Una poesia per l’Aquila…

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Nota di Loretto Rafanelli

La poesia, si sa, non cambierà il mondo, ma di sicuro ci consegna il tratto di una verità ulteriore e un’ emozione rara: il linguaggio della solidarietà più profonda. I versi che tante persone ci hanno inviato,  si mescolano a quelli di poeti noti,  come Franco Arminio, Alberto Bertoni, Tiziano Broggiato, Anna Buoninsegni, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Emilio Coco, Roberto Carifi, Fabrizio Dall’Aglio, Matteo Fantuzzi, Enrico Fraccacreta, Paolo Lisi, Valerio Magrelli, Roberto Mussapi, Elio Pecora, Antonio Riccardi, Davide Rondoni, Paolo Ruffilli, Mario Santagostini, Luigia Sorrentino, Gian Mario Villalta, Cesare Viviani, Emilio Zucchi,  a formare un’unica, grande e luminosa voce.

Grazia ALBANESE
L’AQUILA DEVE VOLARE
Sospesi, incerti, incartati in un rombo improvviso,
catalogati in fogli
timbrati con finto imbarazzo.
Siamo ancora qui,
macerie in un angolo di mondo
che si è fermato.
Qui.
Dove non si crede più alle previsioni
che sanno di burla,
non si crede più alle economie di risorse
che sanno di imbrogli
come gli uomini che si sono vestiti di scuro
ed hanno inghiottito parole,
lasciando a noi lacrime bianche e lacrime rosse
a piovere sui nostri cuori,
senza un riparo.
Sono solo le radici di questa terra
a non far morire la speranza e l’aria
che ci porta la nostra Storia,
a dare forza a un volo immobile.
Qui.
Dove noi costruiamo ancora ali,
con la vita in tasca,
i sogni in un fazzoletto
e la polvere che pizzica le narici.
_____

Debora ALBERTI

SPERANZA DI UN VIAGGIATORE CURIOSO

“Mi hanno detto di partire,
non so per quanto tempo starò via.
Il luogo che mi hanno indicato, ha ormeggiato i suoi battelli alle pendici del Gran Sasso e lungo il tragitto che lo separa da quelle rocce, ha seminato coriandoli.
Una strana città mi hanno detto di visitare.
Nacque nel tempo che fu, in un punto che spesso ricordano sia sbagliato e io incuriosito,continuo a domandarmi il perché.
Tempo fa quel borgo, che mi hanno invogliato a scoprire,ha tremato,sotto le fauci affamate di una terra golosa e cattiva e come carta crespa, i muri di ricordi e favole, si sono accartocciati, inciampando e sgretolandosi,piangendo.
Mi hanno detto di partire,
non so per quanto tempo starò via.
Non so se mai tornerò, perché L’Aquila non è solo una città,che come le altre sa di passato,di speranza, di perché.
Lei sa soprattutto di futuro, di campane a festa.
Ora è triste camminare tra le sue vie, ma io curioso, perché quel sale corrode misteriosamente e in modo sano, continuo il mio cammino e la scruto fin dove il mio cuore sa arrivare.”

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Simona ALOISIO

La città dei sassi

Condanna al silenzio
la colonna di umidi sguardi
che si raggruma
e tra quelli uno soltanto guarda
con un occhio la terra
con l’altro il cielo
Si accalca e sembra una grossa formica
che corre lungo il filo seghettato di una foglia
attenta al taglio
si tiene in bilico come un equilibrista
riempie, oscillante pendolo di dolore
gli spazi violacei della città morta
Si fonde come fanno le ore:
è passato un lustro
invecchiati gli anziani
cresciuti disillusi i bambini
fuggiti i ragazzi
hanno riflettuto gli adulti
Pensieri
Parole
Sospiri
Soffi di vento
che s’affrettano al suono ticchettante del tempo
e nessuno
nessuno s’accorge del Sasso
freddo
immortale
che ci scruta e ricambia la nostra indifferenza
immobile
in quello spazio che la morte gli ha assegnato.

Vede tutto
ci osserva: bestie cieche dei nostri destini.

___

Giovanna ARISTA

ALLA MIA  CITTA’

L’Altra notte ho fatto un sogno, e ho visto lei, la mia amata L’Aquila!
Come era prima, prima di quella folle notte e i ricordi mi affollano la mente.
Odo ancora le voci dei bimbi che rallegravano i vicoli,
mentre l’orologio di piazza scandiva le ore della nostra tranquilla esistenza!
Tutto era un vociare e un frusciare di passi, ora lenti ora veloci.
Nell’aria un ritorno di risate, di canti, solo scorci di una vita serena.
Altri giorni eran quelli… altra vita!
Un infausto destino ci ha tolto i sogni e il sorriso.
Eppure qualcosa è rimasto tra i vicoli ormai polverosi.
La voglia di rivederti risorger più bella e maestosa di prima, tu che sei del mio cuore potente regina!

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Franco ARMINIO

UNA STRADA PER RICORDARE

La città dai palazzi squarciati
è una vasta ecografia domestica.
Vediamo tavoli, divani, vediamo
i quadri appesi ai muri.
Mi piacerebbe che qualcuno di questi palazzi
rimanga leso, offeso, aperto, squarciato.
Non mi piace che tutto sia ricostruito
o demolito, mi piace che resti un segno
dell’oltraggio, mi piace che resti traccia
della ferita.
L’Aquila è bellissima e sarà ancora più bella
se avrà il coraggio di non cancellare
il terremoto, se avrà la forza di tenere dentro
il cuore una strada di rovine, una strada
dove non si commercia e non si vive,
una strada per ricordare che l’attimo terribile
è sempre in agguato
per ognuno di noi, per i nostri cari,
per i luoghi in cui viviamo.

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MariaPia BASSANO

Ti lascio un sogno

Ti lascio un sogno, ma non slegarlo
Potrebbe volare via
I sogni più belli li sogno di giorno
Perchè la notte non dormo più
Hanno un prezzo che sale alle stelle
Perchè si sognano ad occhi aperti
Non hai un’età, nè un indirizzo
Il nome che preferisci è già il tuo
Senti il profumo di libertà
E vedi, se vuoi, la vita al contrario
Non le macerie, le ingiustizie, le guerre
Sei intonato, parli ogni lingua
Nessun giudizio sul tuo vestito
Il sogno è surreale
Ironico, a volte sensuale
Mi appare di giorno …
E ho gli occhi aperti

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Francesca BERTHA

Meteorite da un mondo felice

Salgo sul tetto
e protesto.
Lancio parole di pietra
al cielo. Urlo a Dio:
Non puoi averci fatto questo!

La terra ha tremato
e ha frantumato il cielo
Siamo schiacciati
sotto i calcinacci
come al rodeo
sotto i calci del toro
in una pioggia
di schegge di fede
qualcuno ride
l’occasione è d’oro
per gli affari del vile

Il mondo si è capovolto
alzo lo sguardo
in cerca di un sogno,
ma vedo solo il Maligno
che dal suo scrigno
tira fuori un macigno
per seppellirci col ghigno

La casa non c’è più
e nemmeno il tetto
Allora scendo
e riparto da zero
Raccolgo una pietra,
un pezzo di vita
è preziosa
è un meteorite
caduto qui da un mondo felice
distante anni luce
Sarà la mia pietra focaia
madre della scintilla
con cui accendere
la speranza per credere
che dopo l’Apocalisse
come un fiore dalla cenere
possa rinascere
la voglia di vivere.

