Elena Salibra, “Nordiche”

 

 

JOB02414SALIBRA_COVERRecensione di Luigia Sorrentino

“Indugiano i sogni sulla soglia del sonno” scrive Elena Salibra in una delle poesie contenute nella sezione eponima del suo nuovo libro, “Nordiche” (Stampa, 2014), con prefazione di Maurizio Cucchi.

Questo libro, forte ed elegante,  esprime il segno di una vitalità estrema, talvolta anche giocosa, ironica, e, al tempo stesso, traccia con il sangue, un dolore estremo e incancellabile. Due opposti coesistono nell’opera della maturità di Elena Salibra e trovano compatibilità in un perenne contraddittorio.  “Nordiche” sono le città, dove “una notte di intensa luce rischiara”. Terre sulle quali si vorrebbe sostare, nel maggio inoltrato,  ma non si può, non è dato, il viaggio deve proseguire, è necessario avanzare, raggiungere il confine,  dove quasi sempre è buio e vi è solo il chiarore del ghiaccio a illuminare il cammino. Stiamo per raggiungere una terra lontanissima, dove non c’è più alcuna forma di vita apparente: gli enormi ghiacciai del mare glaciale Artico, sono attraversati dal riverbero di una solitaria e pallida traccia di sole. Lì tutto si trasforma in un cristallo, compatto e muto, e  la memoria – ciò che eravamo – si iberna, paralizzata nel tempo.

Con una  lingua leggera e lirica che ha perduto la gravità dell’esistere, l’autrice dèvia, abbandona, frantuma più volte, la linearità del “discorso” di ogni singolo componimento, per scivolare sempre più sul terreno instabile e precario della condizione umana che preme nel costato.
Semplificando si può dire che il nucleo di questa poetica è il nitore di una parola che si avvicina a un corpo di significato cosciente per  poi separarsene, improvvisamente, aprendo la porta ad una realtà parallela e palpitante che chiede di essere affermata con eguale necessità. Il problema centrale che pone questa poesia è la Grande Domanda della poesia: “Qual è il senso della vita e della morte?” La risposta è la necessità di offrire la propria testimonianza nello svolgersi dell’esperienza. Entrando e uscendo dalla percezione di ciò che accade, la Salibra sembra  calzare sulla pelle la maschera di Agamennone e pronuncia le parole dell’inno a Zeus di Eschilo:  “Il dolore che rende folli deve essere cacciato dalla mente con verità”. Occorre cioè soppesare tutte le parole, con rigore, argomentazioni, per raggiungere “un sapere” che non si lascia smentire.  Talvolta, però, il dolore si acutizza, prevale su tutto e fa fatica a separarsi dalla propria sofferenza. Ed allora la Salibra cerca un rimedio,  ingredienti e “ricette” che  rendano sopportabile il male, il passepartout per l’aldilà lo raggiunge pienamente  in “Cosette ospedaliere”, l’ultima sezione del libro, struggente e poetica . Ma l’offerta di un corpo cosciente alla malattia, è, al tempo stesso,  lucida determinazione di liberarsi da essa, con un atto di verità estrema e di potenza sul dolore. Ecco che questa poesia si trasforma in essenza e sostanza dell’umano:  la consapevolezza dell’annientamento trova il suo riparo, si libera dalla paura e dall’insopportabilità del dolore affidandosi alla lucidità della mente.

“L’agonia della  cicala” che non vuole morire, è la prima poesia che incontriamo leggendo il libro di Elena Salibra. Versi in cui pulsa il sangue di un aldiquà, la parola poetica si accanisce su un piccolo corpo straziato: nessuno può salvarlo, nulla è più  possibile contro la terribile mano che lo ha catturato. Indugia la morte, non arriva, l’agonia è lenta. Ma qui la cicala non è quella che canta sugli alberi, è la cicala-crostaceo. Per cuocerla quando è ancora viva si può scegliere di accelerare la sua agonia immergendola nell’olio bollente, oppure, lasciarla annegare, piano piano, nella pentola, osservando con lucida determinazione  la sua estenuante lotta contro la morte. E’ evidente qui che la metafora del “Ricettario” – che dà il titolo alla prima sezione del libro – è la ricerca di una “cura”  che restituisca a un corpo fragile “il sapore” della vita, trovando l’antidoto al veleno della morte. La volontà  “dell’assaporare” e quella “del sapere”, qui coincidono, tra verità e dolore.

