“Poeti da riscoprire”, Nadia Campana

Nadia Campana 2[1]

Progetto editoriale ideato e curato da Fabrizio Fantoni con la collaborazione di Luigia Sorrentino
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Gabriella Sica ci fa dono di due dei suoi scritti su Nadia Campana (il primo del 2004 e il secondo del 2014, inedito)  e di una foto inedita di Nadia Campana. Più sotto, un’altra foto inedita di Nadia Campana per gentile concessione di Milo De Angelis.

Nadia Campana e il respiro 1

di Gabriella Sica

Nadia Campana era nata l’11 ottobre del 1954 a Cesena, nell’oscillante e instabile equilibrio della Bilancia. Anche lei, dunque, aveva trascorso l’infanzia nella campagna povera e umana degli anni Cinquanta, portandone sempre e segretamente l’inconfondibile impronta. Le piaceva ascoltare i rumori della natura, camminare lungo il fiume, insegnare ai bambini. “Vengo dalle campagne romagnole”, aveva scritto, come mi dice l’amica Maria Pia Quintavalla, in una lettera milanese, non credetemi una donna moderna o una diva. Si firmava infatti Nadia, più secco e letterario, e non Nadiella, come pare fosse il suo nome all’anagrafe e in famiglia, con quelle doppie finali troppo confidenziali. Perché a lei piaceva fare la diva, seduttiva e, apparentemente, impietosa degli uomini, bella com’era, con quegli occhi neri di brace e quel taglio svelto dei capelli lisci e neri a caschetto e la frangetta a carrè che sono, nel mio ricordo, il suo più evidente carattere fisico. Aveva un volto tagliente e intenso, il corpo slanciato e atletico, allenato dallo sport. Alle scalate e alle corse l’aveva avviata il padre amato, scomparso quand’era poco più che bambina. Si muoveva in città con innocenza e baldanza amazzonica, quasi si cimentasse sempre in una sfida senza sapere di votarsi, con la sua sensibilità estrema, allo scacco, fragile e smarrita. Aveva infatti una delicatezza di farfalla; fuggiva e tornava con misteriose telefonate, tallonata dalla passione della perfezione. Non voleva affidarsi e donarsi, ma naturalmente cercava solo l’amore, sempre sbilanciata verso l’istinto, in quegli anni di difficile transito dai Settanta agli Ottanta quando improvvisamente la deriva esistenziale e formale apparve, a chi cominciava a cimentarsi con la scrittura, qualcosa da allontanare con forza. Almeno per chi quella forza dimostrava di averla, come Nadia.

A Milano, dov’era andata ad abitare da sola, in via Vallazze 62, vicino all’università, aveva seguito il suo apprendistato letterario. Si era laureata con una tesi su Antonio Porta, che l’aveva poi seguita con attenzione. Le sue poesie, “le prime cose”, recano ancora la traccia sperimentale dell’incompiutezza che scomparirà nell’incandescenza delle ultime cose, nate sulla vertigine dello squilibrio. Si era avvicinata ai poeti della rivista “Niebo”, in particolare a Milo De Angelis, condividendone il senso “tragico” e radicale della poesia. Ma non le bastava. Cercava rapporti di sorellanza letteraria, amicizie femminili vicine e lontane: “ardi sorella …ardi sorella”. Amava Emily Dickinson: il suo modo di scrivere “spasmodico” e “sfrenato” e la sua persona “snervante” e solitaria non le erano certo estranei. E l’aveva meravigliosamente tradotta in un volume pubblicato da Feltrinelli, grazie a Antonio Porta, nel 1983, Le stanze d’alabastro. Centoquaranta poesie inedite in Italia con testo a fronte. Anche per questo lavoro di traduzione andava a Londra. Era affascinata dalle figure greche, Artemide, Antigone e le Amazzoni, che ritrovava nel mondo anglosassone dell’Ottocento, in scrittrici come Emily Brontë.

