Guy Goffette, “Elogio per una cucina di provincia”

Nello scaffale
a cura di Luigia Sorrentino

COLLANA LIBELLULE
Poesia francese contemporanea
Guy Goffette, “Elogio per una cucina di provincia”
Traduzione di Chiara De Luca
Prefazione di Fabiano Alborghetti
Edizioni Kolibris, € 12,00


Partenza, nostalgia e parola.
di Fabiano Alborghetti

La poesia di Guy Goffette non si commenta: la si respira. Capace di creare spazi d’attenzione e tensione all’interno del silenzio, è il discreto architetto di stanze fatte di respiro dalle quali affacciarsi per riprendere il filo col tempo che ci spoglia (e dal quale viene spogliato egli stesso), stanze nelle quali è ripetuto l’invito a soggiornare non per interrompere un cammino o disertarlo, ma per celebrare lo sposalizio tra realtà e ricordo, tra illusione e una vita promessa, dove il futuro è il richiamo a disegnare le figure dei giorni andati, presenti e che verranno. Un compito non facile, un percorso chiaro e già perfettamente delineato sin dalla raccolta d’esordio Rosso quotidiano e perseguito in oltre venti raccolte poetiche e cinque romanzi.
Alcuni dei temi portanti che emergono con più costanza e vigore sono la nostalgia, l’infanzia, la difficoltà d’amare, la poesia dei luoghi come anche (o soprattutto) la verità, tormentata o gioiosa che sia, temi che per alcune raccolte sono divenuti i cardini sui quali schiudere le porte della parola: in Nomadia è l’attacco a una casa “prigione”, quanto un ritorno alle sorgenti della voce; in Assolo d’ombre sono peregrinazioni assorte; poesie d’amore, spiritualità o morte per La vita promessa ; la durezza della vita cittadina in Un mantello di fortuna oppure la rievocazione della cucina di campagna come luogo originario, il principio al quale ritornare e dove trovare salvazione in questo splendido Elogio per una cucina di provincia . Un luogo non ipotetico, non un iperuranio, ma luogo fattuale, toccabile con mano. Guy Goffette nasce infatti nel 1947 nella Lorena belga in una famiglia operaia e nel 2000 si trasferisce a Parigi, mantenendo con la propria terra nativa un’affezione non soltanto sentimentale, bensì anche fisica: è lì che ritorna per scrivere, è li che una casa appoggiata al fianco di una collina lo attende, lo accoglie, si dischiude per intensi e pacifici colori d’autunno quanto anche ferite; un sangue – forse pacificato, o che forse non lo sarà mai – restituisce le parole per colmare la notte che dentro ci alberga. Elogio per una cucina di provincia è un richiamo amicale, una voce pacata, semplice, liquida, talvolta silenziosa, ma che emerge invece folgorante. Goffette chiama a sé i luoghi, gli oggetti. Li nomina, li carezza. Rende da un lato giustizia a una promessa dimenticata e dall’altro a una contraddizione interiore, una contraddizione che i testi affrontano in un dialogo di forze contrarie, o meglio, complementari ma divergenti: la partenza è fautrice della nostalgia. In questo dittico, piuttosto che rinnegarne il passo, Goffette vi accomoda, l’assimila, la reinventa, memore di ogni sua partenza, di ogni pellegrinazione. Pochi i dettagli dati, ma sufficienti per rendersi conto di quanta forza di carattere necessiti una partenza e di quanta nostalgia questa comporti. All’immagine delle colline come punto d’orizzonte del poeta, s’aggiunge quella del mare, o di un’idea del mare . Contrapposta alla solidità di un luogo terrigno, è questa seconda presenza: non minacciosa, quanto invece trasposta in un riassunto vastissimo di melanconia. E, facendosi prossimi, non c’è distanza tra i due luoghi, ma piuttosto sovrapposizione: se rivoltassimo terra e cielo, avremmo un’isola che nel mare si specchia.
La presenza di Guy Goffette all’interno del paesaggio si manifesta discreta: cammina in punta di piedi lungo un’asse a noi ancora celato ma che il poeta ci svela per timidi gesti. L’invito allo sguardo è un apprendistato ed è lui il gentile e paziente maestro che dalla superficie ci indica il ventre della terra, la profondità dello spazio, l’imprendibile vastità della parola perduta. Non è un canto del mistero, ma l’esatto contrario: Goffette addotta una lingua piana, chiara, semplice (e mai ordinaria): prende in carico, per conto anche nostro, una esperienza comune, per traslocarla infine nelle aree sorprendenti (e talvolta anche nuove) della sensibilità. Una sensibilità che intraprende un ulteriore cammino nella sezione La stanza degli ospiti, dove Goffette “porta in casa” i propri numi tutelari, le voci amiche: Georges Perros, Charles-Albert Cingria, Hölderlin, Leopardi, Mandelstam, Pessoa, Umberto Saba, Ezra Pound, Cesare Pavese e infine Andre Frenaud. Voci alle quali non è solo reso un omaggio affettivo, ma alle quali viene confidata, quasi sottovoce, la propria devozione. Un sentimento vivido, vibrante, il medesimo a mio avviso, incarnato anche dalla traduttrice nell’affrontare la traduzione della raccolta: se la voce italiana di Philippe Jaccottet è ormai esclusivamente grazie alle traduzioni di Fabio Pusterla, quella di Guy Goffette non può che continuare a essere quella di Chiara De Luca: una ulteriore “voce amica”, capace di restituire le modalità e l’interezza di una delle massime espressioni della poesia francofona mondiale, un poeta a cui è stato conferito – tra gli altri innumerevoli premi – il prestigioso Prix Goncourt della poesia, nel 2010, per l’assieme della sua opera.

