Nadia Agustoni, “Lettere della fine”

lettere-della-fine-15.05.2015-3-785x589Nota di Fabrizio Fantoni

E’ un libro sorprendente “Lettere della fine” di Nadia Agustoni, una raccolta che si segnala per profondità e unitarietà, tutta incentrata su un’idea di “fine” reiterata e declinata nelle varie sezioni del libro in cui si delinea un percorso che gradatamente si forma man mano che si procede nella lettura.
La prima parte del libro è dominata dalla figura della fanciullezza. Il bambino, felice e inconsapevole, gode della scoperta del mondo ma istintivamente avverte che le gioie della giovinezza presto scompariranno lasciando il posto ad un senso di precarietà dell’esistere “ avremo le rondini per pochi anni: andranno nel breve di un’ala e nell’azzurro. Un paesaggio vivo arriva nel grigio dei fiumi: saremo un atterraggio di vento.”

Le prime sezioni del libro si configurano, dunque, come una sorta di percorso di formazione in cui la “fine” è costituita dal passaggio che porta il poeta/bambino ad abbandonare le illusioni proprie dell’età giovanile e a scoprire quanto sia opaca una vita ridotta a mera esistenza. Scrive Agustoni in uno dei suoi componimenti più belli:

a esistere c’è il buio
più grande- non pensare
come pensa il mondo.
sembriamo il cortile l’auto
e piango per l’idiota
la ragazza il campo
i vestiti bruciati di
chi è lasciato solo.
così andiamo con le storie
coi cerotti- un vaso
di mele gialle ci pensi i quadri
nei quadri l’albero dei limoni
quando crescevi
senza dire: “anch’io”.

Nelle sezioni successive del libro, lo sguardo dell’autrice si allarga divenendo corale attraverso l’evocazione di tante forme di esclusioni tratte da elementi concreti della quotidianità: l’alienazione del lavoro in fabbrica, la solitudine degli anziani, la marginalità degli immigrati. Tante tipologie diverse di “fine”, conclusioni e cessazioni che incarnano la transitorietà e la fugacita del vivere o, per usare le parole di Elsa Morante, “la qualità vulnerabile di tutto ciò che vive”.
Si impone in questa parte del libro la sezione intitolata “Oratorio della fine”. Qui l’idea di “Fine” prende corpo mediante il richiamo agli affreschi eseguiti nel 1524 da Lorenzo Lotto per la Cappella Suardi, raffiguranti le storie di Santa Barbara ( dalla conversione al martirio) inserite in scene di vità quotidiana e dominate dalla colossale figura del “Cristo vite”.

l’uomo che diventa una vite
i giardini coltivati la corda tiene
lo stupro l’aria muore le mosche-
oh! iddio che non salvi.

il mercato nei cesti di rosso
strada di mammelle e vento
il cotone in cui sale spavento
non sai se è guardare.

Si noti come le pitture di Lotto siano evocate dall’autrice attraverso l’illuminazione – perchè di vere e proprie illuminazioni si tratta e non di mere enumerazioni- di semplici dettagli che in forza della loro valenza simbolica, divengono la rappresentazione visiva di un paesaggio esistenziale astorico in cui l’essere umano appare esposto e sofferente nell’indifferenza degli altri uomini e della divinità.

Tante fini, quindi, che la Agustoni evoca mediante una poesia espressiva che si caratterizza per una forte contrazione metaforica ed una irregolarità sintattica. Il verso si modifica, si spezza e la parola entra in dialogo – anche graficamente- con il bianco della pagina, con il silenzio e la meditazione. È una poesia contrassegnata da una energia controllata, con coloriture e presagi cupi che non lasciano spazio alla commozione o, peggio, al pietismo. Tutto ciò dimostra la necessità, avvertita dall’autrice, di una meditazione totale e di un confronto ininterrotto con la coscienza e il senso invadente del finito sempre riscattato, però, dall’opzione irrinunciabile per la vita.

Nelle poesie dell’Agustoni si compie un cortocircuito tra desiderio inesausto di vita e contezza della finitudine come condizione ineluttabile del vivere. Ed è proprio in questo insoluto contrasto tra accettazione formale di una realtà che sempre più spesso opprime e l’incessante desiderio di uscirne fuori, nell’impotenza assoluta di agire per modificarla, che va rintracciato il filo più teso e drammatico di queste “Lettere della fine”.

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