Enigmatica e sfuggente, disponibile all’offerta di sé, ma anche al raggelamento dell’interlocutore, scrive: “splendi mente verso il giorno / sul tuo folle diamante”. E ancora: “punta tenera di un dardo / ora io esisto ancora /sfinita dal correre è vero”. Sulla “lunga pianura immaginaria” sfreccia il dardo folgorante della sua parola, intessuta di sensi profondi, metafore e misteriose analogie, lievitante di un’immaginazione febbrile. Pubblica poesie su “Niebo” e sulla rivista romagnola di Rosita Copioli, “L’altro versante”, condividendone l’appartenenza alla terra d’origine, dove tornava sempre, e di più negli ultimi tempi, a trovare i compagni di scuola, a cercare di riannodare quel filo d’infanzia spezzato dalla morte del padre.

Ma intanto scrivere non è più possibile, le parole sono chiuse nella gola, la voce strozzata. C’era già silenzio nella sua poesia, e spazi d’abissi, senza la pausa d’un punto familiare. Non riusciva più a disciplinare le forze disparate, a contenere il cuore pesante, a trovare un’armonia impossibile.

Nadia amava Antonia Pozzi, la sentiva affine, anche lei poeta e amante delle “scalate”, allenata al respiro, trovata morta, a ventisei anni, la mattina del 3 dicembre del 1938, alla periferia di Milano. E, quasi prefigurando per sé lo stesso destino, scriveva: “già veduto già rotolato / già rimando il corpo sospeso / tra le rocce lacerato / … / s’era gettata seguendo il fondo / … / sagome di petali neri / bisanzio trasformazione”. E ancora: “si alza il corpo tra bolle e volo / e l’acqua che lo vede non sa più / si chiede se è già cielo”.

Anche Nadia fu trovata alla periferia di Milano, in un freddo e iper-moderno incrocio di tangenziali, la mattina del 6 giugno del 1985, a trentuno anni, “sfinita dal correre”, dalla sua stessa invocazione, “il coltello segava segava / datemi un pane datemi un pane”, dal compito che si era data: “eseguire la caduta / usare le labbra”.

“All’ultimo tumulto dei binari / hai la tua pace, dove la città / in un volo di ponti e di viali / si getta alla campagna”, aveva scritto Vittorio Sereni di Antonia. In una singolare specularità di luoghi e affinità di vite, sulla stessa “linea lombarda” ma a distanza di quarantasette anni, quasi in un ripetersi di uno stesso tragico accumulo di linee spezzate, Milo De Angelis scrive di Nadia: “Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia / … / dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto / del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo, / è lo stesso che una volta chiamai amore, qui / nella nebbia della Comasina”. Milano torna “muta e infinita”, dove “spira un vento che assomiglia a pietra”. E noi le rivediamo quelle ragazze “col fiato incrinato” su cui premono il silenzio e le folate di gelo, le rileggiamo con i versi di Nadia: “A corsa di ore un vento gigante / chiede la storia delle biciclette / e delle ragazze innamorate”.

Il solco enigmatico tra fame e riverenza, tra incontro e separazione, tra velocità e morte si era ricomposto. Nadia aveva detto no, no a tutti gli inibitori del respiro e della poesia. In un estremo volo d’angelo a verticale dal ponte di via Corelli, era caduta per poter risalire. Espirare, scendere con il corpo perché si levasse la poesia. È l’estrema “svolta” del respiro per lei che correva sempre, “imperdonabile” Nadia, libera e bella. Prima di sparire era tornata per l’ultima volta a Cesena, aveva messo la casa in ordine.

Milo De Angelis, con l’amico cesenate Giovanni Turci, raccoglie le poesie in un volume che viene edito da Crocetti nel 1990, con il titolo “Verso la mente”.

Nadia stessa mi aveva dato da pubblicare un fascicoletto di 9 poesie, di cui ne ritrovo solo 5 tra le 68 del volume postumo, e comunque tutte in lezioni diverse. Poesie numerate da uno a nove, inserite nella rubrica “Parabole”, con il titolo “Le prime cose”, e uscite postume sul numero 2 di “Prato pagano”, nell’autunno del 1985. Stranamente non viene inserita, mi pare, la poesia che inizia: “splendi mente verso il giorno”, che echeggia nel titolo del libro postumo.

