Addio a Yves Bonnefoy

Yves Bonnefoy (ANSA)

Yves Bonnefoy (ANSA)

Si è spento a  Parigi il 1 luglio 2016, all’età di 93 anni, il grande poeta francese, Yves Bonnefoy, più volte candidato al Nobel per la letteratura e accademico del College de France.

Tutte le sue raccolte in versi sono state pubblicate dalle case editrici Mercure de France e  Gallimard. In Italia le sue poesie sono uscite con numerosi editori: Einaudi, Mondadori, Sellerio, Archinto, Rizzoli, Le Lettere, Jaca Book, Donzelli, Guanda.

Nel 1953 esce, con straordinario successo di pubblico e di critica, la sua raccolta poetica d’esordio, “Movimento e immobilità di Douve”. Seguono “Ieri deserto regnante”, “Pietra scritta” e “Nell’insidia della soglia”. La sua produzione prosegue con due sillogi edite in un unico volume, “Quel che fu senza luce. Inizio e fine della neve”.

L’opera poetica di Yves Bonnefoy è stata pubblicata nel “Meridiani Mondadori a cura di Fabio Scotto nel 2010. Il volume raccoglie in lingua italiana gran parte della produzione poetica di Bonnefoy.

Bonnefoy ha ricevuto in tutto il mondo numerosi riconoscimenti, tra i quali il gran premio della poesia dell’Académie française (1981), il Premio Balzan (1995), il Premio Grinzane Cavour (1997), il Premio Franz Kafka (2007), il Gran premio di poesia Pierrette Micheloud (2011) e il Premio Nonino (2015).

Ha ricevuto lauree honoris causa da molti atenei in tutto il mondo, tra le quali l’Université de Neuchatel, l’American College di Parigi, l’Università di Chicago, il Trinity College di Dublino, le Università di Edimburgo, Roma Tre, Oxford, Siena e l’Orientale di Napoli.

Yves Bonnefoy, nato nel 1923 a Tour, in Francia. E’ considerato unanimamente il massimo poeta di lingua francese. E’ autore, oltre che di liriche poetiche, di prose saggistiche sull’arte, di critica, di teoria letteraria e di racconti. Bonnefoy  è anche un raffinato traduttore in francese di grandi poeti classici.

 

Intervista a Yves Bonnefoy
di Luigia Sorrentino
Napoli, Museo di Capodimonte
27 ottobre 2011

La sua prima opera di poesia tradotta in Italia è “Movimento e immobilità di Douve”, del 1953. In questa opera l’evidenza della morte si manifesta violentemente, come condizione ineluttabile dell’umano. E’ stato detto che la sua poesia nasce nel segno della morte. Condivide questa affermazione?
“No, non direi. La prima esperienza della mia opera poetica consiste piuttusto nel sentire che il pensiero concettuale ci impedisce di fare l’esperienza naturale ed immediata della fine e dunque, in particolare, della morte. La morte non è un’ossessione, al contrario, in questo libro rappresenta un’esperienza totalmente naturale che fa parte della vita e che è necessario saper comprendere, ma che dimentichiamo di comprendere nella nostra vita di tutti i giorni. Questo libro si propone dunque di rianimare la vera parola.”

La sua poesia illumina un ‘entroterra’ “il dolore di esseri nati nella materia” nel quale penetra il desiderio. La poesia arriva per non essere più soli al mondo?
“La poesia lotta contro questa inquietudine, contro il sentimento che erroneamente si prova di trovarsi in una condizione di esilio, una condizione di inferiorità metafisica. Infatti, noi viviamo nell’unico mondo possibile ed esistente e la verita’ e’ che dobbiamo cercare di trovare un compromesso con questo mondo senza pensare al passato, ma solo all’immediato, al momento che viviamo e al luogo che condividiamo con gli altri. E’ questo il ruolo che la poesia dovrebbe ritrovare.”

Nella sua poesia ricorre spesso l’immagine di un bambino… Chi è questo bambino che sembra sostituirsi al dio incarnato?
“Sì, perché l’unico strumento che ha l’uomo è la parola che scambia con gli altri. La parola è in divenire, è una storia e si può sperare che attraverso lo sviluppo dell’umanità riuscirà ad essere più trasparente e ad avere un rapporto più intenso tra il soggetto parlante e i suoi interlocutori. E’ come se la parola fosse un bambino che cresce nell’avvenire della nostra umanità.”

