ADDIO AL POETA C.K. WILLIAMS

williams_ckIl poeta statunitense C.K. Williams, tra i maggiori autori di versi in lingu inglese della seconda metà del XX secolo, insignito del Premio Pulitzer e del National Book Award, è morto la notte tra sabato e domenica nella sua casa di Hopewell, nel New Jersey, all’età di 78 anni a causa di un tumore.

L’annuncio della scomparsa è stato dato oggi dalla famiglia alla stampa americana. Nelle sue poesie, dense di riflessioni morali ed etiche, vengono affrontati con passione temi come la guerra, la povertà ed anche i cambiamenti climatici, così come i misteri imponderabili della psiche.

A Roma, il 1° febbraio 2013, il poeta era stato protagonista a Roma a “Ritratti di Poesia”, la storica manifestazione che si tiene annualmente al Tempio di Adriano.

C.K. Williams, conosciuto con questo nome, nato il 4 novembre 1936 a Newark, nel New Jersey, è autore di una dozzina di raccolte poetiche tra le quali “Flesh and Blood” (1987), che è stata premiata con il National Book Critics Circle Award, “Repair” (2000), ricompensata con il Premio Pulitzer, e “The Singing” (2003) con il National Book Award.

Ha pubblicato anche cinque libri di traduzioni (Sofocle, Euripide, Issa, Ponge e Zagajewski), raccolte di saggi (tra cui spicca “Poetry and Consciousness”) e uno scritto autobiografico (Misgivings).

Tra i numerosi premi e riconoscimenti di Williams si possono ricordare inoltre l’American Academy of Arts and Letters Award, la Guggenheim Fellowship, il Lila Wallace-Reader’s Digest Award, il Pen/Voelcker Award per la poesia e il Pushcart Prize. Williams insegnava scrittura creativa alla Princeton University e ogni anno abitava per diversi mesi a Parigi. In Italia le sue poesie sono incluse nell’antologia “West of Your Cities” a cura di Mark Strand e Damiano Abeni (Minimumfax, 2003).

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Una poesia inedita in Italia di C.K. Williams

ASPETTA

Taglia, squarta, sventra; taglia, squarta, sventra; mannaia, coltello, accetta-
nemmeno il macellaio più maldestro riuscirebbe a essere più crudele,
tempo, di te, che mi smembri, mi sciogli, mi lasci broda in una pentola,
una parte del mio corpo centenaria, un’altra che non c’è nemmeno più,
un’altra ancora piena di un vigore idiota, vorace come il giovane che sono stato
per cui tutto si muoveva sempre troppo piano, troppo piano.Ero io allora a tagliare, sventrare, dentro, attraverso di te,
ero io a gustarti, a rimpinzarmi di te, ingollando d’un fiato il tuo liquore invisibile.
Adesso sei contaminato; il battito del cuore, l’orologio, il calendario, ti inquinano, ti insozzano,
tu mi risucchi, mi strattoni, i nodi di filo spinato del ricordo mi lacerano,
il mio cuore pende dal costato, inerte, ultima carta del mazzo, spossato, gira a vuoto,
cerca di risollevarsi a quell’antico, a quell’altro rapporto che aveva con te.

Ma c’è mai stato davvero un altro tipo di rapporto con te? Quando correvo
come per salvarmi la pelle, non stavo forse fuggendo da te, o per te?
Non temevo forse che mi avresti lacerato, riducendomi a un cumulo di brandelli?
Non lo temo forse ancora? Quando afferro uno dei tuoi momenti e lo tengo stretto,
un ciottolo, un pianeta, non mi si consuma forse in mano come se io,
non tu, fossi l’oceano di acido, l’agente corrosivo in cui mi dissolvo?

Aspetta, però, aspetta: dovrei far sapere anche a te quanto sono contento,
quanto lo amo, tutto quel tagliare e sventrare, tutto quanto.
E ti prego di capire che soprattutto amo te, il modo in cui ogni mattina ruoti
la languida terra, perché altrimenti come saprebbe fare alba,
fare crepuscolo, quando dalle sue creature parlanti non sente altro che “Aspetta!”?
Noi, il cui ultimo angosciato desiderio è che la nostra ultima parola non sia “Aspetta”.

(Traduzione di Damiano Abeni)

 

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