Andrea Nicolaevic Ruffolo

andrea_ruffolo
E’ in libreria “Se questo è un padre“, memorie di un padre incompreso, di Andrea Nikolaevic Ruffolo, Effigi Editore 2014. Riportiamo, di seguito, la prefazione di Maria Rita Parsi e l’introduzione  di Stefano Adami, oltre alla premessa dell’autore.

PREFAZIONE

Maria Rita Parsi

Un racconto rivoluzionario se per rivoluzionario si intende il ruolo che generalmente attribuiamo a padri e madri nella cura e nell’assiduità con i figli. Una conseguenza dei grandi cambiamenti che hanno interessato la società post-industriale e l’ingresso della donna nel mondo del lavoro e nella ripartizione dei diritti-doveri non solo nella società, ma anche nella famiglia dove all’impegno lavorativo della donna-madre ha corrisposto una maggiore presenza intramoenia casalinghe dell’uomo-padre.

Una storia che può interessare non solo molti padri, ma anche molti addetti ai lavori o semplicemente chi voglia capire le passioni che si possono generare in situazioni estreme.

Una testimonianza che, per le sue singolari peculiarità e per la lunghezza del dissidio giudiziario, risulta alla fine come il ricordo della nascita e della dissoluzione di una famiglia di oggi che nasce per “via assistita” (con tecniche avanzate di inseminazione) e si dissolve per “via assistita” (attraverso le tecniche antiquate del tribunale).

Un racconto sostenuto da una narrazione ironicamente raffinata, a tratti pungente, al limite del sarcasmo risentito e fantastico forse per esorcizzare il grave morbo della frustrazione.

Se volete incontrare il dolore di un padre straniato, dilaniato, disumanizzato dal troncamento ope iudicis non solo di un rapporto matrimoniale, ma anche di una quotidianità genitoriale, allora troverete nelle parole di Andrea Ruffolo e nel suo periodare, dove le parole colte raggrumano pura sofferenza ferina, la concentrazione esasperata di tale tormento.

“Se questo è un padre” rappresenta la sofferenza impotente, la fonte mai disseccata, anzi, giornalmente rinnovata, di un padre che si vede privato di una figlia amata e desiderata, in base a regole scritte ed a consuetudini che sanciscono, anche oggi con una legge sull’affido condiviso, il primato della madre in caso di separazione e affidamento dei figli.

Per chi legge la vicenda senza saperne gli antefatti – così come si rincorre una trama di un libro, sia pure autobiografico, dunque, si dovrebbe essere preparati all’impatto con l’analisi e l’autoanalisi – la narrazione espressa dall’Autore rappresenta un vero e proprio shock.

La verità dal punto di vista soggettivo fa male e rende compartecipe anche il lettore; vi è un trapasso di strazio che si trasmette insostenibile, che contagia, che piaga dal di dentro.

Andrea si fa utero e viscere che partoriscono la piccola Chicca, tenero, fragile fiore che affronta incolpevole l’accanirsi dei genitori per una guerra che si son dichiarati nell’amarezza di una comune sconfitta, quella di un ectoplasma d’amore.

Chicca appare, dunque, un “bottino di guerra”, il “premio” messo in palio in un saccheggio dove ognuno, compresi gli attori della giustizia, che sono chiamati ad essere arbitri soprattutto della sua sorte, si fanno suoi predatori.

È una bambina piccolissima e disorientata, Chicca, quando i suoi genitori scendono in guerra, una belligeranza che si protrae, per quel che risulta dal testo, per otto, interminabili anni. È una bambina che non ha vissuto abbastanza per potersi mitridatizzare contro lo scontro di livore che si consuma sulla sua testa.

È una bambina, Chicca, che patirà ferite sulla sua personalità, per quelle a lei incomprensibili reazioni e controreazioni che opporranno le sue due stelle polari, i suoi genitori.