Per una singolare coincidenza, nello stesso numero di “Prato pagano” compaiono le poesie di Beppe Salvia, un altro poeta che era nato come lei nel 1954, pur provenendo geograficamente dai poli opposti dell’Italia. Anche lui, il 6 aprile dello stesso anno, a Roma, aveva scelto di lasciarsi andare dal balcone di casa. Due città, due poeti, la stessa età, lo stesso destino. Non credo che si conoscessero, ma entrambi avevano detto no, entrambi compagni di strada di una generazione che ha avuto apparentemente tutto, ma in realtà ha goduto solo di “briciole di festa”, assediata dal deserto che si faceva spazio nel mondo contemporaneo. E tuttavia già oltre il moderno, nel cuore degli anni Ottanta, oltre anche quello che è venuto dopo la modernità, quasi a suggello della fine di un secolo che si è rivelato in tutta la sua tragicità. Appartenenti entrambi a una generazione nata sulle braci di quel secolo tragico, dal nulla e da una lingua del silenzio, e tuttavia rigenerata in sé e tornata a inseminare la parola e a restituirle una forza, il senso. Per essere poeti, occorreva un atto estremo, un atto di rifondazione del senso. Beppe l’aveva strepitosamente compiuto nelle sue splendide poesie, Nadia l’aveva romanticamente invocato mentre “il cielo sale dal pozzo”.

1. Gabriella Sica, Nadia Campana, in: “Femminile plurale. Voci della poesia italiana dal 1968 al 2002”, a cura di Maria Pia Ammirati e Ornella Palumbo, Catanzaro, Abramo, 2003, poi, in versione integrale, “Nadia Campana e il respiro”, in “Leggere donna”, n. 109, marzo-aprile 2004.

 

nadia_campanaTornando a Nadia Campana e al respiro (Inedito)

Riprendo le poesie di Nadia a distanza di più di dieci anni dal mio scritto, Nadia Campana e il respiro, che credo sia stato un primo breve tentativo critico, a grande distanza ormai da quel terribile 1985 della sua scomparsa, un anno traumatico per la mia generazione, per noi: “Noi, la lunga pianura immaginaria / ci inghiotte come sacramenti della notte”. Così inizia il suo unico libro. Avevamo davanti quella “lunga pianura immaginaria” della poesia che non è stata affatto “lunga” e in cui si è presto spalancata la “bocca del pozzo”. Noi, e qualcuno più di noi, “lacerati nella lacerazione”. Anni di “carestia” mi è recentemente capitato di scrivere, per affamati e assetati, niente affatto in sintonia con un decennio che si vuole sia stato leggero e gaudente. Scrive Nadia: “l’inizio era maestro di sogni / per corse da giocare in futuro”. Ma l’infanzia con i suoi dolori (ossessivo il pensiero della morte del padre) non la lascia libera.

In un paio di conversazioni avute con Giovanni Turci nel 2004, quando in due occasioni pubbliche è gentilmente venuto a Roma per incontrarmi, ho avuto alcune informazioni più precise sui testi pubblicati da Nadia su “Prato pagano” e intitolate Le prime cose. Furono in realtà queste poesie le ultime cose, le ultime da lei preparate per una rivista. Come un musicista jazz che elabori testi già scritti, alcuni pezzi forse davvero tra i primi, e altri successivi, in modo da creare una sessione continua, mi dice Turci, Nadia aveva preparato proprio per “Prato pagano” un lavoro originale. L’aveva dunque rielaborato appositamente per realizzare, nonostante da più di un anno non scrivesse più, qualcosa di nuovo per questa rivista a cui molto molto. Ecco dunque perché appaiono le stesse poesie su “Prato pagano” e nel libro postumo Verso la mente in versioni diverse: lei stessa era intervenuta sui suoi versi che sono dunque da intendersi come edizioni definitive. Le prime cose erano tali, cioè primarie, anche nel senso specifico di Nadia Campana, di ritorno agli elementi primigeni, come l’acqua, l’aria, il vento: “l’acqua, il vento, la sanità delle prime cose”. L’acqua come liquido amniotico e il vento come ispirazione.

Inoltre Turci fa osservazioni sul mio confronto Pozzi-Sereni e Campana-De Angelis: sarebbero, a suo dire, più fredde le poesie di Sereni, più partecipi quelle di De Angelis che ha scritto di Nadia. Mi racconta della visita di Milo insieme a lui e a Marta Bergamini al cimitero di Cesena, sulla tomba di Nadia: “Attendiamo che ci apra la porta…”. La chiusura della porta Nadia l’aveva trasformata in apertura con il suo acuto sguardo poetico.