Bellissima la poesia “Un colibrì” contenuta nella sezione che ha per titolo “Potature”. Via i rami secchi per curare e prevenire le malattie della pianta, per farla crescere più forte e rigogliosa. E ancora, in questa sezione, dove compare il piccolo uccello dalle piume azzurre e rosse – richiamato anche nell’immagine stilizzata della copertina  – l’autrice con versi lirici e estremi cerca il rimedio nel canto. Il canto del colibrì è il dio invocato,  “la cura” al male dell’esistere. Qui l’autrice riconosce nell’istantanea presenza del “chiù” del colibrì, la necessità del canto della poesia, che tutti gli impervi e sconosciuti luoghi dell’anima salva,  senza limite,  e apre a un  sapere umano che è volontà e potenza sul dolore.

Dalla sezione COSETTE OSPEDALIERE

 

LEGGENDO STEVENS

calpestavamo la gramigna estiva
dietro la casa mentre esplodevano
nuovi germogli oltre la barriera d’alloro.

il sole era alto già quando la piccola
elena di anni due s’accostò alla panchina
per chiedermi cos’era quel tondo di fuoco
in mezzo al cielo. risposi che serviva
per riscaldare la terra ma lei

non era convinta e m’incalzò
con nuove domande. poi d’un tratto
si mise a inseguire la flottiglia
di colorati velieri dentro la vasca

colma col suo sguardo di seta liscio
come una marina di luglio

 

NADIR

 

volevi farmi volare fino al nadir
dei tuoi pensieri con i grafemi
d’enzimi in sequenze di quattro
pezzettini entro le cellule strane

tentando di ritrovarmi
calda ancora di te. ti lascerò
il ricordo d’una sofferenza…

 

UNA VITA NORMALE

 

e sempre una domanda mi rimaneva
su come si trasforma l’ossigeno
gassoso in liquido da iniettare

nelle vene. era una scappatoia
senza fondamento – dicevi – giusto
per far tacere le mie paranoie.
buongiorno signora h
povera crista tra liquidi umori

prelievi arteriosi. la storia
sta qui nella cartella cangiante.
fissavo una lama di luce
nel cielo laggiù riprendendo

a battibeccare con te che rischi
la santità – non ne vale la pena –
sappiti guardare da una vita normale 

 

LA CONDANNA

 

in fila indiana dietro la porta
di radiologia giocavamo a dividerci
l’aria insieme ai dottori respirando

un tempo da riprogrammare ogni giorno.
nessuno parlava. ti avevo incontrato
dove non ero mai stata nell’angolo

 a sinistra del corridoio b
percorso visitatori
diceva il cartello. c’eri anche tu
– ne ero sicura – nell’ora

spenta. oltre la finestra tra un asfalto
bruno a strapiombo e dei monti in alto
non vedevo orizzonte

Elena Salibra, nata a Siracusa, insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Pisa. Studiosa della tradizione poetica italiana tra Otto e Novecento  cui ha dedicato saggi ed edizioni, è autrice delle raccolte Vers.es (2004, nella Cinquina del Premio Viareggio), Sulla via di Genoard (2007, finalista al Mondello), Il martirio di Ortigia (2010, finalista al Viareggio) e La svista (2011, Premio Contini-Bonacossi 2011). Molti suoi testi sono stati tradotti e pubblicati in tedesco, danese, francese, serbo, romeno, inglese, olandese e sono apparsi in antologie di poesia italiana e straniera contemporanea. Con la raccolta di poesie “Nordiche” Elena Salibra partecipa alla finale del Premio Viareggio Répaci 2014.

 

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  1. Pingback: Poesia, il blog di RaiNews: la recensione di Nordiche

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