Lei ha detto che la poesia è il bisogno che abbiamo di incontrare le cose e gli esseri del nostro mondo ordinario in maniera più immediata e diretta di quanto non permetta l’esercizio concettuale. E’ vero che e’ necessario, per amare e per capire la poesia più profondamente, liberarsi dal pensiero concettuale che può costituire una trappola per la poesia?
“E’ necessario cercare di liberarsene. Noi siamo il pensiero concettuale che fa di noi degli esseri umani. Non dobbiamo dunque dimenticarla, dobbiamo discutere considerando il concetto e comprendere che per noi la verita’ e’ costituita dai rapporti che abbiamo con gli altri esseri umani, i piu’ vicini a noi. Questi rapporti non sono basati sulla critica o sul giudizio, ma sull’immediatezza e sull’affetto. La poesia rida’ vita a questi rapporti all’interno del discorso concettuale che e’ un procedimento empirico, un combattimento, una lotta contro le formulazioni incompiute e costantemente ricominciate. E’ questa la verita’ e la nostra ostinazione ne e’ la testimonianza.”

“Quel che fu senza luce” sembra essere un ritorno all’origine, e poi, “Inizio e fine della neve” la perdita, insita nel sogno, si mostra capace di abitare il luogo umano visto attraverso l’occhio dell’artista, per un compito di speranza, e un grido di gioia della fonte…
Cosa fu senza luce nel passato, cosa può diventare nel presente ?
“Tutte le parole che abbiamo pronunciato, tutti i poemi che abbiamo scritto sono una verità facile da comprendere per noi. Contiene lati oscuri sfuggiti alla nostra coscienza e al nostro intelletto. Il compito della poesia è tornare verso ciò che è già stato pensato o scritto per trovare degli aspetti di noi stessi ancora inespressi. ‘Ce qui fait sans lumiere’ è il libro precedente nel quale si cerca di far luce sul nostro rapporto con noi stessi. E’ questo uno degli aspetti del titolo di questo libro. Naturalmente, l’avvenire della parola consisterebbe nel rendere più trasparente lo scambio tra gli esseri umani e l’oscurità che si accumula ancora oggi nei fantasmi, nei desideri cattivi, nella parte inesplorata di noi stessi che potrebbe così illuminarsi. E’ un’utopia, non è realizzabile, ma allo stesso tempo è il cammino che dovrebbe intraprendere la poesia, l’orientamento che deve creare.”

Lei è a Napoli per il conferimento del premio Napoli 2011, Premio Speciale per la poesia straniera per L’opera poetica pubblicata nel 2010 nei Meridiani Mondadori, a cura di Fabio Scotto, e per ricevere la Laurea Honoris Causa in “Teoria e prassi della Traduzione” dall’Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’.
Con quale sentimento accoglie questi due importanti riconoscimenti?
“Sono sempre contento di constatare che in queste occasioni la poesia diventa oggetto di attenzione per un vasto pubblico. Dà sempre una grande soddisfazione constatare che l’unico modo che abbiamo per poter formulare previsioni ottimistiche sul futuro dell’umanità, viene vissuto autenticamente da alcune persone. Al di là di tutto, ciò che conta realmente è che la poesia per alcuni esiste ancora.”

Lei nel 1981 è stato nominato al College de France alla Cattedra di “Studi Comparati sulla Funzione poetica”. Ci spiega in che cosa consiste il suo insegnamento? Qual è la funzione della poesia?
“La cattedra permetteva alla poesia di apparire in un insieme di insegnamenti o comunque di dicipline positive, le scienze umane che vengono insegnate. E’ come uno spazio libero dove è possibile parlare della poesia, come si deve parlare della poesia e cioè in tutta libertà, senza metodo, senza compiti particolari e con il diritto fondamentale di essere se stessi. In questi anni di insegnamento ho semplicemente seguito i miei desideri, i miei interessi. La mia funzione poetica che consiste nel trovare una parola per designare cio’ che risiede nell’intelletto, non può mai ritenersi conclusa. Cos’è la poesia? E’ l’oggetto della riflessione e dopo vent’anni non sono ancora sicuro di aver risolto il problema.”

