Pasquale del Cimmuto, “Come un vento serenatore”

cimmutoDalla quarta di copertina di Giancarlo Pontiggia

L’ultimo libro di Pasquale del Cimmuto si presenta come uno struggente, lucido rendiconto esistenziale. La lingua poetica è aspra, tagliente, spesso raggelata, fondata sull’esigenza di cogliere la vita nella sua verità nuda, senza infingimenti. Davanti agli occhi del poeta scorrono i segni del mondo: poiane, pleniluni, sentieri montani, lepri in fuga, cui si accompagnano meditazioni sul senso delle cose, implorazioni al dio delle solitudini, memorie familiari, riflessioni sul «niente di vivere», ma anche improvvisi frammenti nutriti di una gioia intensa, insperata. L’uomo che ha impastato le mani nella «creta del mondo», sente che tutto, nel gran vorticare delle cose, è solo apparenza e trasmutazione. Kikuo Takano, il poeta giapponese che sostò diversi giorni tra i boschi e le pietre della sua terra, lasciando l’impronta di versi fragili e sublimi in cui Oriente e Occidente si toccano, ritorna nella forma aerea di una farfalla, a dire che «ogni uomo è una goccia del senso/ che ha la luce nel nulla». A volte, la lingua sembra venir meno, arrendersi al potere muto delle cose; la verità si fa «veritudine», segnata dal sentimento del limite, dalla legge universale della sofferenza; scuri assilli scheggiano la lastra dei versi. «Sembra tutto terribile/ eppure la notte è serena», avevamo letto nel prologo del libro: ed è proprio questa cosmica forza serenatrice a divenire poco a poco, pur nella densità dolorosa dei pensieri, il motivo dominante della raccolta. Così che quando il libro giunge alla sua chiusa, il poeta può semplicemente affidarsi al mitico traghettatore con tre versi di umile verità: «Ho solo un navolo nella tasca sdrucita/ Tutto questo è quanto ho./ Tutto questo io rendo».

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EPPURE LA NOTTE E’ SERENA

Sembra tutto terribile
eppure la notte è serena.

Solo uno scoglio ermo        segna
il lambire dei flutti

dilavate di sale
le ebridi cuspidi di diamante rinnovano
la lotta esausta del pendolo moto

solo l’essenza
stalattica della parola
(l’ardire di un verso)
si prova imprudente
a saccheggiare il lucore dell’alba.

 

*

 

 

C’E’ UNA PIAZZETTA NEL CENTRO DI ROMA

 

C’è una piazzetta nel centro di Roma
accalcata di turisti svagati dove il sole sparpaglia
di razzi azzurrognoli i margini incerti
dal travertino poroso.
Sguardi stupiditi sorreggono sotto quel cielo
guglie e tetti sopra un protendersi di mani
nella ricerca didascalica di un sé altro e lontano
digitale         supponente

per i mille secoli necessarii di verecondia
tale presente rende
gli scarsi attimi di umano pentirsi
di disperante pietà.

C’è una piazzetta dove il cristo prega
fra il vocio di accattoni mercianti       sfumighi di bar
e la cotonosa mistura chimica delle latterie.
E’ un’aria che sobbraca il capo
che piega le spalle di sobrietà
mentre si rappresenta in commedia il trapasso degli anni,
dentro il corpo di vivi
di quella fisicità così fragile
di carne
che continuamente si smodella e faticosamente si sostiene.
C’è in quel dentro la percettibile imprimitura nei sensi
dello svolgersi del tempo
che il trascorrere di visi
impigliarsi nei discorsi frantumati della ressa
sia storia già scritta solo da rovesciare
nel cavo del guanto.

C’è in quell’aria l’opprimitura anossica, ma quasi gentile
che uccide l’incipit di ogni intraprendenza
il senso e l’ossesso del mondo a trafiggere il tuo passo levato e
illuso
o il tuo braccio che rotea armonioso, proteso alla carezza.
Si richiama al contrappasso
l’ordine e l’inoppugnanza delle stagioni andate
tra il trascinio di santi processionali
nel mentre che trionfa
la volgarità di gote sboccate nella maldicenza e nel cibo
la consumazione carica di sputi
sfregata e pedestre di marmi rinascimentali.

E di tutto quella piazzetta squaderna l’inutilità
di tanto accalcato vociare,
è solo crudele concedimento alla vita miraggiosa
fra svolìo di colombi
l’impettito andirivieni di quella terzietà babbea
l’allucinata solidarietà contigua
baluginosa incoscienza
di un mondo minimo e crudele
automico
inossequioso bambino.

 

 

*

 

 

IL MIO PASSO E’ UNA PARTICOLA AVULSA

 

Di quante ressi amniotiche si è bagnato il tuo piede
affondato nella rena fine (bluastra) del crepuscolo
e
quale inconcepito dirimento
è capace di spartire l’angoscia.

Chi cosparge di spine il sentiero non cammini scalzo
ammonivi
rassegnata alla mena delle solitudini e dell’inedia
piegata al crudore del mondo.

Chétati nell’animo sospeso, timido del giorno
(ognigiorno) che si fa presagio
calpesterò solo i sepali cosparsi.
Il mio passo è una particola avulsa
sopravviva
nato a suggere l’umore di stagioni tenui (intermedie)
distillo solingo
di canti e di memoria.

Da: “Come un vento serenatore” (ai confini di un parco), di Pasquale del Cimmuto, Moretti & Vitali, 2014

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Pasquale di Cimmuto è nato a Pescocostanzo nel 1951. Medico di professione, ma anche per diversi anni sindaco appassionato della sua città, è stato creatore e organizzatore di “Moto perpetuo”, una rassegna artistica e culturale dove scultori, musicisti, pittori e scrittori di rango internazionale (da Bonnefoy a Takano a Charles Tomlinson) si sono alternati per diversi anni. In poesia ha pubblicato La lezione di Gide (1986) e Nuova canzone della ginestra (1999).

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