Daniele Piccini, “Inizio fine”

Letture

Recensione di Paolo Lagazzi

Inizio fine, la nuova raccolta di versi di Daniele Piccini, è un libro misterioso e difficile, lampeggiante di pathos e ombra. Dire che si tratta di un’opera concepita per testimoniare come “nei tempi di povertà si ricoprono / di cenere le sostanze”, mentre il mondo “smotta” e la mente “barcolla”, non è ancora nulla. Se da una parte si srotola per mostrarci forme dell’amarezza e del dubbio, pieghe del tormento o della solitudine – quella solitudine che incide la carne degli uomini e degli animali come la sostanza fiammante delle stelle -, dall’altra il testo di Piccini si arrotola, si avviluppa o s’increspa per tentare contrappunti, per intarsiare linee altre di senso, per scavare cunicoli segreti, per inspirare il vento aspro delle domande estreme in attesa di soffiarlo su noi con la forza utopica dell’angoscia. Cosa comincia, cosa finisce in ogni attimo di quella realtà divina o di quella ferita enorme che è la vita? Qual è il nostro vero compito, saper capire quando è “il tempo di entrare nell’inverno” o non rinunciare, comunque, a credere che il mondo “si riforma”, nuovo e insieme perenne, nell’occhio di ogni bambino? Quali segni dobbiamo esplorare attraverso e oltre “le cose / orfane”, le “favole rovinose della guerra”, i sibili del male e i “volti indecifrabili” del potere e della violenza per ritrovare il sangue umile, pasoliniano della verità, la bellezza dei corpi, il respiro femminile della grazia? Domande come queste si inseguono e si incrociano nelle spirali dei versi disseminando la voce del poeta tra molte voci. Nemmeno l’identità sfugge al pulsare vertiginoso di tutto ciò che, senza tregua, nasce e muore, inizia e finisce, si strema per non finire o implora altri inizi. Moltiplicandosi negli specchi delle aporie, l’autore è allo stesso tempo chi parla e chi ascolta, chi è percorso dai flussi contraddittori dell’esperienza e chi, tentando di non lasciarsi risucchiare dalle “lingue incostanti” della pioggia o della tempesta, dalle “parole mozze, strangolate / dal freddo”, prega il cielo e la terra di esser forte, si misura con lo spirito della notte o si getta verso la “vita incendiata” per comunicare con ciò che è impossibile capire.

Al fuoco delle controversie che lo innervano e striano, il libro ci appare insieme un paesaggio duro, incrostato di arcani geroglifici, e una teoria di gridi, sussulti, “piccole nubi”, uccelli in volo tra pena e speranza. Nulla è più arduo che sperare “quando manca / la parola per dire” ciò che sfugge alla presa dell’anima, quando “la farina / della speranza” appare ridotta a polvere, a fantasma di una giovinezza troppo presto perduta. La stessa lingua della poesia sembra, allora, vacillare, incapace di avanzare “oltre quel muro” a cui il tempo si abbarbica come un’erba stremata. Ma solo accettando la fine è possibile ripartire. Solo quando rinunciano a opporre al vuoto il velo delle illusioni i poeti possono ancora nutrirsi di quella follia d’amore che consuma la morte, di quel dolore senza cui “non saremmo altro che niente”.
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Daniele Piccini, Inizio fine, Crocetti, pag. 122, € 12,00.

Ho toccato stanotte
i confini del cosmo,
di là una coltre lattiginosa,
il vuoto a confinarlo.
Qui cominciò la nenia, qui finisce:
il campo estremo non più colivato
e poi più niente, il ricordo s’arresta
dove principia – sempre.
Fa’ che chiuda, fa’ che chiuda le mani
a stringere qualcosa, fosse pure
la mano di qualcuno andato via
ma che lasci la traccia nella mano,
fa’ che ci sia, tra una lucciola e l’altra,
ancora la mia vita.

*

Avevamo aspettato
che quell’ora venisse.
Riserve di miracoli che accadono
e sembrano per niente:
ancora è ieri, dice
l’anima immatura,
ancora non è venuta la cosa
che chiamavamo avventura,
la mia luna, e invece viene con passo
lunato la più attesa che toglie
sonno e sonno alla scena,
in un lampo compare la regina.

*

Se il dolore fosse questa spina,
questa lunga dorsale della vita
forse non saremmo altro che niente,
e dobbiamo ringraziare
che ci venga a  visitare e ci porti
notizia delle cose
che nell’ombra ci appaiono e nel turbine.

Dalla sezione eponima, “Inizio fine” di Daniele Piccini

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Commenti

  1. “soffro quindi sono, vivo”. Il dolore come messaggero e testimone di vita.Senza non saremmo altro che niente. Per fortuna a portarci notizie delle cose c’è anche la gioia, anche la bellezza, anche la speranza; perfino la cara consapevole illusione…quale percorso alternativo al…dolore e alla morte. Tuttavia, è vero: il dolore, la solitudine “dolorosa” (quella non scelta ma subita)sono gli strumenti di scavo che, se tollerati, con più chiarezza fanno luce nel senso della nostra esistenza…

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