Nadia Agustoni, “Lettere della fine”

Nadia Agustoni, Lettere della fine. Vydia 2015

di Giuseppe Martella

Da un punto d vista retorico, quella di Agustoni in “Lettere della fine” appare come una poetica della sineddoche monca o preclusa: la parte sta per l’intero ma l’intero (la fine) non viene mai raggiunto. Più precisamente, poiché la sineddoche è una specie della metonimia che assieme alla metafora costituisce uno dei poli generativi del discorso (Jakobson), diciamo che quella di Agustoni è una poetica della metonimia interdetta, nel doppio senso che da un lato essa è preclusa ma dall’altro è anche detta fra le righe. In generale, semplificando, poiché la metonimia (funzionando sull’asse della contiguità) sta alla metafora come una mininarrazione sta a una minidescrizione, e poiché queste due figure sono i nuclei generativi della configurazione del discorso in generale, diciamo che quella di Agustoni è una poetica della figura incompiuta, amputata, interdetta. Infatti in questo testo le figure del discorso sovente non si concludono e il lettore rimane così intrappolato nelle lettere del testo. Anche in questo senso tecnico, qui si tratta proprio di “lettere della fine”. E questo è uno degli artifici principali che l’autore usa per la messa in mora del soggetto e per la sua decostruzione strategica. Qui si realizza insomma, nell’interazione fra le parole e le cose, in modo radicale e a livello complesso (cioè sintattico e discorsivo) quella poesia della grammatica auspicata da Roman Jakobson, uno dei maggiori linguisti e critici della poesia del Novecento. Ma è ovviamente anzitutto la distruzione sistematica della sintassi abituale che genera l’inafferrabilità del soggetto del discorso e l’indeterminazione delle sue figure, che corrisponde a quella delle forme di percezione del mondo da esse evocate. Insomma, la decostruzione sintattica ha come effetto la mutilazione e la mobilitazione del mondo ambiente di riferimento (Umwelt) e del mondo della vita in generale (Lebenswelt), per lo spettatore coinvolto nel naufragio del senso. L’io poetico ci appare pertanto come una sorta di rapsodo o se si preferisce di hacker, cioè come colui che è in grado di manipolare, tagliare e cucire strategicamente il codice disponibile per produrre dei programmi genetici eversivi o dei virus mutanti. Con un qualche debito verso le “parole in libertà dei surrealisti” e verso le ben note tecniche di cut-up di William Burroughs e compagni: “Le scarpe i fogli le sere nelle buche/di terra le sere che mastichi il pane/l’azzurro è tutta la vita/gli occhi sono la casa/avrai segno come i più piccoli/quelli vuoti di sé che non sanno mai/non sono mai altri.” (35) L’espressione asintattica, unita al roco dettato sottovoce e alla concreta iperreale luminosità delle immagini, non consente la fissazione del punto di vista, la prospettiva unica, il quadro compiuto, cioè quella totalizzazione che nella dialettica negativa di Adorno equivale al falso.

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Nadia Agustoni, “Racconto”

copyright photo: Poesia, di Luigia Sorrentino

copyright photo: Poesia, di Luigia Sorrentino

di Luigia Sorrentino

Nadia Agustoni dopo “Lettere della fine” pubblicato nel 2015 con la collana “licenze” Vydia Edizioni, ci consegna un nuovo libro di poesie, “Racconto“, nella collana “i domani” Nino Aragno Editore, curata da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa e Laura Pugno. Con questa raccolta la Agustoni consacra la seconda fase della sua produzione poetica inaugurata proprio con le “Lettere“, opera seconda classificata al Premio Poesia Città di Fiumicino 2016. Continua a leggere

Raimondo Iemma, “Una formazione musicale”

raimondo_iemmaNota di Nadia Agustoni

Al suo secondo libro di poesie Raimondo Iemma ci porta una ventata di musicalità e libertà di cui troppe volte avvertiamo la mancanza. Con “Una formazione musicale” vincitore del XIX premio internazionale di poesia intitolato a Renato Giorgi, Iemma nato nel 1982, ci propone una raccolta in cui il disagio di persone comuni, con poche chance, non diventa disperazione ma piuttosto una ricerca per trarre tutto il possibile da quello che si vive. Libro politico senza retorica, ma nel senso di chi salva il privato e l’interiorità dal divenire “politica”, contratto, merce; libro sopratutto in cui c’è una ricerca stilistica che fonde musicalità e parlato, con il risultato di una resa poetica di grande freschezza. Continua a leggere

Nadia Agustoni, “Lettere della fine”

lettere-della-fine-15.05.2015-3-785x589Nota di Fabrizio Fantoni

E’ un libro sorprendente “Lettere della fine” di Nadia Agustoni, una raccolta che si segnala per profondità e unitarietà, tutta incentrata su un’idea di “fine” reiterata e declinata nelle varie sezioni del libro in cui si delinea un percorso che gradatamente si forma man mano che si procede nella lettura.
La prima parte del libro è dominata dalla figura della fanciullezza. Il bambino, felice e inconsapevole, gode della scoperta del mondo ma istintivamente avverte che le gioie della giovinezza presto scompariranno lasciando il posto ad un senso di precarietà dell’esistere “ avremo le rondini per pochi anni: andranno nel breve di un’ala e nell’azzurro. Un paesaggio vivo arriva nel grigio dei fiumi: saremo un atterraggio di vento.” Continua a leggere

Chandra Livia Candiani, “Bevendo il tè con i morti”

libro10Nota di Nadia Agustoni

Ripubblicato da Interlinea è di nuovo disponibile “Bevendo il tè con i morti” di Chandra Livia Candiani. La prima edizione del 2008 era esaurita da tempo e il libro merita di essere conosciuto e riletto. Un canzoniere intenso di cui non so dire se la visione precede la parola o la parola contiene il suono che conduce l’immagine. Immagini forti, segni incancellabili di un vivere dentro la materia del nostro mondo, senza rifiutare nulla, ponendosi però sul margine d’ombra che consente di vedere e dire sempre qualcosa in più. Continua a leggere