La descrizione che, a posteriori, suo padre fa di colei che ha fecondato per eternizzarsi in Chicca, è quindi affetta dal risentimento ed è proprio questo alternarsi di passioni estreme che vanno dall’ammirazione alla svalutazione, che è la parte vera e vitale di un rapporto conflittuale tra due adulti apparentemente così estranei l’uno all’altra che permette di capire come quella particolare donna, così negativa, così estranea e straniera a lui (straniera per davvero, per radici ed abitudini) abbia potuto accendere in lui, come uomo adulto, la fiammella di un sentimento.

Il “diverso”, chi ha origini, comportamenti, percorsi mentali che non ci appartengono, può avvenire che emani verso di noi una fascinazione. Ma si tratta di un percorso effimero e momentaneo, se non si sanno costruire, in due, i ponti del dialogo. Se non ci si impegna, sempre in due, a ravvisare ciò che unisce, piuttosto che ciò che divide. Se non si giunge alla determinazione che ogni personalità, ha eguali aspettative di dignità e rispetto; se non si con-dividono valori ma si coltivano primati di personalità e si riduce ogni interlocuzione all’inseguimento della prevaricazione. Prevaricazione dell’uno sull’altra; dell’altra sull’uno, rispetto alla quale la figlia che si protesta d’amare e si proclama di voler tutelare, diventa semplicemente l’alibi per trasformarsi in comminatori di punizioni, di colpi proibiti, facendo leva su una giustizia che, in molti casi – ed il presente appare uno di questi- solo apparentemente persegue gl’interessi del minore.

Mi chiedevo cosa potrebbe scrivere Chicca di questa guerra dei Roses di cui è stata involontaria e, lentamente, sempre più consapevole, protagonista. Come descriverebbe la convivenza quotidiana con l’amarezza annidata in entrambi i genitori? In che modo esporrebbe il costante dubbio che andrebbe in lei formandosi, una volta raggiunta una maturità d’analisi, se un qualsiasi dono, o la stessa battaglia intrapresa per il suo affidamento, siano stati fatti per amore di lei – un amore accecante, assoluto, avvelenato – oppure se, invece, è lei che i due ex amanti utilizzano per punirsi, l’un l’altro, del deludente esito del loro rapporto?

L’autore ci assicura che, dopo la guerra, la pace è giunta tra i genitori non certo non ponderata, ma in modo inatteso e che Chicca ha potuto recuperare la figura materna, cancellata per un lungo periodo, per andare in soccorso del padre privato di tutto. Chicca è oggi un’adolescente serena e fiera di avere aiutato il padre a non essere umiliato. Ama suo padre e sua madre e questa è la cosa straordinaria insospettabile leggendo le righe di questa guerra di conquista.

E da questo punto di vista il racconto ci fornisce anche un quadro dei comportamenti dei figli che si schierano non solo per opportunismo ma spesso per difendere il genitore visto come il più debole.

Alla fine, come si diceva, ci si schiera dalla parte del protagonista, inevitabilmente, ad onta del senso dell’obiettività, tale è la forza narrativa dell’autore e noi sentiamo come veramente nostra la guerra, la volontà di lottare ad oltranza per ottenere quello che il diritto naturale ci garantisce e la nostra onestà, il nostro amore meritano.

Ci si augura che l’aver trasferito, anche se con una crudezza “eversiva” i moti del suo animo, valga all’Autore la conquista di un nuovo equilibrio, nel suo interesse, ma, soprattutto, in quello di Chicca, che è il bene supremo per il quale vale la pena di impegnarsi noi tutti.

 

INTRODUZIONE

di Stefano Adami

Il libro che voi avete fra le mani presenta alcune felici invenzioni letterarie che vedrete presto e che vale la pena di sottolineare.

(…)

E il racconto di Andrea Ruffolo trasforma felicemente in leggerezza qualcosa che, a conti tutti fatti, è davvero spinoso, pesante. Trasforma in leggerezza una serie di misteri.

Primo mistero: come un amore, un legame di coppia, possa trasformarsi nell’opposto, in una guerra, in una battaglia senza quartiere. Come dall’essere in due si possa passare ad essere metà di se stessi. E come, ahimè, spesso il campo di battaglia su cui queste guerre si combattono siano le anime delle persone, e tra di esse le anime più indifese. È un mistero davvero difficile da pensare, un mistero sempre più presente, attuale, moltiplicato. Un mistero che ci circonda.