____

Nico BERTONCELLO

PAESE DESFA’

On scorlón, tanti scorlóni
e muri, querti, scae
se desfa fa biscoti
e trema, trema, trema,
omani, done, bestie, putei
s-ciantiso de on mondo
che se frua so ‘na s-cianta de tenpo.

Scorla, ‘ncora scorla
tera, albari, strade,
e no’ ghe ze orolojo
che ferme sti minuti
lunghi ‘na eternità
so ‘na buriana de bacàn
co’ ‘e case che se sbuèa.

Ze scrita ‘desso qua paratorno
‘a storia trista de sto paese desfà
soga saltà via cussì
come tirà da sento man
rento sighi de zente
e fis-ci de sirene
co’ vosi, tante vosi che urla.

Se ga raversà de boto ‘a clesidra
col tenpo che ga spanto sabión
e cupi, malta, quarei
se ga insenbrà ‘n’altra volta
so strade de tera e ‘sfalto
che no’ ga pì sàgoma,
sbregàe fa ‘na someja vecia.

Come se fa a vivare ‘desso
rento sto desprisio
‘ndove ‘e robe pì  care ze soto
sti muci de calsinassi.
No’ ga pì nome ‘e contràe
e le case ga perso i numari:
tute ste robe no’ ze pì de nessuni!

Zente! Zente! Zente!…
démose ‘na man!
pa’ ‘n altro doman!

PAESE DISTRUTTO – Uno scossone, tanti scossoni/ e muri, tetti, scale/ si sciolgono come biscotti/ e tremano, tremano, tremano/ uomini, donne, animali, bambini/ fulmine di un mondo/  che si consuma in poco tempo.// Si scuotono, ancora si scuotono/ terra, alberi, strade/ e non c’è orologio/ che fermi questi minuti/ lunghi un’eternità/ su un brutto tempo di rumori/ con case che si sventrano.// E’ scritta ora qui attorno/ la storia triste di questo paese distrutto/ corda spezzata così/ come tirata da cento mani/ dentro grida di gente/ e fischi di sirene/ con voci, tante voci che urlano.//  Si è rovesciata di colpo la clessidra/ con il tempo che ha perso sabbia/ e tegole, intonaco, mattoni/ si sono mischiati un’altra volta/ su strade di terra e asfalto/ che non hanno più forma,/ strappate come una foto vecchia.// Come si fa a vivere ora / dentro questo disastro/ dove le cose più care sono sotto/ questi mucchi di calcinacci.// Non hanno più nome le contrade/ e le case hanno perso i numeri:/ tutte queste cose non sono più di nessuno.// Gente! Gente! Gente!… / diamoci una mano/ per un altro domani!

___

Alberto BERTONI

Il mio terremoto alla fine è coinciso
col grumo terroso
dove per qualche giorno
si è vissuti in un buco.

Luce d’asfalto, di ferro e di piombo
luce di metano e di bronzo
luce di lana nel pozzo profondo
luce d’eclisse e di sonno

Luce di vento e di scuro
assomigliante ma non uguale
all’ultimo urlo vitale
al buio di Caravaggio

____

Antonio BICCHIERRI

TERRAE MOTUS
Nella notte d’orrore
di quel tragico evento
terrore e sgomento
in umana tragedia
di un popolo inerme
colpito da fatal destino.
Disperazione e rabbia,
continuo è il ricercar
fra grani di polvere
speranze perdute:
solo parole
dalle macerie sepolte
riescono ancora a parlare
e darci un battito per sempre.

In epitaffi d’amore
svaniscono sogni…
di anime dolenti:
ombre innocenti
vaganti nell’oltre
ignoto e misterioso.

Commozione e rimpianto,
sale l’urlo
di una fede che vacilla:
oppio per i popoli
o fenice in volo?
Assetato d’eterno
ma testimone d’orrori,
il dubbio assale
il viandante di questo mondo.

Ricostruire…
seminando speranza
nel solco del dolore,
ancora cristiana in tempestosa onda
del nulla eterno di un triste oblio.

____

Matteo BO

POESIA

Passa il tempo
e le belle pagine,
sulle quali è scritta
la poesia,
diventano antiche;
ma l’odore di vecchi
fogli ingialliti dal sole
desta sempre in me
l’estasi di giorni e ricordi
creduti perduti.

Poesia,
diventa di tutti;
passa tra la gente
di questa città
e racconta la mia storia
attraverso le parole
di chi ancora non l’ha
dimenticata.

Dove giungerai?
Ci sarà quel lieto fine
tanto auspicato?

La risposta l’attendo
nello sguardo
di chi mi passa accanto.

____

Stefano BOLOGNESI

Bambina mia,
di nebbia e capriole.

Ascolta.

Sotto la terra riposa
il tuono dei vecchi amori.

Le foglie livide d’autunno
vogliono essere stelle.
Il loro canto è il fiume
che copre il mondo
e questo mio andare
randagio e bruno
nella fiaba dei tuoi sguardi.

Bambina mia,
dal cuore di castagna.

Ascolta.

Sotto la terra riposa
il tuono dei vecchi amori.

____

Tiziano BROGGIATO

A L’Aquila

Era come se mi fossi trovato di colpo
in un’altra epoca. Anni e anni prima
dopo la guerra. A vederla così, in controluce,
la città conosciuta da giovane ora
ridotta in rovina …
I palazzi mutilati, sfrangiati e
una miriade di gabbie e maschere
lasciate in disordine, le mie strade di allora
sbarrate.
Era come se fosse accaduto qualcosa
di definitivo che avesse provocato
una fuga generale.

In cielo volteggiava un aliante
in quel momento: un giro di ampi cerchi
sopra una voragine. Come un rapace
sopra una carcassa chiamata passato.

____

Vincenzo BUCCELLA

C’è nell’aria

Nel silenzio morto delle strade
gabbie come croci
e di pietre ferite
la polvere.
Muta la mia terra trema
serrati i denti alla paura
di essere ora
come un’ombra
per sempre più nuda.

____

Anna BUONINSEGNI

le parole in rovina
d’ogni città vivente
saranno i pappagalli a continuarle

sarà un balbettio insensato
l’unico suono umano
dentro una natura d’uragani

ma dopo 35 anni o forse meno
anche l’ultima intelaiatura sonora
svanirà

tutto diventerà un giardino
poco curato
per una nuova
specie

____

Valentina CALISTA

MANGIO ANCORA QUESTE MACERIE

Mangio ancora queste macerie
di abbandono e lontana memoria.
Nelle mani le tracce di Dio scavate
lungo i marciapiedi di terrore.
Boato d’ anime interrotte nel
muto istante del sonno
e angosce miracolate al domani
sono scese dalle crepe innevate.

I piedi cercano vita da
percorrere,
comete da
trattenere nei
respiri
e negli sguardi che
anticipano speranze.

Cosa siamo dentro questo opaco lutto?

Occhi, gambe, mani, bocche
dispersi e riuniti al gelo,
o stagioni crude
stagioni che mordono
le case, le chiese,
le scuole e
i marciapiedi della solitudine.

____

Maddalena CARBONE

INVINCIBILE

Un silenzio assordante,
Il rimbombo di un dolore nell’anima:
È il silenzio dell’Aquila,
Città ferita,
Città bellissima,
Città piena nella sua solitudine,
Città in lotta continua.
I vicoli vuoti,
Le risate dei corrotti,
Le candele per chi non c’è più,
Il Gran Sasso dorato al tramonto
E le speranze dolorosamente infrante,
Tutto porta il marchio di quella notte.
Ogni crepa, maceria, calcinaccio racconta di quel tremore
E della paura,
Velo per gli occhi,
Freddo per il cuore.
Ma se ti fermi ad ascoltare la puoi ancora sentire
La vita pulsante dell’Aquila,
Se ti fermi e respiri puoi ancora sentire dentro
La polvere dei sogni faticosamente ricostruiti.
La speranza rinasce,
Le luci si riaccendono,
Sangue e vita
E anime estranee si mescolano:
Allora vedi L’Aquila volare,
Invincibile.
Il cuore ride, e non mente,
Lo percepisci dentro
Che dalle ferite guarirai,
Invincibile anche tu.