Sereni dedica all’amica Antonia una poesia dolente e spoglia, di “sbandamento verso il passato” come lui stesso scrive, in cui rievoca Chiaravalle, il luogo del suicidio, là dove la città “si getta alla campagna”, e in cui ricorda l’amica d’università ancora viva nel pensiero. E quando Antonia va verso il luogo che si è tragicamente prefissata porta con sé una poesia di Sereni, Diana, scritta poco prima ma in cui Sereni, a sua insaputa e indirettamente, sembra anticipare, con la forza della poesia, quello che accadrà, e già c’è il suo rimprovero per quella morte cercata: “e il canto che avevi, amica, sulla sera / torna a dolere qui dentro, / alita sulla memoria / a rimproverarti la morte”.

In Distante un padre del 1989 Milo De Angelis ricorda in almeno due poesie Nadia. In Tartarughe dal becco d’ansia la fa parlare in prima persona: “Sono lucentezza e disunione / Jean Seberg mi chiamavano da piccola / Sono una stella dal talento casuale”. L’altra poesia, intitolata proprio Verso la mente, inizia così: “Prima che dormissero le mirabelle / e la vera carta diventasse cieca / indietreggiò sentendosi / colpita…”. In Biografia sommaria del 1999 Milo le dedica ancora una poesia, ampia e autobiografica, sullo sfondo di una Milano “muta e infinita”, Cartina muta, in cui a fatica prova a ricordare esattamente quello che accadde, “i fatti e le parole” che si scambiarono, davanti a un chiosco, con “due bicchieri di vino rosso”, nella sua “ultima giornata”.

Involontariamente sono tornata ancora a Nadia, all’amica (affettuosa e fuggitiva) di pochi incontri e di qualche telefonata, in un immaginario ponte Milano-Roma, in cui si parlava rigorosamente di due argomenti: amore (difficile, molto difficile) e di poesia (non ci sfiorava ancora, almeno per quanto mi riguarda, il pensiero dell’immane peso di quella bisaccia che ci si era messa sulle spalle, come niente fosse).

Ci sono tornata nel 2010. “Sentii un funerale nel cervello”. Nadia Campana è un capitolo del mio libro “Emily e le Altre”. Con 56 poesie dedicate a Emily Dickinson. Il verso è della Dickinson che Nadia aveva tradotto con perizia ne Le stanze d’alabastro, in un confronto impavido con una maestra assoluta della poesia. Prima in assoluto Nadia tra le altre della sua generazione che si sono cimentate nella stessa impresa di rilettura della grande Emily. Aveva preso forma nella mia mente, in quel libro nato quasi per caso e forzando un po’ le cose, ma in obbedienza a una mia fantasia, una costellazione di stelle splendenti di luce propria, ma anche casualmente di amiche a me care, lette o conosciute, e tutte mirabilmente legate al filo tenace della Dickinson.

Singolari prospettive e postazioni quelle che ancora ora mi figuro. Nadia che legge le poesie della Rosselli. C’è una traccia di questo nelle sue poesie convulse, piene di inciampi e salti, che si allargano occupando tutta la riga, e dove il pensiero inverte sistematicamente la sua marcia, calamitato da un disturbo che proviene dall’infanzia, dal trauma anche per lei della morte del padre. E poi figurarmi Amelia, in procinto di tradurre la Dickinson, alle soglie della propria morte, che legge le traduzioni di Nadia, più giovane e che già non c’è più, e lei lo sa bene in che modo è morta. C’è una prova di questa lettura, dal momento che nel Fondo Manoscritti di Pavia, dove sono conservate le carte rosselliane, ci sono le fotocopie de Le stanze di alabastro della Campana. Gioco severo di sguardi empatici e movimenti di fuga dalla gabbia e di spiragli.

Una poesia strozzata quella del secondo Novecento. E coloro che hanno provato di nuovo a sillabare un’apertura sono caduti sul “campo di battaglia” o hanno appena fatto in tempo a constatare che “non ci sono reti al volo”. “Campo di battaglia” (Castelvecchi, 2005) è il titolo della mia introduzione al volume di Flavia Giacomozzi che ha lo stesso titolo, in cui ricordo quegli anni e in cui compaiono le poesie di Nadia Campana che già erano apparse su “Prato pagano”.