Altro mistero: come, date queste condizioni, riuscire a proseguire il percorso.

Ma, si diceva, l’autore riesce a trasformarli in leggerezza. E come ci riesce? Ci riesce, per esempio, con una bella scelta narrativa: quella di aprire ogni capitolo con una domanda o un dialogo dalla figlia al padre, o della figlia con il padre. In tal modo, ogni capitolo non apre con l’oscurità, ma con la luce, con il sorriso; non con un io contro il mondo ma con un io ancora nel mondo. La grazia, ha detto una volta Hemingway, se c’è, si vede quando siamo sotto pressione. E dunque Ruffolo apre ogni capitolo con un tratto di grazia, decisamente.

Quindi se c’è una voce principale, centrale, di questo libro, non è la voce dell’autore, né la voce degli eventi, ma quella della figlia; e se c’è un destinatario assoluto dello stesso, è ancora la figlia.

Altra felice scelta narrativa è la chiave ironica, rabelaisiana, cervantesca, con la quale Ruffolo decide di raccontare un percorso tutto interno alle vicende veramente kafkiane, e sofferenti, e folli, della burocrazia e della giustizia, o meglio: del sistema legale. Attraverso questo percorso di ironica decantazione, l’autore ci fa spesso sorridere, a volte ridere, di situazioni assurde, eppure reali, che dovrebbero essere profonda materia di riflessione.

Ed il sorriso che l’autore ci offre è il primo passo per questa riflessione, questa revisione.

Insomma Ruffolo riesce a trasformare il piombo della sofferenza quotidiana nell’oro dell’affetto, dell’amore tra figlia e padre, della narrazione.

(…)

Facciamo un passo indietro. Avete in mano un libro. Vi farà sorridere, vi farà immaginare, vi farà calare in altri panni, vi farà pensare. Vedrete che sarà proprio così.

PREMESSA

di Andrea Ruffolo

Questo racconto prende 20 anni di vita. Inizia nel 1991 quando mi innamorai della futura madre di mia figlia, fino alla fine della separazione nelle aule di Tribunale litigandoci, a colpi di denunce e tranelli giuridici, il frutto del nostro amore, ormai morto.

20 anni, a pensarci, sono un periodo narrativo perfetto se uno considera che l’Iliade e l’Odissea prendono esattamente questo tempo. Per Omero i primi 10, quelli dell’Iliade, sono dedicati alla guerra e gli ultimi al viaggio e all’amore. Qui le cose sono esattamente invertite.

Ulisse rivide Telemaco dopo 20 anni di distacco, ma in cui il ricordo del padre fu tenuto vivo dalla madre “ancora innamorata”.

Cosa succede all’immagine di un padre o tout court a un padre di oggi quando è sottoposto alla doppia aggressione: quella di un ex-moglie disamorata e quella di una giurisdizione fondamentalmente antipaterna? Certo la società non colpevolizza il padre, se la famiglia è unita o se la madre per qualsiasi ragione non sia più presente: ma se un dissidio sorge tra le due figure, è noto quale sia l’atteggiamento. La madre deve prevalere… a prescindere da ogni valutazione nel merito. Forse è meno noto quello che accade in un figlio.

Bisogna inquadrare giuridicamente la vicenda, svoltasi in questo arco temporale, non solo per il lettore di oggi ma anche per coloro che dovessero leggere a distanza di anni. Chi mastica qualcosa di giurisprudenza familiare, sa che due principi fondamentali di civiltà sanciti dalla Costituzione italiana, “uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge” e “garanzia della proprietà individuale” si subordinano al principio del supremo interesse del minore.

