Alda Merini, “Sono nata il 21 a primavera”

In memoria di te, Alda Merini
a cura di Luigia Sorrentino

Non poteva scegliere giorno migliore per nascere, Alda merini, il 21 marzo, anno 1931. E il 21 marzo è la data istituita dall’UNESCO per ricordare la poesia nel mondo, giorno in cui ricorre l’ingresso della Primavera. Quest’anno, la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO ha scelto di celebrare la Giornata a l’Aquila, eleggendola quale “sede” della Giornata Mondiale della Poesia per dare luce a questa città distrutta che, con il terremoto del 6 aprile del 2009, ha visto sbriciolarsi le proprie splendide architetture e le ricchezze artistiche e culturali.
In questa Giornata così altamente simbolica, Poesia, di Luigia Sorrentino sceglie di ricordare la nascita della poetessa Alda Merini,  forse la più popolare in Italia, in assoluto, (di certo quella che vende più libri di poesie, per la gioia degli editori), scomparsa il 1 novembre 2009, a 77 anni. A seguire, la prefazione a “Corpo d’amore” (un incontro con Gesù) di Alda Merini (Frassinelli, 2001) di Mons. Gianfranco Ravasi.

«Guardate:/ sulla carta sono crocifisso/ coi chiodi delle parole.» Mi sono venuti in mente questi versi de Il flauto di vertebre di Majakovskij leggendo le pagine «cristologiche» di Alda Merini, pagine nelle quali – quasi come nella letteratura semitica che non conosce nette distinzioni di genere – la prosa trascolora in poesia e viceversa, in una costante armonia contrappuntistica. Sì, in questi canti è deposta l’ anima della poetessa che abbraccia il Cristo crocifisso come la Maddalena di certe raffigurazioni del Calvario, aggrappata al legno della croce che cola sangue divino. Alda, infatti, «diventata discepola», pronunzia nel suo poemetto una continua dichiarazione d’ amore, trasparente e pura, «da vera innamorata», risalendo idealmente il fiume della letteratura mistica, capace di intrecciare eros e agape, carne e anima, desiderio e fede. Non tema, perciò, il giudizio dei teologi, come sembra far balenare la sua umile e timida premessa: la sua professione d’ amore non «intacca minimamente i dogmi del cristianesimo». E a rassicurarla è un teologo di mestiere che ora segue la poetessa nel suo amore segreto e invisibile, incomprensibile agli altri che la «deridono perché/ non vedono niente/ loro non sanno che parlo di te», cioè di un amore altissimo e supremo. Il suo è un abbraccio unico ed esclusivo «dove viviamo solo io e te/ in compagnia di un amore» indistruttibile e indiscutibile, sbocciato fin dall’ infanzia, perché «mai bambina fu assetata di Dio più di me», e ora fiorito nelle nozze mistiche in cui la sposa è «diventata il monile più bello» dell’ Amato, come si proclama anche nel Cantico dei cantici. Certo, l’ amore non elide il dolore: «Mi hai fatta soffrire,/ talmente soffrire/ che non potevo fare a meno di te». È quindi, una sofferenza feconda, quasi implorata: «Io ti chiedo un dono,/ adesso,/ il dono di una lacrima», perché «dicono che le sorgenti d’ amore siano le lacrime». La sua, comunque, è la parabola dell’ esperienza di tutti i veri credenti, capaci di amare, perché «tutti gli innamorati sono in Cristo». Sono costoro a comprendere la vicenda vissuta dalla poetessa, sorella nell’ amore e nella fede: «Molti mi guardano negli occhi/ e rimangono estatici/ perché capiscono che io ti ho visto,/ che ti ho sentito,/ o che perlomeno qualche volta/ ti ho anche tradito». Alda Merini nella sua storia interiore d’ amore si sente simile alla Veronica: «(…) io ti percorro ad ogni ora/ e sono lì in un angolo di strada/ e aspetto che tu passi./ E ho un fazzoletto, amore,/ che nessuno ha mai toccato,/ per tergerti la faccia». Su quel velo, dunque, è impresso il volto di Cristo. Queste pagine diventano, allora, una piccola «cristologia» poetica. Come già aveva intuito Borges, quello di Gesù è un volto «duro, ebreo», che si configura anche sulle rive della disperazione e della passione, «che ti cerca per ogni dove/ anche quando tu ti nascondi/ per non farti vedere» (proprio come scriveva Paolo in Romani 10, 20: «Io, il Signore, mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, ho risposto anche a quelli che non mi invocavano»). Gesù ci sommuove perché ci costringe a uscire da noi stessi, a fissare gli occhi in quelli dell’ altro. Infatti «tu entri dalla porta dello sguardo». Gli occhi, anche se celati da «occhiali scuri», diventano trasparenti a lui. In questo senso egli è «catastrofe», cioè ribaltamento del nostro isolamento solitario. È per questo che anche Cristo è innanzitutto e soprattutto amore, «fiamma che sciolse tutti i ghiacciai dell’ universo». Quel volto ebreo, che sulla croce divenne – come dice l’ Apostolo (1 Corinzi 1,23) – «scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani», è in realtà «Figlio di Dio e in questa primogenitura ci volle tutti fratelli». L’ intera sua vita diventa segno di amore, «torcia umana/ (che) illumina il cammino di chi soffre». Scorre, così, nelle pagine di Alda, tutta l’ esistenza di Cristo, a partire dall’ annunzio della sua nascita, passando attraverso la sua parola di «grande poeta», «voce di Dio stesso», il tradimento di Giuda e di Pietro, il peccato umano che vorrebbe «distruggere i disegni del suo grande, inesauribile amore» e che si fa «sangue/ e grumo di sangue» sul legno della croce. Dio si lasciò travolgere dalla morte, Dio amò la sua morte, Dio si lasciò abbracciare dalla morte, morì sulle sue labbra, urlò sul suo cuore». La morte sul Golgota non è, però, l’ approdo dell’ esistenza di Cristo. Lo stesso silenzio del Padre («Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?») «era solo una nuvola di canto». L’ estuario della storia di Gesù non è nel sepolcro, ma nell’ alba di Pasqua. Proprio come insegnava la mamma di Alda, la morte di Cristo è «una fioritura primaverile,/ un mandorlo in fiore». «Oh sì, Dio, l’ uomo quando muore risorge in te e diventa una lunga gravidanza d’ amore». Infatti, «ecco che improvvisamente/ quella carne che assomigliava a tutti/ diventa unica e risorge,/ è l’ unica carne che abbia dato il senso/ della giovinezza eterna/ e quindi dell’ anima». La morte di Gesù è, dunque, un’ Epifania dell’ eterno. «La morte è il panico del suo amore, siamo pieni di panico di fronte all’ amore grande di Dio, abbiamo paura e desiderio insieme, abbiamo paura e ci scordiamo che un giorno Lui ci dirà: Deponi le tue bisacce e vieni, vieni a prendermi, per sempre». Ma già mentre camminiamo come pellegrini sulla terra, egli ci nutre di un cibo di immortalità: «Diede la sua carne agli altri, la diede ai suoi nemici, affinché se ne cibassero, affinché l’ uomo Dio diventasse cibo e sostanza per tutti i giorni». Gianfranco Contini nei suoi Esercizi di lettura affermava che «la poesia non tollera ipotesi, ma solo l’ evidenza dei miracoli». Non per nulla un unico termine designa l’ «ispirazione» del poeta e del profeta sacro. Nel prologo alla sua Obra poética Borges riconosceva che «ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere». È per questo che Scrittura Sacra e poesia spesso si intrecciano e la fede è sorella della poesia perché entrambe tendono all’ Altro e all’ Oltre. Alda Merini è certa di questa verità e il suo libro, che è poesia e professione di fede, canto e cristologia, ne è una vigorosa e cosciente testimonianza. Lo confessa lei stessa nelle ultime righe di queste pagine le cui parole sono come i chiodi della crocefissione e i pensieri come la luce della Pasqua: «Domandano tutti come si fa a scrivere un libro: si va vicino a Dio e gli si dice: Feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore e portami via dagli altri, rapiscimi. Così nascono i libri, così nascono i poeti». Ma anche i profeti e gli apostoli.