____

Roberto CARIFI

D’improvviso patisti un artiglio di luci
mi chinai fino a te,
fino al cuore che muto batte’ nella mano,
cercai nel tuo sguardo
se mai vi brillasse qualcosa del mio,
al polso il quadrante stritolo’ le sue ore,
calo’ fino a te un uccello di pietra,
becco’ sul tuo petto
le briciole sparse dell’ultima cena.

Cenere e sangue. Due parole.
Una per dire la secca, sbriciolata,
l’altra perché il tuo scorra nelle mie vene,
sorella desolata.

____

Antonetta CARRABS

Dedicata
Voglio per te levare un nuovo canto nell’ora delle stelle
nel profumo del vento di primavera
e offrirti l’incantesimo del pensiero
libri, parole, sogni.
Voglio incidere il tuo nome nel diamante delle galassie
accoglierti nell’enigma del destino
nel freddo che morde le rondini sospese al passo dei monti
Voglio accompagnarti sulle rive
dove la sabbia turgida si sfalda non appena sfiorata dalla mano
nel cielo che vibra in un giallo acuto di ginestre
lungo il mare, tra spore di cristalli e di licheni.
Sia il tempo luminoso un fermaglio d’avorio
dove il sole, ebbro di canti, annusa le maree nascenti
e danza con gli ulivi a picco sui vigneti.
Alza le vele nei giorni di neve, nei giorni senza volto
scrivi poesie coi tuoi passi leggeri e libera l’anima
oltre i cancelli di rose.

____

Fabrizia CARROZZI

Mi manchi,
come la carezza, quand’è sera, di un padre a sua figlia,
come l’abbraccio di una madre al suo bambino,
come il buongiorno, al risveglio, di un Romeo alla sua Giulietta.
Mi manchi,
come gli scogli alle onde del mare,
come le dolci parole ad una ninna nanna,
come le note al suo spartito,
come l’arcobaleno alla sua pioggia,
come la musica ad una festa,
come i fuochi d’artificio a mezzanotte,
come la neve a Natale.
Mi manchi,
come una casa alla mia famiglia,
come a me, la mia cameretta,
come il Gran Sasso dalla mia finestra.
In dolci ricordi adesso vivi su questa realtà.
23 i secondi per distruggerti e
una vita, la mia, non basterà per vederti volare di nuovo.
come una terra immobile a L’Aquila,
come una cicatrice alla sua ferita, che mai guarirà,
MI MANCHI.

____

Sonia CASTELLANI

La mia Memoria

Rifiuto l’oblio,
non voglio dimenticare.
Reminiscenze che pulsano nella mia Memoria.
In essa custodisco gelosamente un piccolo scrigno.
Lo apro accarezzando le foto dell’altra esistenza,
quella vissuta tra le vie della mia città.
Le osservo ad una ad una…senza alcuna fretta.
Riscopro ogni volta momenti a me cari,
momenti di una quotidianità spesso banale.
Mi aggrappo alla mia Memoria e con essa ripercorro la mia vita.
Nelle piazze,
nelle stradine martoriate,
tra i puntellamenti ritrovo me stessa e le mie radici.
Chi vuol ricordare,
discerne il bello nelle pietre abbandonate,
nei portoni socchiusi e incatenati,
nelle finestre aperte coi vetri rotti.
E’ un pellegrinaggio della speranza,
un collante tra due vite,
tra due persone con la stessa anima,
con lo stesso cuore  ma con destini diversi.
Uno è già concluso, mentre l’altro è tristemente incerto.
Devo richiudere lo scrigno.
Torno nella nuova esistenza con la mia Memoria, cercando linfa per sopravvivere…

____

Alfonso CATALDI

In frantumi

Ricordo la navata ai tempi d’oro
la luce sugli affreschi originale
incontro agli occhi, compromessi,
ora e per sempre, da un boato umano
radente; dispersi dal sacro flusso
che orienta il centro e calma le derive,
in frantumi di tessere, a milioni:
tutte preghiere da ricostruire

____

Giorgio CENTOVALLI

Steso nel buio penso a ciò che farò domani, lampi di idee e luci si alternano mentre Morfeo ha la meglio,
Ipocrisia e finta moralità mi portano alla realtà ,che svanisce nel mentre svanisco io ,indifeso e certo di mille possibilità. Tutto accade con normalità poesia e tremore sono la mia verità !
…. la notte è passata sono qui … ho ancora lampi di luce negli occhi quelli che un giorno sperano e voglio verità. Ciao sono io… ti ricordi di me? Sogno al freddo nel cuore ma so che ci sei e che ti accorgerai di me. Ciao sono io… Ciao sono io… Ciao sono io… Ciao sono io…

____

Laura CHIARINA

S’alzano,
dal precipizio
della memoria,
afonie spesse,
tagliando, di netto,
le acuzie del dolore.
Stesa,
sul costato esposto,
scuote, lembi erosi,
attonita speranza.

____

Sonia CIUFFETELLI

FUGA

Capannelli di fiati
retro-odorati in folate di paura
gambe strette
e parole sciolte sostituite dal pianto
in valigia soltanto
nostre vite da raccontare
scialuppe di salvataggio
per raggiungere quello che chiamano
domani.

____

Emilio COCO

Il tuo silenzio m’urla nelle tempie,
mi fruga nelle viscere, mi assorda,
m’implora di aiutarti, si rassegna
all’incommensurabile sconfitta.

____

Maria Rita COLAIUDA

LA VECCHIETTA

Ho visto una vecchietta
vagar sola soletta
per i viali deserti
della città, nuova ma senza identità.

Il dottore glie l’ha ordinato
perciò esce a camminare,
ma il suo andare lento e a testa bassa
la dice lunga su ciò che ha nel cuore.

Pensa a quando andava in Piazza
e riempiva un carrello di fresche primizie
per poi cucinare vere delizie.

Pensa a quanto era bello
girare tra le bancarelle,
incontrare le amiche e fare comunella.

____

Marina COLAIUDA

City

La città ha un respiro diverso, come se dopo anni avesse cambiato
tabacco: tiri più lunghi di un fumo più denso.
Siamo un po’ meno, non ti pare?
Cos’è, non c’era posto, si stava male o ti ha cacciato?
No no, ricordo che sei stato tu a voler andare
Ricordo bene, mi hai detto “scappa, vai via, che qui ci muori!”
Ho scelto di restare, non ti ho ascoltato, lo so.
Ma non ti sembro viva?
Ho SCELTO di aspettare qui
Ti sei offeso, ti ho tradito, non potevo capire
E quindi ci hai insultato, tutti
Ma hai ragione, beato te
Si, beati voi, che siete partiti per il mondo e avete riso alle nostre spalle
Voi che bramate di vederlo ardere questo posto
Grazie che siete partiti
Noi qui siamo di meno ma stiamo piú larghi
Siamo rimasti per brindare a voi
E se anche questo posto continuasse a crollare noi, brindando, proveremo
a rimetterlo in piedi
E voi proverete a buttargi giù, tutti.
Allora quando tornate passate qui
Ci insulterete e riderete e noi, ridendo, brinderemo.
Le urla contro il rosso brillante del vino.