L’attività Universitaria della Francia, ma anche di altri paesi europei e del mondo occidentale, che rapporti intrattiene con la poesia? Secondo lei, le dedica abbastanza attenzione ?
“Posso constatare che in questa generazione, è notevolmente cresciuto il desiderio di fare poesia nelle universita’ francesi. Venti o trenta anni fa, la critica letteraria veniva sopraffatta dall’analisi dei discorsi, dalla ricerca delle strutture nei discorsi e questa era una negazione del progetto poetico che pero’ non si limita al discorso. Per questo c’è stata una reazione per cui degli ex-studenti universitari che oggi hanno all’incirca 45 anni hanno con la poesia un rapporto molto intenso e peculiare. Li sento molto vicini a me.”

Lei a Siena, ha tenuto un discorso che poi è diventato un libro “Poesia e Università”, (Manni Editore, 2005) e parlava di anni difficili per la poesia, anni ‘di confusione e di oblio, in cui anche la poesia conosce una crisi, il cui esito è difficile prevedere…’
Pensa che oggi il rapporto tra Poesia e Università debba essere rilanciato? E in che modo questo dovrebbe avvenire?
“Probabilmente 10 anni fa era utile cercare di far scomparire un pregiudizio tipicamente appartenente alla Francia del diciannovesimo, dell’inizio del ventesimo secolo, della nascita del movimento surrealista, secondo cui la poesia era un’attività spontanea, selvaggia, che non poteva sopportare lo sguardo e la riflessione accademica. Si tratta di una visione superficiale, già smentita dal Romanticismo inglese, dal Romanticismo tedesco, da tutta la cultura italiana. Oggi abbiamo superato questa idea e posso constatare che se ci sono dei lettori di poesia in Francia, si trovano sicuramente all’università tra i docenti, gli studenti e anche al di fuori delle università. Il passaggio dall’università non è dunque una fase inutile nel percorso che porta a riuscire ad apprezzare l’esistenza della poesia.”

Lei ha amici tra i poeti italiani?
“Sono i poeti italiani ad essere miei amici, ma preferirei non citare un solo nome tra tutti quanti perché mi sembrerebbe ingiusto e potrebbe creare confusione perché non conosco così profondamente la cultura e la lingua italiana per poter esprimere un giudizio”.

Che cosa pensa della poesia italiana rispetto a quella francese?
“Credo che la poesia contemporanea italiana sia più vicina ai miei interessi fondamentali rispetto a molte poesie scritte oggi in francese.
Nella nostra poesia francese c’è troppo spesso, a mio avviso, un’astrazione che è contraria a quella che io definisco intuizione poetica. Mi sento più vicino a quei poeti che ritengono che la vita quotidiana, gli avvenimenti fondamentali dell’esistenza sono il luogo naturale della riflessione e dei sentimenti. Da questo punto di vista mi sento più a mio agio tra gli italiani, rispetto ad alcuni colleghi francesi, non tutti naturalmente.”

Lei ha conosciuto Giuseppe Ungaretti e Piero Bigongiari. Che ricordi ha di questi amici lontani?
“Ho conosciuto alcuni poeti italiani, alcuni un po’ di più e altri un po’ meno. Sicuramente tra quelli che ho frequentato di più come amico c’è Piero Bigongiari, ma probabilmente chiedermi di raccontare dei ricordi è troppo per me. A volte gli aneddoti possono essere ingannevoli: tendono a semplificare la figura degli altri, a sostituire la complessità dell’esistenza dell’essere con una formulazione che è troppo spesso lo sguardo distratto della persona che parla. Preferisco lasciare il mistero dell’esistenza.”


Che ricordo ha di Enzo Crea, Editore dell’Elefante a Roma?
“Evidentemente Enzo Crea, editore dell’Elefante a Roma – una collezione di bei volumi sull’arte romana – è stato un mio caro amico. Sono molto dispiaciuto per la sua scomparsa prematura, due o tre anni fa. Ero molto affezionato a quest’uomo per le sue capacita di entusiasmarsi sinceramente e profondamente.
Era un uomo di grande energia.”

 

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