Mons. Gianfranco Ravasi

La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
Così è la resurrezione, così è il miracolo di un dio che rimane in noi, e ogni giorno viviamo, perché insieme alla nostra ala si alza la tenebra del corpo, quella tenebra del corpo che è casa dell’anima, la nostra casa tenebrosa, la nostra casa che non è aperta a nessuno.

da “Corpo d’amore” (un incontro con Gesù) di Alda Merini, Frassinelli 2001

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Sono nata il 21 a primavera

*

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

( da “Vuoto d’amore”, di Alda Merini)

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Commenti (3)

  1. La sua voce poetica sarà sempre con noi…Indimenticabile Alda
    IL CANTO DI ALDA (ad Alda Merini)
    Vorrei superare il grido
    nel silenzio,
    esercitando con forza la gola
    che tremante,dentro,
    canta …
    l’anima stanca
    ma fresca,
    nel condurmi in un tempo immaginario,
    con un movimento reale,
    dove l’essenza antica
    si rintana,come il vento
    nei segreti fantasmi della mente.
    E tu,
    allegra voce
    quasi roca
    riassorbi il fumo
    nella tua terra santa.
    Dove le muse aspettano la primavera,
    tu addormentata
    ancora canti
    di poesia.
    tratta da “IL RISVEGLIO DELL’ALBA” di Gianfranco Corona

  2. “quella tenebra del corpo che e’casa dell’anima, la nostra casa tenebrosa,la nostra casa che non e’ aperta a nessuno.”

    Queste parole mi appaiono atroci…sembrano dimenticare che senza corpo non c’e’ vita. Il nostro corpo cosi’ meraviglioso come puo’ essere disprezzato a tal punto!

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