Paolo Febbraro

paolo_febbraroLa foto di Paolo Febbraro è di Dino Ignani

AUTORITRATTO
da un’idea di Luigia Sorrentino
a cura di Fabrizio Fantoni

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Autoritratto (olio su tela, febbraio-aprile 2016)

Sono nato il 29 gennaio 1965, a mezzogiorno, più di venti giorni dopo la scadenza naturale della gravidanza. Non volevo uscire all’aperto: una suora ha dovuto far forza con le braccia sulla pancia di mia madre e quando sono emerso avevo una clavicola lussata. Diciamo pure che sono nato grazie alla violenta intercessione mondana della Chiesa.

Credo che questo non voler vivere sia stato dovuto alla paura: della violenza, appunto. Paura di subirla e di commetterla. Unico figlio maschio dopo due femmine, ero stato concepito in modo “impossibile” poche settimane dopo la nascita della piccola Laura. Ed eccomi a mettere scompiglio, a moltiplicare infanzie e fatiche. Per questo mi aspettavo una punizione, avvertivo di meritarla ab ovo, preferendo togliere il disturbo, riassorbirmi silenziosamente nel grembo materno. Eppure, ero finalmente “il maschio”: quattro rosei chili per ammorbidire l’impatto con l’avversario.

Sono stato un bambino acquiescente, quasi mimetizzato, ma già da ragazzino sfogliavo le riviste militari di mio padre ufficiale della Guardia di Finanza, disegnavo navi da battaglia e leggevo fumetti di guerra e d’avventura. Avendo prima due, poi tre sorelle, mi sentivo allo stesso tempo un principe e un minoritario, un sovrano e un perdente.

Verso i dodici, tredici anni, ho indotto mia madre a comprarmi i primi pantaloni lunghi. Non sopportavo più di andare in giro come un bambinone, con i calzoni corti al ginocchio. Mi vergognavo. Ma quando entrai nel camerino di prova del negozio di abbigliamento, e indossai quelli lunghi, mi sentii smarrito, colpevole come un impostore.

Il sentimento di una mia impostura non mi ha mai abbandonato. Alle scuole medie avevo detestato il Latino, tutto grammatica e vocabolario, ed ero andato benissimo in Matematica. Così, dopo la licenza mi arroccai sul rifiuto per la lingua dei progenitori e volli iscrivermi all’istituto tecnico-commerciale. In prima presi costantemente “sette meno meno” nei temi in classe. In seconda incontrai un’insegnante di Italiano molto intelligente, moderna, spigliatissima, e anche mitomane: raccontava di sé come fosse un romanzo. Verso i sedici anni cominciai a guardare la Contabilità, la Tecnica Bancaria e il Diritto Commerciale come qualcosa di troppo facile, in cui i conti tornano sempre. Me ne venne un po’ di supponenza e parecchia solitudine. Dopo il diploma, ho combattuto e vinto un duro confronto con i miei genitori e mi sono iscritto a Lettere moderne: dissi a mia madre che piuttosto avrei comprato giacche e camicie usate al mercato di Porta Portese, ma che Economia e Commercio o Giurisprudenza non le avrei studiate mai. Povero, ma letterato. Ho avuto ottimi risultati. Nonostante ciò, sono stato un dottore in Lettere ventiquattrenne dalle amplissime lacune nel Latino, nella Filosofia e nella Musica, del tutto ignorante del Greco, con qualche rudimento nella lingua inglese e scarse conoscenze di Storia dell’arte antica, medievale e moderna.

Oggi devo ammettere di aver scritto alcune belle pagine, ma è come se lo avessi fatto per sola fortuna. Tuttavia, reagisco con una grande serietà. Durante gli anni dell’adolescenza ho letto soltanto fumetti, così le vere letture le ho cominciate tardi e molti capolavori li ho affrontati a trenta o quarant’anni, con una sorta di esperto stupore, di solenne freschezza. Un libro come L’idiota. Una storia letteraria, del 2011, lo spiego così: è una mezza follia, un percorso attraverso secoli di cultura occidentale, che in buona parte pre-conoscevo per pura intuizione, per istinto. Ho dovuto leggere moltissimo, per scriverlo, ma nessuna quantità di libri sarebbe stata pari al compito; così mi sono affidato a una certa dose di arbitrio, alla puntualità misteriosa di collegamenti che si rivelavano da soli.