Nel frattempo sono apparsi in rete, come posso constatare cliccando il nome di Nadia, contributi affettuosi degli amici.

Come il ricordo partecipe e dolente di Maria Pia Quintavalla, amica milanese di allegre serate e lunghi viaggi, che riprende il confronto che a me pareva all’inizio azzardato tra la Pozzi e la Campana e che invece ha una sua duratura verità.

verso-la-mente-campanaE il contributo molto interessante dell’amico V.S. Gaudio che la ricorda per la prima volta dopo aver presentato uno scritto inedito di Nadia, intitolato Da Lolou Brooks a Sada: il profumo glaciale del Vaso di Pandora, sul film di Nagisa Oshima, uno scritto terribilmente autobiografico e di notevoli affondi del pensiero sull’orlo dell’abisso, dove desiderio di assoluto ed eternità e amore erotico si fondono nella morte, “dove la morte è il limite da toccare, oltrepassare e significare affinché l’amore fiorisca nel dopo”. L’itinerario cinematografico, dall’attrice americana con il suo stesso caschetto nero, Louise Brooks, a Sada, la protagonista del film di Oshima, non è per Nadia che il percorso illusorio verso la più reale e devastante apertura del vaso di Pandora, con la fuoriuscita dei mali del mondo.

Sarebbe ora di raccogliere i suoi testi in prosa, come questo appena citato e altri bellissimi, come Visione postuma e Serena vista, apparsi in un numero, a lei dedicato e curato da Giovanni Turci, della rivista “Tratti”, n. II, uscito nell’autunno del 1987. Con stupore rileggiamo le sue frasi precise e splendenti sui compiti del poeta, “ora che tutti i registri sono possibili e i media salgono in modo soffocante”. “Destino di questo tragitto non può essere alla fine che l’autoesclusione dell’autore, anche del suo corpo in certi casi”. Amore, eros e autocancellazione si intrecciano nel suo pensiero. E trova subito quello che fa al suo caso, come riportiamo da Visione postuma, senza aggiungere troppe parole di cui non si sente il bisogno: “Non sapendo come sfuggire all’orrore, cercò rifugio, a caso, nella morte, infilando la testa in un cappio come sotto un guanciale. Pasternak in questo profilo di Marina Cvetaeva suicida coglie intensamente quel passaggio inesorabile da amore a dissoluzione del desiderio fino a volontà di addormentarsi, per sempre”. E ci stupisce e ci è di grande lezione il sentire di Nadia “l’intollerabile disagio di fronte a chi – perduta la sua fede nell’essere autore – voleva spettatori, come se non spasimasse davvero, ma fosse attore di quegli spasimi”.

Sarà per questo che per un paio di volte Nadia ha saltato l’appuntamento che aveva con me. Aveva altro per la testa. Del resto spesso scompariva e ricompariva, come il battito del respiro. Così si conclude una poesia di Nadia: “e comunque non sono sola / un amante per me è / lo spazio / e il nostro amante comune / è il respiro / noi non siamo soli / nel respiro e nell’azzurro noi ci vediamo”. Tutto quello che ci serve, il respiro, alle sorelle che si sono spese come sempre e più di sempre, inflessibili nel dono di se stesse e al tempo stesso terribilmente ritrose.

Nadia cammina in “dodici o tredici piedi d’acqua” che si fanno di pietra, lei stessa impietrita dallo choc che porta in sé, dal suo gesto. Scrive Amelia: “Noialtri ce ne ridiamo della bufera” (cioè, aggiungo, di Montale o magari di un uomo). Eppure arriva un momento in cui il nostro io non compare più nella storia ma è la storia che compare nell’io a forma di corpo, che naturalmente si ammala per il dolore, non ce la fa più a respirare.

17-20 febbraio 2014

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Da: “Verso la mente“, di Nadia Campana, a cura di Milo De Angelis e Giovanni Turci, Crocetti, 1990

Dalla sezione VERSO LA MENTE

LE GIOIE DEL DECLASSATO

Che mi lasci guidare prematura
farmi portare impadronita
non reggono al confronto delle braccia
valigie piene di esempi
folate indicano il cappello soltanto
mutandosi in fili spazzati
e semi non custoditi in direzione
barca abbandonata lungo il fiume
guardo il ponte, un vero confine,
strappo le tasche e dal biglietto la sua fede:
si scioglie sulla guancia
la gioia del declassato.