Al fine di garantire questo interesse, la legge sul diritto di famiglia, prevedeva che, in caso di separazione, un solo genitore (nella quasi totalità dei casi la madre) si dovesse prendere cura dei figli con un affido esclusivo. La carneficina causata dall’adozione di questo “affido” è attestata dalle cronache della quotidianità degli ultimi anni: non solo massacri psicologici ma anche fisici. Vere stragi di padri impazziti. Ma anche dopo la riforma che introdusse nel febbraio 2006 l’affido condiviso, l’atteggiamento giurisprudenziale a favore della madre lede tuttora in maniera pesante i diritti dei padri e perciò dei figli. Il tutto in un meccanismo processuale di cui è protagonista la lenta, farraginosa, inconcludente e spesso corrotta macchina burocratica italiana che vanifica completamente l’intento risanativo e protettivo di quell’interesse.

 

(…)

Per ovvie ragioni non potevo essere totalmente imparziale, ma ho adoperato tutto me stesso per rispecchiare il più fedelmente possibile gli eventi e per non inquinare la narrazione con miei personali giudizi. Spero di esserci riuscito. Sono un ecologista.

Infine, poiché nessun fatto è inventato, questo racconto è stato già oggetto di interesse dell’autorità inquirente. C’è sempre qualcuno che si irrita nel ricordargli l’impudica verità. Quel giudice, credo il dodicesimo con cui ho avuto a che fare durante questa storia, non ha dimenticato i presupposti di libertà su cui si fonda la nostra Costituzione e mi ha assolto. Egli ha ritenuto che avessi il diritto di raccontare a mia figlia le vicende prodottesi.

Egli ha, in definitiva, permesso ad altri di leggere queste memorie soprattutto, come dice bene Maria Pita Parsi, nell’interesse di migliorare le cose per i nostri figli.

Insomma, l’ultimo giudice che doveva punirmi per aver denunciato l’operato dei giudici, mi ha invece assolto. E questo in definitiva lascia sempre un po’ di sana speranza per un Paese che ha avuto due giudici tra i suoi massimi eroi civili.

(…)

I veri nomi dei protagonisti di questa storia li ho lasciati, come meritavano, per sempre nel buio. Spero che costoro non me ne vorranno.

 

DUE STRALCI DAL PRIMO CAPITOLO:

(…) Poi continuò:

«Disporrò una CTU, una “perizia psicologica” su tutto il nucleo familiare»

«Anche su mia figlia?… Non si può evitare?»

Mi guardò da parte a parte come se fossi stato trasparente, come se nessuno avesse parlato: l’impenetrabile silenzio che seguì la mia domanda, mi diede contezza che il tempo a mia disposizione era inesorabilmente scaduto.

Si può dire, riadattando le parole di Sacha Gutry su Mozart: il meraviglioso nella musica della Giustizia è che il silenzio che la segue, sempre Giustizia è.

Il silenzio fu riempito dal dolore che, senza bussare, entrò pesantemente nel mio petto a occupare ogni residuo spazio di speranza. Un dolore gelido con cui appena prendevo contatto, ma che mi avrebbe tenuto compagnia per dieci anni, fino quasi a diventarmi amico.

Il facente funzione, l’effe effe del Presidente, mi aveva ascoltato. Aveva assolto, ancora una volta, il suo dovere e ora mi guardava fisso e vuoto come testa gigante dell’isola di Pasqua. Non avevo potuto esprimere un parere, ricevere un suggerimento, un’obiezione, proporre una mediazione. Nulla. Era a posto con la coscienza e tu avevi avuto, da parte paterna, le considerazioni e le debite attenzioni che la Legge tramite mio ti riservava.

Quelle tre domande furono le uniche rivoltemi dall’autorità giudicante per tutta la durata di quel primo processo che si sarebbe concluso dopo soli mesi quaranta e giorni venti.

(…)

E quando si va contro i principi basilari di equità, le conseguenze sono raccapriccianti.

Il 30 marzo del 2003, all’antivigilia della mia forzosa uscita, mi ritrovai inaspettatamente nonno Daniel dentro casa, tornato apposta dalla Francia. Quel giorno, vedendolo lì, disteso comodo sul divano dove era morto mio padre, toccai con mano la realtà: ero ospite sgradito in casa mia, nella casa che era stata dei miei genitori.

Le tue parole di “minore incapace” ora rifulgevano di senno, rispetto alla carneficina operata dall’adulto “capace”, dal signore che decide.

 

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *