Prima conversazione con Susan Stewart

Susan Stewart
a cura di Luigia Sorrentino
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Susan Stewart (abbiamo già letto di lei su questo blog, VEDI QUI) è una delle migliori poetessa statunitensi, molto amica dell’Italia, (come quasi  tutti i poeti nel mondo) assai attenta ai fenomeni della contemporaneità, e dell’arte in generale, in tutte le sue espressioni.
Prima conversazione perché con Susan il discorso sulla poesia non può finire qui. Quello che leggerete quindi, è solo l’inizio di conversazione che conoscerà diverse sessioni, nel tempo, per poter chiarire, puntualizzare, arricchire.
Chi è Susan Stewart? Un poeta che riflette, attraverso la sua poesia, sull’illusorietà dell’io come soggetto. Il suo pensiero prende la parola, in modo puro e deciso, senza strutture fisse, in una ragnatela di rimandi, e respira, il sentimento del tempo. C’è nella sua poesia, qualcosa che arriva da molto lontano…

(L’intervista)

Luigia Sorrentino: Susan, qual è il tuo approccio alla poesia? Quali sono i primi passi che compi verso la parola che si fa poesia?

Susan Stewart: Una poesia, per me, inizia sempre con una grande attenzione verso una frase, una parola, un’immagine, un pensiero particolarmente coinvolgente. La forma della poesia, invece, nasce dalle necessità tematiche. Mi piace sperimentare nuove forme, e anche utilizzare forme tradizionali come il blank verse, il sonetto e la canzone.
Le mie scelte nel dar forma al componimento poetico si sviluppano organicamente dal ritmo e dai pensieri evocati nel componimento. In altre parole, mi sento attratta da qualcosa, spesso dalla natura e scrivere poesie produce in me un senso di stupore spesso incomprensibile.

Luigia Sorrentino: Tutta la tua poesia è costellata da uno ‘spazio vuoto’, che è proprio un luogo di approccio alla scrittura. Lo spazio disabitato da cui la voce parte, all’improvviso, spinta in una frase, o in una parola, che si pianta sulla pagina. Sorprende quella parola, ci meraviglia. Il primo verso è un nuovo mondo. E da lì, come in uno slancio, si sviluppa il pensiero legato alla poesia che si allarga, o si restringe, sul foglio. Catapultati in un altrove, in uno spazio inesistente, appunto, dentro il quale si costruisce emotivamente l’immagine della poesia. Chi sono i tuoi maestri? I poeti che ti stanno a cuore?

Susan Stewart: I miei maestri sono i grandi poeti ormai morti. Credo di essere molto fortunata perché ho la possibilità di far conoscere ai giovani che vivranno in futuro e più a lungo di me, le poesie più belle ed importanti del passato. Leggo per puro piacere i poeti contemporanei, ma è difficile riuscire ad individuarne alcuni. Ho molti amici poeti di cui leggo le opere, a volte anche prima che vengano pubblicate, e per me sono molto importanti anche se il lavoro che fanno è molto diverso dal mio. Mi sono avvicinata anche ad alcuni poeti italiani di cui ho tradotto o co-tradotto alcune opere: Milo De Angelis, Antonella Anedda, e Patrizia Cavalli.
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Luigia Sorrentino: Hai citato tre grandi nomi della poesia contemporanea italiana, tre autori che sento vicini per formazione. Gli antichi maestri sono, invece, quelli lontani sull’asse del tempo, sono quelli che ci guardano, da lontano e ci dicono che gli strumenti della poesia, sono sempre gli stessi, e che la poesia avvicina la conoscenza.

Susan Stewart: La poesia è uno strumento di percezione, un modo di vivere. Offre una forma di conoscenza più ampia di qualunque altra cosa, grazie al suo grande rigore e al suo stretto legame con le emozioni e con la nostra esistenza fisica in quanto esseri viventi del mondo vivente. In quanto forma d’arte, può offrire molto con il minimo impiego di mezzi materiali, e dura nel tempo, diventando depositaria della memoria delle singole voci. Oltre alla lingua, esiste un’altra conquista dell’uomo più ricca di significato?

Luigia Sorrentino: Certo che no… La poesia è talmente ricca di significato da introdurre, ogni volta, uno spazio nuovo e libero. Quando si raggiunge quel luogo calmo, la poesia si rinnova, diventa amica dell’essere.

di Luigia Sorrentino

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