Avendo già avuto a che fare
con la resa, scelgo
le processioni del riposo.
Io e la luna sorgente
in un punto remoto assonnate come cani

compressa da fatiche piagata
spostando di qualche strada i passi, spiccano
una dopo l’altra tenaci uguaglianze di tempo.

***

Ho fatto un grande sogno ma non me ne ricordo
niente babbo amiamo le teste bruciate
dell’amore ma non la misericordia e
i chiodi come coltelli di gelosia
tra poco cadrà la strada su di te
spergiuro sulla mia infanzia scrivo
lettere, se non mi dai da mangiare
i capelli mi diventeranno come crine
e come un fucile. Notte di lupi
sprangare l’angelo del vento
qui è la piega
dove non sarà nuovo morire

***

Nella foto gli angoli della bocca
si stringono in un sorriso
con il dito sento ancora il furore
mettersi contro il muro
guardavo su
pensavo ai pianeti
che cos’era: era il fondocampo
il gruppo dei movimenti da una zona all’altra
l’andatura della bilancia
in un sonno profondo scrutare
e vedere sopra la testa i viaggiatori

***

dalla sezione ORARI

ANCORA UN SOGNO

Ti inoltri e ne fai a meno, tempo sintetico anticipi
in ogni sfumatura il bersaglio. vedi un ponte e un
pilone che non avevi mai notato, è molto bello, non
te lo aspettavi e ora resiste. da dove? chi l’ha
ispirato? certamente qualcosa, il caso forse. le facce her-
mose dei treni esempi ogni tanto di invisibilità.
affinarsi luci forti potenze di cui non sanno
inesplose. conta le ore – l’ora, questo. le abitu-
dini diventate impercettibili perdendo a poco a poco
la loro sostanza e tu appoggiato a quel parapetto vedi
alla fine come in un negativo

***

Come un folle mago mi estraggo
dal petto la sete
bianco, giallo, stracci di ogni colore
spira il vento che assomiglia a pietra
sporge la gamba
accenna un passo di danza
s’incrina il bacino
si perde l’equilibrio
sul volto scende la saliva

***

Perché cresca la luce
perché cresca il buio
perché al chiuso – questo –
crollano umani
rivestono di pori le gocce
d’oscuro chiama la schiuma
accesa tondo rovescia
oscuro più oscuro
annaspandoti, e tu mia mente

Commenti (3)

  1. Un ricordo di Nadia, di cui non ho mai conosciuto il corpo ma ugualmente sento vicina l’anima, che mi ha emozionata. Ricordare, comprendere che i travagli della mente sono sempre pronti a divorarci e dobbiamo imparare a difenderci perché altro non siamo che difettosi esseri a cui a volte è permessa la perfezione, ma solo per un istante, forse aiuta. Sicuramente aiuta.

  2. E’ un vero piacere, leggere questi interventi, il primo a me noto, seppure riadattato, e il secondo inedito.Durante l’incontro a Book City di recente sviluppato nel novembre 2013, per rivedere la portata della sua scrittura, (rilanciarne anche la ristampa) sono riemerse le figure di formazione, le donne incontrate, scrittrici che la ispirarono, ma soprattutto il suo pensiero e poetica, fortemente a rischio, e e profetica del molto che si stava simbolizzando, nella generazione delle libertà femminili -come sfondo – accanto ai deserti assoluti, ereditati dagli anni di piombo; ma anche la divaricazione non sanabile tra arte e vita (così come accaduto alla Pozzi). Sono d’accordo ci siano tracce anche nelle coeva, forse presente in sottotraccia, Rosselli, e che il filo delle affinità elettive si confermò tenace (Porta, Cvetaeva, Plath, Celan, poi gli incontri del destino: De Angelis e la Dickinson, due opposti poli del assillante “chi sono io, chi sei tu” che Essa abitò, eseguì fino all’ultimo. E l’oscuro con le sue emersioni e lampi; le sue lettere al mondo “che a me non scrisse mai” ( il mandato dickinsoniano) fino a intravedere la Circonferenza, e l’ignoto cavaliere…Maria Pia Quintavalla

  3. Pingback: Su “Visione postuma” di Nadia Campana | Poliscritture.it

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