978),Rizzoli.Comprai, qualche anno dopo, la raccolta più opulenta, Giorgio Caproni, Poesie -Gli elefanti- Garzanti. Mi colpì da subito l’inventiva, la musica, la lingua colta e popolare, la sfuggente semplicità delle sue liriche. Un grande della poesia italiana che rileggo sempre con immenso piacere. Grazie Luigia!

    Luciano Nota

  3. Un giorno ormai lontano in un intervento per colui che stimava come un maestro, oltre che un grande poeta, Giovanni Giudici, a proposito dell’ultimo Caproni, parlò di una “metafisica per poveri”. Non so se abbia mai messo per scritto quella definizione di folgorante sinteticità e nelle sue intenzioni niente affatto limitativa. Da allora nulla mi è parso più appropriato (ma si potrebbe parlare anche di una “metafisica povera”) e calzante per la scarna calligrafia dei vuoti linguistici, ma soprattutto corporei scavati da Caproni nelle sue ultime raccolte. Il vuoto, concetto assai più desolante e contemporaneo del silenzio (che ha ispirato poetiche in cui sopravvive, per quanto oscura, una traccia di verità magari “indicibile” ma attivamente radicata nelle fondamenta dell’essere, come in Paul Celan, per esempio) accerchia l’ accanimento del paradosso caproniano e del suo allegretto mancino, equivalente musicale di un’epoca della “miseria”. E Caproni, come Pasolini e prima ancora Leopardi, allergico alla sistematicità di ogni pensiero, di tale miseria mi pare che si sia fatto scarno ed eroico trascrittore.
    La sua poesia diventa una allegoria vuota del crollo della metafisica, ovvero della cancellazione del Soggetto, così come è stato concepito in Occidente. In questo senso scrive poesia “povera”, stoica secrezione di una condizione post – chirurgica perfettamente interpretata da un “resecato gastrico”, come Caproni sarcasticamente si definiva, dopo aver subito un’operazione allo stomaco.Il ferro del chirurgo non avrebbe però estinto i bruciori della sua ulcera. Gli umori di un tempo si rappresero in un acido corrosivo che slabbrò il tempio delle sue magnifiche rime in un pulviscolo di frammentate voci e l’ambizione poematica, o meglio melodrammatica e operettistica de Il franco cacciatore o de Il Conte di Kevenhüller, non ne costituì che il parodico e crudelissimo contrappunto. Il geniale intuito di Pasolini colse al volo questa subliminare verità, quando volle a tutti i costi la voce di Caproni per doppiare l’atroce Vescovo di Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Gli intenti dei due poeti certo non possono essere sovrapposti, anche per motivi generazionali e storici ma essi furono entrambi presaghi interpreti della violenta soppressione del senso di un’epoca vuota, pur se bulimica nella sua insaziata fame di informazioni. Non si arricchisca la miseria delle parole, né si riempia il vuoto,ma lo si viva e lo si patisca fino in fondo :questo sembra l’estremo lascito delle parolette smozzicate di Caproni,delle sue ultime frasette galleggianti a mezz’aria. E a mezz’aria si resti, per non definire e finire una volta per sempre la poesia di Caproni.

    Biancamaria Frabotta, da L’angelo del vuoto

  4. la rappesentazione di Roma nei suoi luoghi e nei suoi colori: le latterie degli anni cinquanta, questa città dannata ed amata nel suo intimo e il quartiere nel quale ha insegnato negli anni del sacco di Roma. E la mano pia e leggera che batte sui tasti della macchina. Il fascino di Giorgio Caproni afferra e porta nei luoghi del ricordo e scava nella coscienza propria e del lettore fino alla nebbia dei luoghi sconosciuti.

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