 

 

 

 

*
GOYA

La nuit peut bien fermer la mer
dans les miroirs : les fêtes sont finies
le sang seul continue de mûrir
dans l’ombre qui arrondit la terre
comme ce grain de raisin noir
oublié dans la chambre de l’œil
qu’un aigle déchirant la toile
enfonce
dans la gorge du temps

 
*
GOYA

Certo la notte può fissare il mare
negli specchi: le feste sono finite
solo il sangue ancora matura
nell’ombra che tornisce la terra
come questo chicco d’uva nera
scordato nella stanza dell’occhio
sprofondato
da un’aquila che strazia la tela
nella gola del tempo

 
*
LE PALIER

Le soleil debout dans le vent
avec les troupeaux frais
réapprend pas à pas la rondeur du monde
et l’équilibre au convalescent
qui va sous ta propre chemise
Main posée sur l’échine du jour
il gravit lentement chaque marche du ciel
jusqu’à ce palier derrière ta nuque
où ce qui est advenu
et ce que tu attends
partagent la même ombre.
 

*
IL PIANEROTTOLO

Il sole in piedi nel vento
con le greggi nuove reinsegna passo
dopo passo la rotondità del mondo
e l’equilibrio al convalescente
che cammina nella tua camicia.
Con la mano sulla spina dorsale del giorno
lentamente scala ogni gradino del cielo
fino a questo pianerottolo dietro la tua nuca
dove quel che è avvenuto
e quel che attendi
condividono la stessa ombra.

 
*
SUR LA TERRASSE

La porte de rubans que balance la brise
est la seule fontaine abreuvant
d’un peu d’ombre lingère
la cuisine qui ouvre sur la terrasse
où cuit depuis midi le pain de la lumière.
(Le soleil lui aussi s’est changé en statue)
On perçoit seulement les petits coups de bec
des derniers oiseaux invisibles
sur la croûte sonore.

 

IN TERRAZZA

La porta di nastri che bilancia la brezza
è la sola fontana che abbevera
con un po’ d’ombra di biancheria
la cucina che dà sulla terrazza dove
da mezzogiorno cuoce il pane della luce.
(Anche il sole è divenuto statua)
Si sentono soltanto i colpetti di becco
degli ultimi uccelli invisibili
sopra la crosta croccante.

 
*
Le jardin est entré dans la cuisine
avec le cheval ivre et le ruisseau lontain
parce que la table était ouverte
à la page la plus blanche de l’été
là où convergent toutes ces routes
que tisse le poème
pour l’aveugle immobile
mains posées sur le bois
la pointe du couteau fichée dans la mémoire.

 
*
Il giardino è entrato in cucina
con il cavallo ebbro e il ruscello lontano
perché la tavola era spalancata
alla pagina più bianca dell’estate
là dove convergono tutte le strade
che intesse la poesia
per il cieco immobile
con le mani posate sul legno
la punta del coltello piantata nella memoria.

 
*
LES HEURES

Comme la neige entre les pas de l’inconnu
la maison respire entre les heures
frappées sur le cadran nocturne
respire, écoute, aspire à l’éternel écho
des voix tues qui montent des jardins
tremble et respire, comme la buée
au carreau froid, la vie qui s’évapore
tandis que le dormeur près du toit
mesure à grands coups d’ailes immobiles
la mer assujettie entre ses tempes.

 
*
LE ORE

Come la neve tra i passi dell’ignoto
la casa respira tra le ore
battute sul quadrante notturno
respira, ascolta, aspira all’eco eterna
di voci taciute riemerse dai giardini
trema e respira, come la rugiada
sul vetro freddo, la vita che svapora
mentre chi dorme accanto al tetto
si misura a grandi colpi d’ali ferme
il mare imprigionato tra le tempie.

 
*
Les vagabonds

.
Ce corps large ouvert avant l’aube et que la nuit
ne ferme jamais en entier ô cuisine d’enfance
si tu le livres c’est pas à pas
à ceux qui, dans l’ombre comme nous,
consentent à mourir loin de tes feux, sur les routes
en mer ou plus haut que les nuages, ayant franchi
la barrière et brisé les dernières images
qui les retenaient par les cheveux.
Ils furent tes hôtes improvisés, tes ouvriers
de la dernière heure, ces amants que la pluie emporte
avec le sable des lampes
vers une mer plus vaste et inutile, et tous
maintenant que l’échafaudage du rêve est tombé
avec la nuit, qu’il n’y a plus rien à faire qu’attendre
tous, ils se souviennent de ton ventre, de tes genoux
de tes yeux enfouis dans la douce lumière d’hiver
de ta chaleur de chienne
et de ton jardin plein de mousse aux parfums emmêlés
comme les boucles des anges dans la sapinière de minuit.
Ô mémoire, belle prisonnière du vent
que nul en sa déroute ne délie
même s’il a perdu son nom et sa femme et sa folie
mémoire, notre unique bagage en ce lieu sans racines
(mais quoi d’autre opposer à l’angoisse qui nous serre
les uns contre les autres, tous étrangers pourtant
et bien plus solitaires qu’un buis crucifié
dans l’infernal été des granges, oui, quel autre fil
pour ne pas céder dans le labyrinthe
à l’aride existence des momies?)

Ô cuisine tellement ouverte et si chaude en ta douleur
depuis toujours, par tous les temps, que tu peux dire Allez
voir ailleurs si j’y suis, dans un mouvement d’humeur
on sait que tu es là, que tu attends comme la nuit
l’exaltation des voix, des rires, et la tablée
où, comme un cœur bien accroché à la louche qui verse
le printemps dans les assiettes, tu souris
aux ombres du miroir rouillé et te perds
dans les pas d’autrefois les souvenirs blancs ou noirs
l’odeur entêtée du lilas enfermant le couloir
comme une chambre à jamais close où défilent
un par un les morts aimés et les autres
par exemple celui-là qui s’en fut en Abyssinie
étreindre une rose vive – peine perdue – et cet autre
pour l’amour d’un cheval, qui devint fou, tous
tu les rassembles autour de la table
comme les seins, la tête, les jambes, les deux ailes
de la maison, sans oublier ce qui fut la part de chacun :
l’eau, le sel, le sucrier et la vaisselle
– et le temps passe ainsi, le feu s’est éteint
les ombres ont repris leur face inconsolable
Patience ! tu reconstitues pour les bois qui geignent
et pour la comptine muette de l’escalier
pièce à pièce, ce puzzle si longuement brouillé :
la vie d’une cuisine en province.

 
*
I vagabondi

.
Questo corpo spalancato prima dell’alba e che la notte
non chiude mai del tutto oh cucina d’infanzia
se lo consegni è passo dopo passo
a chi, nell’ombra come noi,
acconsente a morire lontano dai tuoi fuochi, sulle strade
in mare o più in alto delle nuvole, dopo aver superato
la barriera e spezzato le ultime immagini
che lo tenevano per i capelli.
Furono i tuoi ospiti a sorpresa, i tuoi operai
dell’ultima ora, questi amanti che la pioggia porta via
con la sabbia dei lampi
verso un mare più vasto e inutile, e tutti
ora che l’impalcatura del sogno è caduta
con la notte, e non resta che attendere
tutti, ricordano il tuo ventre, le tue ginocchia
i tuoi occhi fuggiti nella dolce luce d’inverno
il tuo calore di cagna
e il tuo giardino colmo di muschio dai profumi intrecciati
come i boccoli degli angeli nell’abetaia di mezzanotte.
Oh memoria, bella prigioniera del vento
che nessuno nella sua disfatta disfa
perfino se ha perduto il nome e la donna e la follia
memoria, nostro unico bagaglio in questo luogo senza radici
(ma che altro opporre all’angoscia che ci serra
gli uni contro gli altri, eppure tutti estranei
e ben più solitari di un bosso crocifisso
nell’estate infernale dei granai, sì, quale altro filo
per non cedere nel labirinto
all’arida esistenza delle mummie?)
O cucina talmente aperta e così calda nel tuo dolore
da sempre, per tutto il tempo, da poter dire Andate pure
a vedere se mi trovate altrove, in un moto di stizza
sappiamo che ci sei, che aspetti come la notte
l’esaltazione delle voci, delle grida e la tavolata dove,
come un cuore attaccato al mestolo che versa
la primavera nei piatti, sorridi
alle ombre dello specchio arrugginito e ti perdi
nei passi di allora i ricordi bianchi o neri
nell’odore persistente dei lillà che blocca il corridoio
come una stanza chiusa per sempre dove sfilano
uno dopo l’altro i morti amati e gli altri
per esempio quello fuggito in Abissinia ad abbracciare
una rosa viva – pena perduta – e chi
per amore di un cavallo impazzì, tutti
attorno alla tavola tu li raduni
come i seni, la testa, le gambe, le due ali
della casa, senza scordare quale fu la parte di ciascuno:
l’acqua, il sale, la zuccheriera e i piatti
– e così il tempo trascorre, il fuoco si è spento
le ombre hanno un viso inconsolabile di nuovo
Pazienza! Ricostruisci per i boschi che gemono
e per la conta muta della scala
pezzo per pezzo, questo puzzle rimasto così a lungo confuso:
la vita di una cucina in provincia.

 
*
HÔTEL ROMA, 27 AOÛT 1950
(Cesare Pavese, 1)

Laisse la nuit sur ses chemins, il n’est plus temps
de chercher la lampe que les terrassiers ont enfouie
avec tes yeux sous la montagne de l’aube
chacun déjà se lève tire les rideaux prononce pour soi
des paroles qui n’ont pas de versant
sinon peut-être derrière la cloison invisible
ce mort qui se lève aussi et continue
dans une autre lumière
la tranchée ouverte au milieu de la chambre
dont la terre s’éboule à chacun de tes pas

 

*
HOTEL ROMA, 27 AGOSTO 1950
(Cesare Pavese, 1)

Lascia la notte sui suoi cammini, non è più tempo
di cercare la lampada sottratta dagli scavatori
assieme ai tuoi occhi sul monte dell’alba
ognuno già si alza tira le tende e pronuncia per sé
parole che non hanno versante
salvo forse dietro l’invisibile tramezzo
questo morto che si alza anche e prosegue
dentro una luce differente
la trincea aperta nel centro della stanza
di cui frana la terra sotto ogni tuo passo

 
*
CESARE PAVESE, 2

La fenêtre qui donne sur les quais
n’arrête pas la marche des trains
pas plus que la lumière n’arrête
la main qui tire les rideaux
tout juste si parfois du mur
un peu de plâtre se détache
un pétale touche le guéridon
il arrive aussi qu’un homme
laisse tomber son corps
sans réveiller personne

 
*
CESARE PAVESE, 2

Il finestrino che dà sul binario
non ferma la corsa dei treni
più di quanto non fermi la luce
la mano che tira le tende
già tanto se talvolta dal muro
un poco di gesso si stacca
un petalo tocca il tavolino
capita anche che un uomo
lasci cadere il suo corpo
senza svegliare nessuno

 
*
CESARE PAVESE, 3

Toujours les fables recommencent
et l’enfant prodigue revient au pays
sans hâte ni bagage car il a grandi
connu les femmes, et ses yeux fatigués
ont perdu le fil de la vie
Reste la nuit, colline endormie sous la paupière
et lui n’a plus le cœur de la réveiller
sachant que rien ne lavera le sang sous la vigne
des premiers jours heureux
auprès du maître de maison

 
*
CESARE PAVESE, 3

Le favole ricominciano sempre
e il figliol prodigo torna al paese
senza fretta né bagaglio perché è cresciuto
ha conosciuto le donne, e i suoi occhi stanchi
hanno perduto il filo della vita
Resta la notte, collina addormentata sotto la palpebra
e lui non ha più il coraggio di risvegliarla
sapendo che nulla laverà il sangue sotto la vigna
dei primi giorni felici
accanto al padrone di casa.

 
*
Cet étranger paumes tendues
dans la ville aveugle est-ce toi
marchant parmi les visages qui gardent
leur secret comme ce vase grec
dans la vitrine garde ton visage
est-ce toi ce masque d’argile et de cendre
que le temps mord sans qu’un seul cri
s’échappe, toi ce guerrier brandissant
l’épée contre le ciel sans voir
sous son pied la terre qui s’effrite
toi ce voleur de mots
qui n’a jamais pu lire
par-dessus sa propre épaule

 
*
Questo straniero coi palmi protesi
nella città cieca sei forse tu
che cammini tra i visi che custodiscono
il proprio segreto come questo vaso greco
nella teca custodisce il tuo viso
sei forse tu questa maschera di cenere e argilla
che il tempo morde senza che un grido soltanto
ne sfugga, tu questo guerriero che brandisce
la spada contro il cielo senza vedere
sotto il suo piede la terra sgretolarsi
tu questo ladro di parole
che non ha mai potuto leggere
al di sopra della propria spalla

 
*
Mais revenir est une autre aventure
que la fuite dans la nuit
avec une rose qui ne sait rire et pleurer
et le petit grognard de plomb qui coupe
à travers la doublure et qu’on n’a pu laisser
sur la table parmi la monnaie.
Revenir ce n’est pas le chemin d’habitude
ni la terre au bout qui bâille contre la haie
ni la mer de rêve plus rose et violente
que le tango du ciel dans les blés mûrs, ce n’est pas
la maison d’enfance avec ses tuiles décharnées
et la grange perclue de rheumatismes qui s’accroche.
Non, revenir n’est pas regarder en arrière
mais déposer devant soi dans l’herbe ce petit soldat
et le voir marcher à nouveau, cueillir une rose
et te la lancer en passant, toi qui jamais
n’ast su partir.

 
*
Ma tornare è altra avventura
dalla fuga dentro la notte
con una rosa che ignora sia riso che pianto
e il soldatino di piombo che taglia attraverso
la fodera e che non hai potuto lasciare
sul tavolo tra le monete.
Tornare non è il cammino consueto o la terra
che si apre contro la siepe là in fondo
né il mare di sogni più rosato e violento
del tango del cielo dentro il grano maturo, non è
la casa d’infanzia con le tegole erose e il granaio
paralizzato dai reumatismi accasciato.
No, tornare non è guardarsi alle spalle
ma deporsi davanti nell’erba questo soldatino
e vederlo marciare di nuovo, cogliere una rosa
e lanciarla nel passare, a te che mai
hai saputo partire.

Guy Goffette
(Traduzione di Chiara De Luca)

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Commenti

  1. je suis vraiment déçue des produits des 3suisses.
    en effet les vetements sont hasbeen et ne refléte pas les
    gouts vestimentaires de notre epoque. son concurrent leplus proche
    lui essaye d’etre à la mode pour une catégorie de leur client et propose
    egalement des produits pour les personnes plus classique.
    de plus la qualité des vetements (souvent acrylique ou coton simple) ne me donne vraiment plus
    envie de surfer sur leur site. d’ailleur il ne fait plus
    parti de mes favoris. vraiment ils n’ont pas réussi a traverser le temps avec brio!

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