____

Giuseppe CONTE

Il sole allora sorgeva, e si diceva: è
il mattino.
Non c’è più giorno e notte, né
mattino né sera, né freddo  né
caldo, ora.
Il sole sorgeva, immenso e di fuoco,
celibe, individuale, sterile, senza
amore, anche lui. Ma per lui
le campanule si aprivano, più azzurre o più
turchine, e con del sole in fondo al
calice, sole tenero e sfuso, debole, caduto in
dono

____

Maurizio CUCCHI

È totale
la luce del distacco.

“Gesù…”

____

Fabrizio DALL’AGLIO

Nel mondo più sommerso
si sente a proprio agio.
È un disperso, senza parere
senza sapere. Perfora
il letamaio della vita
e si immagina santo
con tanto di fedeli.
Il culto è quello stesso
dei mille cimiteri della storia
il muto avanti e indietro
del progresso-

____

Alessandro DE SANTIS

Immagine concessa
Il tuo sogno parte
dagli oggetti – mi dice
Il tuo è un mezzo sogno
come una scossa, infine cicatrice.
Il giovane medico guida – è notte – sui
tracciati sicuri di asfalto
eppure vicoli ciechi
di versi di Pessoa e cioccolato fondente.
L’urlo, in sonno, è
men che un sibilo di luce
Progetto di un week – end
Sbornia di una serata
Pizza rossa mal digerita
Il mio sogno parte
da un boato – le dico
Il mio è un mezzo dolore
una città che sfugge, si
sottrae, a due resurrezioni.

____

Massimo DE SANTIS

Canzone per l’Aquila

Ed i venti i venti
non avrebbero distrutto quanto te
avrebbero divelto il precario
l’insicuro
avrebbero urlato con veemenza
come lupi famelici,
sradicato le cose deboli.
Il vento che cambia le cose
nulla avrebbe cambiato.
Rinserrati dentro i muri
catene alle porte alle finestre.
I muri avrebbero resistito.
Le case, le case ci avrebbero protetto!
L’animo avrebbe atteso – impaurito, sì –
che la tempesta passasse.
Terre più in là avrebbero raccolto
le cose senza senso portate via
dall’ira del vento.
Ma la terra, la terra, non avrebbe tremato.
Così com’è stato.
E’ entrata dentro – la paura –
ha vissuto i suoi attimi
si è beata nel terrore, nello sgomento,
nella precarietà.
Hanno tremato i visi ancor più
della follia
Hanno tremato i cuori ancor più
della pazzia.
E’ crollata la ragione più che i monumenti
alla vita e all’amore – i nidi -.
Insonnia non avrebbe fatto danno
così irreparabile alla vita sì da
distruggere ogni speranza.
La morte apre il suo teatro.
Si apre il sipario alla vacuità,
affonda le sue mani sferzanti su
innocui steli, ne recide la storia.
Un Dio guarda dall’alto – non geme –
ha bisogno d’amore anche lui
ha bisogno d’amore, del nostro amore.
Si china sui salvi li bacia li abbraccia
li conforta, gli da la forza per
rincominciare.
Un’altra Aquila risorgerà e volerà
sempre più in alto.

____

Adele DESIDERI

Eremo anonimo

Doveva essere l’eremo dei pensieri sospesi,
il giardino col gelsomino fiorito,
la collina del silenzio ai piedi del Gottero.

Invece è un transito di oscure larve,
un crocevia di tradimenti
– clamore di suoni sgraditi.

L’insalata non è cresciuta,
il pomodoro neppure nato
e la zucchina fiorisce a stento.
Perfino il cane – da quest’aria
asfittica – è fuggito.

Trentacinque sigarette al giorno,
il misfatto è compiuto.
Edipo non è claudicante,
Giocasta si è già impiccata
– i figli hanno ucciso la madre.
L’anziana ortensia è soffocata dalla rosa,
anche il vento non sibila più.

Ignara, la fanciulla dalle trecce ricamate
a corolla, sulla nuca perfetta offre
alla natura il bacino ricomposto.
Il mio invece è incrinato, offeso.

Oltre la dimora immersa
nella selva incolta – i muri crepati –
principi e cavalieri non oltrepassano
la cortina dei pruni.

Alle prime luci dell’alba,
la campana scandisce l’ora:
nella presunta attesa di quiete
si è ingiallito il sospetto.

Eremo anonimo,
aggredito dalle serpi,
sei un esposto rifugio!

Ma Giocasta ucciderà Laio,
Edipo non nascerà.
La paladina di Tebe
spazzerà via le ragnatele,
un raggio di luce solleverà la polvere…

Rinasceranno padri, madri e figli.

Piatto, bicchiere, seggiola,
tavolo imbandito…

Ricomincio anche a sorridere,
mentre l’estate sfuma tra le piogge
e l’ombra aggredisce ogni confine.

____

Domenico DI FELICE

A P. troppo presto partito.

Se guardo il mio scaffale c’è un tuo libro
me lo avevi prestato quel gennaio.
Ancora non sapevo che ad aprile
ci avresti ricordato che si muore.

Che devo fare ora di quel libro?
L’ho letto, non più tuo, ma non è mio
che non sei poi venuto alla mia festa,
festa che in ogni caso non hai perso.

Beato colui che non sa il domani
perché non è poi detto che ci sia.

____

Filomena Shedir DI PAOLA

Notti di esilio
cuori allo sbando
memorie che sanguinano
tempo che non cancella
ferite che  non si rimarginano
ed il cielo non risparmia niente.
Ma la gente, ah, la gente!
Quella sì, che può far miracoli!
Sconfitto è solo colui
che non osa sperarlo.
Ti abbraccio, L’Aquila,
che la tua forza
ti sia  motore
per ogni cambiamento!

____

Annamaria DI SIBIO

A L’Aquila

Come cenere al vento
Esali
L’antica nostalgia di un lontano primovere
Vita
Sotto le macerie del rimpianto
Non c’è polvere
Tra i ricordi
È ancora vita
Questo vivere il presente di un passato
Questo labile confine che sconfina nel dolore di un perché
Perché labile è la vita
Labile il futuro
Ma è ancora vita
Questo filo conduttore
Che il rimpianto del ricordo trascina
A sè
Con sè
Per sempre
È vita
Vivere e patire
Tornare a sognare
Ricostruire
Un cuore
Un dolore
L’amore…
La nostra città

____

Letizia DIMARTINO

ABRUZZO

Lo riconosco è colore del freddo
chi salverò chi penserò nei giorni
nelle attese nel respiro
quelle facce intatte
lo sbaglio della terra
il grido acceso
lungo – per la notte lunga.
Sgombrata la polvere
lo spazio confondeva
le case della paura
quel separarsi in fretta
le mani sui capelli
non c’ è colore nel dolore
si cercava grattando l’ anima.
Tolta la notte del pianto
trovi un fosso per dormire
ma il sonno non arriva
entri nel tempo
col corpo irriconoscibile
neanche la voce senti
è senza padroni
vuole restare senza storia
non sa che fare del silenzio
e credere è poca cosa, ormai.
I corpi immobili
le pulsazioni infrangono il silenzio
ascolti il respiro
la natura è più forte di te
che gridi con la polvere in bocca.
Poi salivi con il nome impresso
la nascita non valeva
la strada sbiancava
nessuna presenza
e la verità chiusa
rapire una parte del corpo
per chiudere con il giro della mano
con la lenta freddezza della mente
la terra si schiudeva
e avevi sapore di cenere.
Contatto d’ erba con il corpo
cemento sulla pelle
era facile disperdersi
la luna era la stessa
nessun segreto svelato
morire è naturale.
Il segno da seguire
la giornata strappata
è irriconoscibile questo giorno nuovo
no, non c’ è pianto perduto adesso.
Non andrò via
nessuna corrente spingerà questo corpo
altri dimenticano
le mie mani no,
smosse sulla pietra
hanno finito di cercare
e poi il sussurro – lontano notte per notte –
restare soli nel vento
è presunzione la vita.
Non ci sono
asciugo la fronte – ho il pieno dei pensieri –
dammi le mani
è aria quella che scorre
sul braccio sui capelli
del giorno neanche il ricordo
che so, un nonnulla.
Nello spazio del suono l’ aria invecchia
il giorno pesa sul cielo
inchino il capo
l’ infrango con le dita
finisce la sera improvvisa
in fondo nel fondo di un cervello
di un grigio che sconosco
non vedo e poco sento
parliamo piano, ti prego
che finisca questa lunga domenica.
Ti vedo se esisti se ti fermi
nel tempo muoio
colore che tinge per me
per la vita intravista
per la notte che gocciola
mi salvi
con la mano con la gola impastata
niente perdoni per i giorni che restano
quel che dici non sento
se il sonno arriva lento.
Sarò come pelle ruvida
come sguardo scoperto
il collo eretto il passo veloce
come perdonare come sparire
il rosa del sorriso
mano aperta su di me.
La voce chiama
è dentro nel dentro
lo sento il lamento
non penso, non più.

____

Marie-Regine DONGIOVANNI

Accendi la luce.
Un silenzio assordante nelle orecchie.
Dove sono le persone.
Dove le parole.
Non le trovo,non vi trovo.
A vent’anni avevo le tasche piene di sogni,i capelli disordinati e gli occhi inafferrabili.
Avanti,indietro.
Prendevo a calci le distanze,perché a vent’anni ci si mette a piedi nudi per correre verso la meta.
Io avevo vent’anni;ma ce li avevo a L’Aquila.
Pugni tra le mani,rabbia e torpore.
E poi? poi arriva l’arresa.
Immobile avanzo.
Ossimoro.
Cerco qualcosa.
Ancora non capisco perché mi ritrovi sempre qui,
tra le tue arterie.
Raccontami di te,
ti ascolto.
Non ti credono.
Ti afferro per non lasciarti sprofondare
nel fondo della memoria .
Stai sanguinando?
C’è un grido che mi urla parole lontane.
Trattengo il respiro,niente si muove.
E ti vengo a cercare tra pensieri appannati e tinte sbiadite di muri a colori.
E ogni giorno è lo stesso.
Una mano sui sassi,l’altra su un occhio -come se con un occhio potessi guardarli a metà questi vicoli- come a provare a cambiarla la realtà.
Invano.
Mi sfiori.
Le luci si spengono.
Giù i riflettori.

____

Matteo FANTUZZI

Ricostruire la città partendo
dai cantieri, coprire con le mani
polvere e sudore, tirare via l’amianto.
Dare una stanza ai figli che di là
ti guardano come se non esistesse
altro a questo mondo. Nel cuore
della notte gli stabilimenti
industriali continuano a rimuovere
le macchine. Se ne va un tempo
e già si aspetta che ne nasca un altro.
Così indifeso, fragile si affaccia al vetro,
dice due parole appena, respira piano
eppure cresce. Cresce ancora.

____

Enrico FRACCACRETA

Sto oltrepassando le Torri Gemelle
delle cave di pietra di Apricena
lasciando appena indietro lo specchio
chiaro di Lesina e quello scuro
del mare Adriatico, come l’Atlantico
e la baia di Manhattan

adesso il treno è una spada sul Tavoliere
e l’Arizona, solo gli anni sono cambiati.
Le luci della sera dietro il finestrino
sono veloci, dicono che le volpi passano
silenziose sotto il Gargano
e il gran Canyon del Colorado

i lampioni degli insediamenti in campagna
sembrano i baci leggieri dei nostri figli
sempre candidati alla partenza
da Denver a Bologna, che ripetono il saluto
perché la terra è piana e le luci
non si nascondono, come se i figli dicessero
“avremmo voluto potervi dare di più”.

Le piccole stazioni coi bagliori
assonnati, parlano dei nostri ragazzi
entrati in mondi sconosciuti
persi e ritornati adulti nel viaggio
dopo essere andati incontro all’inverno
dopo essersi fermati a tutte le stagioni
con l’animo caduto a pezzi
come le foglie d’inverno.

Sto attraversando il campo dove mio padre
dissotterrò le mine della mia giovinezza
per farmi passare indenne su questa terra,
non ho il coraggio di guardare dall’altra parte
lui potrebbe essere lì fermo nella notte
con la mia foto di ragazzo nella tasca
a indovinare il finestrino giusto
che sfreccia bruciandosi nel tempo.

E questo andare avanti e indietro dall’Ofanto al Fortore
dalla costa est a quella ovest sino alla pianura
quando s’allarga, diventa enorme
e gli alberi in campagna, figure nere della notte
sembrano il grande popolo che cammina nelle tenebre,
e le lampade sparse e desolate
sembrano annunciare la grande luce che verrà
se “su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.

E adesso che il treno passa ancora più veloce
scansando l’Appennino e le Montagne Rocciose
verso la piana che di nuovo giù si strozza
come se il sentiero si stancasse, si chiudesse.
Non lasciarmi Signore sulla porta
dopo il dono dell’attesa che l’anima prepara,
fammi entrare a giorno fatto
starò buono, pettinato, qui seduto
sino al mare.

____

Angelo GALLO

Lacrime

A volte compaiono in silenzio
nei ricordi delle nostre notti
come gocce di rugiada sulle foglie
e non ci puoi far niente
solo aspettare che arrivi l’oblio dell’alba
con il suo calore
ad asciugare rivoli di malinconia
e torni a cantar la vita.

____

Aurelio Donato GIORDANO

Era una notte di primavera,
vagano i miei pensieri:
U tramot’ nda for’
e u tramot’ nda int’ a mmì
Mò sì qua
e mò sì llà
Aier’ er’s’
e craie nent’ cchiù
Quann’ cr’scin’ i fior’, cr’scis’
e quann’ s’ccain’, nun’ger’s’
U tramot’ nda for’
e u tramot’ nda int’ a mmì.

Traduzione dal dialetto di Aliano ( Matera ):
Il terremoto fuori
e il terremoto dentro me
Adesso sei qua
e ora sei là
Ieri eri
e domani niente più
Quando crescevano i fiori, crescevi
e quando seccavano, non c’eri
Il terremoto fuori
e il terremoto dentro me

————–

L’assordante silenzio notturno vibrava nell’esoterica atmosfera de L’Aquila.
Un cataclisma ne spezzò l’incanto.
Esistenze interrotte dal fato e dall’inerzia umana.
Adesso danzano le anime trapassate
e in universi paralleli o in attesa della prossima reincarnazione,
luminose attraversano strade e piazze provvisorie
ricordando ai dormienti di questa dimensione
che transitoria è la vita
e tutte le sue manifestazioni.

____

Arjan KALLÇO

L’AQUILA

Una volta nel cielo limpido
Volavano inseparate
Due aquile che mai
Si stancavano di attraversare
Il mare. La nostra libera da 102 anni,
E’ sola fra le tempeste feroci
Del tempo, e invoca la sua amica
Che da secoli ripercorreva
Attenta la perfida storia.
Perfino ai compleanni
Si incontravano come ospiti
Che non mancano piu’ alla festa.
Chi osava prendere il bicchiere
E innalzarlo agli dei?
I primi brindisi non partono se
A capotavola non stanno i due testimoni.
Ora una delle due geme dalle trappole
Mortali del destino, e lentamente
Cerca di rialzarsi in volo. Le ferite
Fanno male, ma più male fanno
I ricordi della Gloria se la si perde.

____

Silvana LAZZARINO

Smarrimento

La terra trema… Oh mio Dio !
L’anima di chi ha perduto tutto,
come un naufrago in cerca di un appiglio,
smarrisce la propria essenza
fluttuando in un vuoto senza fine,
dove il dolore consuma
gli attimi, i minuti, le ore.
Senza più passato
senza più presente
senza più futuro
un urlo di rabbia si leva
nel tempo agghiacciante
di una catastrofe senza risposta.

____

Paolo LISI

L’Aquila

Sul foglio il buio
fa capolino

A terra
incompiuta
una poesia

Le vado incontro
con uno scialle rosa antico,
per ripararci dalla solitudine.

____

Maria Grazia LOPARDI

Città mia ascolta…
Ti voglio ringraziare
Per le tue mura antiche
Che narrano la storia
Di popoli indomiti
Che non voller esser servi…
Mi hai insegnato
Il bene della libertà.
La voce cristallina
delle tue fontane
E i vicoli ombrosi
Dove i passi diventan lenti
A rispettar discreti
Il silenzio che parla di te…
Così mi hai insegnato
ad ascoltare con l’anima
Sospese atmosfere
nelle assolate piazze
e il linguaggio muto
di monumenti antichi
testimoni muti
della vita tua… nostra…
E quando all’imbrunire
Il cielo carico di luce
si tinge di smeraldo
dietro il duomo
dove tramonta il sole
vivo l’incanto della tua magia…
Quando poi la terra trema
Ed apre le sue viscere
La tua storia diviene
Di morte e di dolore
di spezzate ali…
che vogliono volare…
Mi insegni allora
con la tua gente fiera
ad affrontare le sfide
a guardare al domani…
E grata ti sono
Figlia Innamorata
Parte di te come tu di me
Custodi di un segreto
Che il forestiero avverte
Aleggiare nell’armonia
Di una nota mai udita…
Questa musica avverto
nel tuo silenzio greve
e colgo la Luce infinita
per cui sei sorta
per una sacra Alchimia…
“Grazie” allora riecheggerà
da cuore a cuore.

____

Ciccia LUCIANI

“Eccome, brutta squaldrina. Te sò sfruttata e tormentata e mó, non me sirvi cchiù. Ma lo sci vistu come te sci ridotta? Sci vecchia, stanca e tenne va caschenno. Ma come ji riggi tutti ssi acciacchi? Come ji sopporti tutti ssi tutori? Me pari ‘nuccellino ‘ngabbia, ma lassaji cascà, ormai che tenne fa? Lo sa, pe’ tti è finita, speranza nun ce sta de retornà alla vita” “Lo saccio che a tti non tenne frega gnente, sci solo nu magnaccio che ha rovinato me e la gente. A tti paro ‘nu spettro, ma ji tengo nu core ‘mpetto che arde de passiò, fierezza e compassiò. Ji non mollo, resisto co’ coraggio, ma coltivo ‘na repulsiò pe’ té che sci sacrificato 309 fiji mé. Niente amnistia pe’ tti, né riconciliaziò. E se te vó riscattà, tu ta pagà e tantu pe’ jiu grossu ‘ngannu. Oh, fiji, fiji beji mé, veneteme a trovà, non m’abbandonete e ji farò la sentinella finché non tornerete.”

____

Sandra LUDOVICI

AURORA

Un velo che lieve traspare
e sa di rosa e d’incanto
scivola nell’aria silente,
nello spazio ceruleo del cielo.
Il canto di un gallo solitario
inneggia alla radiosità del giorno,
racconta di tempi sereni,
di altre voci, di altri suoni
quando dolce era il risveglio
e il cuore palpitava d’amore.
Ora, la luce colpisce
in forma di doloroso scudiscio
e sulle insonni lenzuola,
sotto ruvide e tetre coperte,
ricama squallidi scacchi
a memoria di cupe prigioni.
Gemono le anime spente,
temono per le menti svuotate,
per l’angoscia, per il dolore
che assaporano l’amaro del pianto,
senza saper come e quando
le ore ritroveranno il loro moto
lungo il cammino della speranza.

___

Valerio MAGRELLI

Cronache
Quanto vasta è la nostra
capacità di perire! E varia.
Il talento di soccombere
ai grandi deragliamenti in Cocincina
e insieme l’arte di spegnersi
durante i terremoti nel Cipango.
Ovunque l’ecatombe svela quanto
sia vocato alla morte l’uomo-faglia,
la zigzagante linea di
frattura
fra tecnica e natura.

____

Nino MORENA

Io sono la città che non muore

Io sono la città che ferita giace a mani spoglie
lacerate da dolenti fitte e sopite voci
tra macerie sfiancate nel tremore di una notte.
Tre e trendadue !
Ecco il tempo.
L’ora cruciale, la paurosa sequenza,
che ha taciuto i sorrisi e spento il sonno
e imbracato nel silenzio docili speranze.
Io sono l’ Aquila,
la città dal nome Reale,
che giaccio esanime incatenata tra pilastri
e perni, tra impalcature e sostegni.
Tra vie che hanno disperso la voce,
Piazze e Chiese con campanili soffocati
nell’inerzia e paura.
Ferita, nelle vie  che piangono sangue
e saracinesche socchiuse che gridano rivalsa.
Io sono l’Aquila dalle ali rotte,
dalle penne consumate ma aguzze,
dai piedi  proiettati al ripido volo
azzoppata nel buio, calpestata  alle spalle.

E’ in quell’ora che s’è fermato il fruscio del cerro
della carpinella arcata che lacrima nel fiume Aterno,
dove acque diafane vezzeggiano l’agrifoglio.

Ma il tempo del dolore è corto
ha smarrito i ritmi e le mappe,
i rulli della gioia battono la genesi
di vita, che riemerge a luci nuove.

Riprenderò la mia essenza
il volo regale della mia innocenza.

Oh Chiesa di Anime Sante:

“Io sono l’ Aquila
la città che non muore”.

___

Luciana MORETTO

LA METAFORA DI UN DISASTRO

A pensarci, è come se di colpo
si fosse rotto, spezzato il filo di una collana
– un bella collana cara al ricordo –
e tutte le perle sparse in giro sul pavimento,
sotto i mobili, sotto i tappeti

così una comunità fu dispersa,
una diaspora infinita senza più il filo
che strettamente la teneva unita

E ora, filo, perle, chi li rimette insieme?

E’ vero, tutto al mondo cambia,
si rinnova, ma certo non sarà più quella,
non avrà la stessa grazia la nuova collana

____

Andrea MORO

“La paura di un minuto, il tremore di infinito.
Il vento tolto da sotto le ali,
L’Aquila ha perso le piume.
Trecentonove piume inghiottite dal vento.

Col tempo riprenderà il volo.”

____

Francesco MOSCARDI

Io e te

Nel chiaroscuro della mia mente,
un pensiero, uno è anche troppo.
Io e te.
Legati da un cavo invisibile
radici pendenti dal ponte
Belvedere della mia memoria,
extraordinario buco nero, bianco
pieno.

Polvere che disseta,
sabbia che non dissesta,
vociare calabro e partenopeo,
Peroni ghiacciata.

Lungo Corso Umberto I
di corsa Umberto, il primo muratore in pausa pranzo,
gratta e perde
e bestemmia forte
e trema un muro
e poco dopo si fa scuro.

Io e te.
A notte fonda
ci beviamo in un sorso
tutto il sangue che esce dalle ferite aperte,
pareti di carne.

____

Roberto MUSSAPI

Passarono giorni, settimane.
Lei sempre immobile e intatta,
lì a custodire
lo spazio sacro della casa.
A volte pensava di sentirla dormire.
Pigmento luminoso, teso,
viveva.

___

Federica ONORI

Una notte la Terra, annoiata dagli umani, si mise a sbadigliare. Sbadigliava molto e molto forte, e infine si addormentò. Case, strade, palazzi, monumenti e anche alcune persone quella notte la seguirono: oscillavano dal sonno, sussultavano per la  stanchezza.
La mattina dopo si scoprì che una città intera e 309 persone con lei si erano addormentate. Ecco perché molti cuori tacciono, ecco  perché molte voci non si odono più. Niente più luci, vetrine, passeggiate; niente più gente, sorrisi e allegria.
Quasi nulla è cambiato da allora e quella città dorme ancora, sembra sotto un incantesimo.
E incantata appare quando la si guarda e ci si cammina dentro, ma quando non dormiva quanto era bella, sfavillante anche sotto  la sua coltre di neve!
E di certo un giorno, come in tutte le più belle favole, sarà L’AMORE a salvarla, a svegliarla dall’incantesimo : l’amore dei suoi  cittadini che riuscirà a cancellare il dolore, annientare il torpore e portare questa meravigliosa città a sorridere ancora.

____

Elio PECORA

Le voci!

Un paradiso altissimo confuso,
un sogno nel sogno. Poi,
disperse le nebbie, cerca una mappa
per tornare dalla sposa insordita,
fra le mura sbrecciate della sua casa.

____

Adriana PEDICINI

Canzone per l’Aquila

Acquerello di divino artista
macchiò di case il cielo azzurro
sul declivio ferito del monte
ai fianchi fasciato da castagni folti
e pioppi esili fino alla cima
imberbe di roccia  aspra
che a tratti il muschio ingentilisce.
Spira a folate il vento
cupi ululati di rami battuti
dalla pioggia o silenzio
sacro poggia il nevoso manto
nei giorni della merla.
La memoria ancora ha respiro lungo
e occhi estasiati alla salita
lenta del pio stuolo di donne
che ritmati canti e giaculatorie
sommesse bisbigliavano ansimanti
tra ciuffi di ginestre odorose e violacei cardi
tra i sassi ostacolo al passaggio
per le viuzze erte che menavano al santuario
a perenne ricordo dell’infanzia
nei passi cadenzati della vita.
Amaro fu il destino.
Sulle macerie sogni infranti
Lacrime Sommesse
E speranze inchiodate
A ferree croci sotto un cielo senza stelle.

____

Giusi PITARI

ALLA MIA CITTA’

Ho cercato di vedere il tuo buio
sperando fosse un incubo.
Il buio era freddo e la brezza afosa.
Il contrasto ti ha incendiato.
Poi ti sei calmata.
Ed eravamo estasiati.

____

Loredana PRA BALDI

Leggero dondolio
ingannevole culla
luce/buio
nel dilatato silenzio.
Vite sbalzate da piccole
a grandi quotidianità
“nella fuga
ho dimenticato la dentiera
come farò a mangiare…”
Un orsetto di stoffa
travolto dai sassi
sembra dormire.
Giovani studenti pensano
sotto i loro libri.
Sfollati di notte
in un cielo nero d’angoscia
verso un difficile futuro.
L’Italia commossa
soccorre e ti canta
“Domani, domani…”
tutto il mondo è vicino.
Primavera nell’aria
speranza di nuovo inizio.

____

Loretto RAFANELLI

La torre di Novi

La torre dell’orologio di Novi
consegna la sua caduta nel sospiro
morto della sera, nel brusio
muto dei corpi i vecchi raccontano
che l’antica vena è solo polvere e buio.
E buio è il sentiero che porta al mio tavolo,
dove la penna fissa le viscere
fredde come un’incudine tremante.
È un reticolato dal respiro ferroso,
un masso che cerchia la gola. Macerie,
cose. Lenzuola bianche del corredo, piatti
di Boemia, foto sparse inzuppate
di lacrime, biglietti di una lontana
comunione, anni e anni triturati
dalla vertigine, che tocca il cuore.
È una notte sbarrata
da sconosciute mani. Istanti
di lame fissate nella notte.

____

Silvio RAMAT

Per settimane, poi -nel saliscendi
dei sogni o issati su scale diverse-,
si rimane di la’, visitatori
che s’aspettano il resto, il compimento
della promessa…

____

Antonio RICCARDI

Avevi ragione non devo seguire
la deriva di questo pianeta.

____

Davide RONDONI

Rinasci almeno tu in quel cuore, in quel
fiore di grattacieli e luci
nasci ancora, tocca un’altra era.

____

Paolo RUFFILLI

Il relitto
sul lido delle dune
poggia sul fianco,
inerte e gonfio.
Lo sfascio dei legni
dei ferri e delle funi
non è fuori posto
su questa costa tormentata.
Ha un che di sacro,
fermo nel tempo.
È un altare
su cui i gabbiani
si lanciano stridendo.
La lenta processione
non si arresta:
ognuno resta muto
per un po’
fisso nel vuoto.

____

Mario SANTAGOSTINI

(Nuovi versi del malanimo)
L’aria è povera d’ozono,
buona solo per grilli.
Animali sciatti, e in fuga da tutto.
Hanno il loro mondo:
che se lo tengono stretto.
Certo, qui una volta si creava,
poi si è passati al vivere.
Adesso, aspettiamo.

____

Valentina SCALETTA

I TUOI RESTI E IL MIO “RESTO”

“State lontani dal centro, altrove la vita ricominci”.
Nella periferia si vive bene, ma quante volte fingi?
La piazza, il mercato, le passeggiate al sole,
è tutto ormai passato, si seccano le aiuole.
Un tempo qui bambini di tutte le età,
la terra ha tremato e si è vecchi di già.
Siamo fermi, bloccati, in un’attesa perenne
E vorremmo tornare oltre quelle transenne…
Che ne è stato di quella fontana con l’acqua fredda anche in estate?
Voi venite in vacanza una settimana, sbarrate gli occhi e poi ve ne andate.
Ci parlate di tagli, di fondi, di burocrazia contorta
Seppellite questa città come neve a cui non importa.
Qui ogni anno le fiaccole sono accese a ricordo di quel catastrofico evento:
in mezzo minuto il cielo li prese, sono angeli in volo e son più di trecento.
Mentre il tempo va veloce e in aprile scorre lento
Aspettiamo di sapere quando inizia il cambiamento:
Ci hanno detto in qualche anno, ci hanno detto anche “Domani”
E tu L’Aquila senz’ali sempre “immobile rimani”.
Vorrei dire alle tue pietre, ai tuoi vicoli, ai palazzi
Che qui il confine è lieve tra esser sani ed esser pazzi.
Vorrei dirti tante cose, alcune solo a voce bassa,
le sussurrerei all’orecchio della tua povera carcassa.
Parlerei con il castello e con tutte le cannelle:
le parole sono tante, ma son sempre e solo quelle.
Ti direi che io c’ero e ho deciso di restare,
che ho paura del domani se lo penso a ieri uguale,
ti direi delle nostre vite, sempre “scosse” e mai banali
e dei pomeriggi spesi dentro i centri commerciali.
Ti racconterei anche un sogno, che ho già fatto e che farò, parla di bambini nuovi e dei miei, se ne avrò..
l’ho fatto anche stanotte, con la testa sul cuscino: c’era un posto in cui i miei figli giocheranno a nascondino.

____

Gabriella SICA

da Il sei aprile d’Abruzzo

Che cosa c’è di diverso questa notte
da tutte le altri notti? Non senti?
Questa notte questa notte
restiamo tutti alzati
restiamo fermi ad aspettare
ed ecco la scossa paurosa è il terremoto
eccolo, ci tocca ora il pane dell’afflizione
nella traversata brusca della notte.
Inchiniamoci lungo la via dolorosa
nella settimana cupa del calvario
la terra scuote l’aquila la sua alta domanda
l’altitudine dell’essere.
Ora non sostiene più le ali in alta quota aperte
infedele in quei terribili venti secondi
ora l’aquila ferita giace esangue
squarciata e umiliata

non grida
non vola
vaga con lo sguardo per la ghirlanda screziata dei monti
fissa gli spuntoni della roccia
ecco l’aria suona l’angustia canta l’agonia
ma freme la spina dorsale d’Italia è viva e freme
apre i rami dei mandorli bianchi in fiore
scrosci di giaggioli l’aquilegia china la testa gentile.
(…)

____

Luigia SORRENTINO

abbiamo perso tutto
caduti in un eterno
frammento
la prima luce su noi
infuocata ha bruciato tutto

la prima creatura di umana
bellezza è morta,
ignota a se stessa

i popoli appartengono alla città
che li ama
privi di questo amore ogni stato
scheletrisce e annera
la natura imperfetta non sopporta
il dolore

____

Giusy STAROPOLI CALAFATI

L’AQUILA RITORNI A VOLARE
La fortuna è del principiante, a questo mondo. E il principiante è l’uomo. Lo stesso che prima ride e poi come un pagliaccio piange. Reietta suo padre e si finisce i luoghi suoi del cuore mentre, abita tellurico il creato. Porta il lutto nero dei telai, mia madre. Il canto della civetta l’accompagna. La veletta nera ce l’ha deposta in capo. Porta nel reggipetto la sua più muta assenza. La medaglietta divina, e già all’incanto. E smania e impazza come l’aquila ferita, mamma mia. Chi le ha sparato l’ala? Chi le ha alluttato il capo? I miserabili hanno colpito l’aquila. L’hanno ferita. Le hanno fratturato il cuore e sanguina. Perde le sue piume, una ad una. Come un uccello che agonizza sbatte il capo. E si finisce piano, piano… Nessuno suona il silenzio. Nessun silenzio suona. Le campane hanno finito il suono. Il lutto della natività insiste. Pigola. É crudele il lutto della terra. Non c’è latte. Neppure un solo bacio sopra il pane. Martelli, chiodi, spade alla testa del cuore. Il mercato svende i viveri al muro del pianto. Pianto antico. Dolore scompisciato dentro i tumuli dei perniciosi affanni ove con le casule rimaste han rivestito una bandiera. La stessa issata dai bambini, la mia… perché mia madre si possa risanare. E raccogliendole le piume, L’Aquila ritorni a volare.

____

Giorgio TAVERNITI

Disteso sulla sabbia ardente,
Affondo la mia passione al canto dell’onda.
Ancora fanciullo,
Incido con il mio orgasmo,
L’infinito.
E` tutto ciò che possiedo,
Non chiedo di più.

_____

Gaetano TOFFALI

A terra è zoppa
Ma l’occhio no davvero
E spinge il collo e le ali
A battere tempo
Di volo nuovo
Basterebbe un bimbo
A sceglierne i legacci
E volo sarebbe fiero
Di aquila libera
Ma sono gli uomini
A decidere
E il collo teso
Sa solo urlare

____

Daniela TOMERINI

VOCI

Le città hanno voci
le loro pietre parlano
i palazzi raccontano
parole leggere a volte di gioia
se ascolti in silenzio
con molta attenzione.
Una l’ho sentita parlare
quando ho camminato nelle sue strade
in un giorno di primavera
ma non ho udito che
parole dure buttate come sassi
caduti da palazzi in rovina
urli di pena dai muri spezzati
dai cani persi nelle strade vuote.

Le sue fontane sussurravano
e versavano lacrime
da 99 cannelle.

_____

Michele TORIACO

Adesso

afferra presto l’ultima traccia della tua ricca bellezza
o città cara
prima che il buio la rapisca con mani d’ombra
per sempre

nulla può seminare il mio verso sulla cenere
delle tue rovine
né aprire il tuo cielo all’aurora che sognavi
sui tetti dorati delle case
dove la tua gloria non ha luogo
e chiede di tornare

afferra presto l’ultima traccia della tua ricca bellezza
o città cara
è adesso che l’uomo può imparare a rinascere
con quel che resta del mio canto
se qualcuno l’ascolterà.

____

Raffaele URRARO

Un’anima in preda a un silenzioso delirio

Alle vittime del terremoto dell’Aquila

Un’anima in preda a un silenzioso delirio
cammina nella notte a piedi nudi
sulle pietre smembrate
:il resto di niente

un sussulto della terra
ha lacerato ogni sogno
ogni vagheggiamento del futuro
e ha sepolto sotto le macerie
ricordi e memorie

la vita si costruisce dalle pietre
in una casa che è spirito vivente
-genius loci-
perché conosce sospiri e mutamenti
parole e silenzi

ora quello spirito è morto
e la vita s’è infranta
e non sarà più la stessa
perché le pietre non saranno più le stesse

un alito di vento sotto terra
ha portato con sé i segni delle storie
non resta che un sospiro
uno sguardo
una lacrima
e tutto il senso della nostra impotenza.

____

Gian Mario VILLALTA

Sanno di cenere le labbra e sabbia
nell’incàvo del sonno, sanno come
si apre tutto e si affonda nella notte
insieme con la casa
muti.

Cosa c’è nella pietra?
Lontane nuotano nuvole –
mani vuotano il cielo. Cosa c’è dentro
la pietra?

____

Cesare VIVIANI

Abbiamo seguito il terreno
per costruire le case, non abbiamo
modificato nulla del suo profilo.

____

Carlo VOLPI (CHARLO)

23 SECONDI
In 23 secondi posso bere un bicchier d’acqua,
ingoiare tutte le stelle dell’universo,
scrivere un semplice verso.
In 23 secondi posso dare un bacio,
prendere una carezza,
dare fido alla certezza.
In 23 secondi posso perdere la casa,
rincorrere l’ esistenza,
lasciare la vita alla sopravvivenza.
23 secondi e’ durata la scossa
23 interminabili secondi
23 lunghi addii
su quel che e’ stato e su quel che non sarà.
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 …
la vita è: 23 secondi.

____

Valentino ZEICHEN

Nei suoi occhi celesti
orbita come un tempo
una miniatura del cielo.

____

Emilio ZUCCHI

Sorella crocifissa tra gli sterpi
vicino al fiume, l’alba denudata
agghiaccia la tua pelle tumefatta
dai colpi di bastone; sorellina
addormentata e sola, mai nessuno
indagherà sul serio. Nylon nero
lacerato, ragazza di Tirana,
pallida come un’ostia
o come un faro d’auto
a snebbiare la notte nel cercarti.
Non tremare, non piangere, sorella:
urlano chiodi e spine nella carne
del Santo, non tremare.

____

Pier Paolo ZUCCON

scritta da mia figlia veronica nel maggio 2010.

LA CITTA’ ME

Na scossa l’ha toccata e c’ha fattu uscì de casa. La luna c’ha schiaritu ma che friddu impettito. Fore casa semo stati e dopu i pianti ce semo tutti abbracciati…

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