Per questo detesto quando qualcuno mi scambia per uno “studioso”. Non lo sono mai stato. Quando scrivo saggistica e mi occupo di un autore (i poeti della «Voce», Palazzeschi, Saba, Primo Levi, Seamus Heaney, Caproni) sono accurato e spero affidabile, ma sciolgo molti nodi con la scorciatoia aforistica, l’avvicinamento ingegnoso, la connivenza verbale. Mi piacciono anche le verticalizzazioni psicoanalitiche, rapido scandaglio in vaste falde acquifere. Scrivere bene, mettendo al lavoro le metafore giuste, diventa un fatto tematico, l’unico modo per capire un autore, e insieme risparmiarmi la lettura di migliaia di pagine di bibliografia accademica.

Come poeta il gioco riesce meglio e con un tasso maggiore di plausibilità. Se nella saggistica mi sembra di mostrare conoscenze che esistono colpevolmente solo nel momento in cui le scrivo, in poesia tutto ciò è naturale. Che bello poter impunemente “sapere tutto” nel breve spazio-tempo di dieci versi! Per quanto io possa essere insufficiente e arbitrario, c’è sempre la Poesia che la sa più lunga di me. Sono pur sempre supportato dalla sua grandissima esperienza umana ed estetica. Una quartina ti ritma e ti costruisce la mente e la memoria come nient’altro. Lì la mia impostura, che forse è massima, viene consolata, caldamente utilizzata e assunta in cielo.

A circa trent’anni ho smesso di fare fotografie. Ho scelto di abolire i ricordi e di affidarmi alla memoria, che ha fondali mobili. Così, ho evitato alla mia possibile vecchiaia il rimprovero di volti e fatti dimenticati, sempre – a loro dire – ingiustamente.

Spesso penso che la serietà fa di me una persona terribile: un uomo che, nonostante tutto (lo “spirito del tempo”, l’età della tecnica, la morte dell’arte, la mercificazione di ogni gesto quotidiano, l’analfabetismo di massa), investe nella poesia quasi tutto, con un protervo candore. Credo di essere uno strano mostro, buffo e rispettabile. Il massimo rispetto è proprio ciò che provo per coloro che non coltivano nessuna sfera intellettuale, e di cui non riesco ad avere stima. Chi parla solo di calcio, di borsa o di cucina mi abbacina e m’incute soggezione come farebbe un monolito, intransitivo, impenetrabile, assoluto. So bene che fra uno striscione allo stadio e la più bella delle mie poesie – se solo si pensa un attimo non dico all’immensità dell’universo, e neanche alla Via Lattea, ma al nostro semplice sistema solare – non c’è nessuna differenza. Del resto, molti striscioni da stadio hanno avuto più inquadrature televisive di quante ne abbia meritate la mia faccia.

Così, per quanto io sia superbo e disdegnoso, posso essere anche simpatico e ottimo ascoltatore. Alcuni miei alunni – ormai non pochi vista la mia età – mi hanno voluto bene. Lo confesso qui, perché è un fatto e devo tenerne conto. Forse avviene perché non insegno la Letteratura e la Storia, ma il mio rapporto con esse. Questa è una fatalità, però è più onesto prenderne coscienza. Credo a ogni parola delle mie spiegazioni, e spesso le separo dalle verità ufficiali, di cui pure informo i ragazzi per non defraudarli. Quando leggo in classe e spiego, gli alunni hanno davanti un uomo che parla, bisognoso e incompleto, e proprio per questo ricco, stranamente felice. A volte ho l’impressione che, se prendono appunti o si preparano bene per un’interrogazione, i miei alunni lo facciano per soccorrermi e confortarmi. E se hanno del timore reverenziale è perché hanno paura della mia imprevedibilità: sanno che io valuterò non quello che hanno fissato per ore sui libri, ma ciò che hanno imparato nella mezz’ora della nostra conversazione.

Della scuola non sopporto il contesto impiegatizio, le programmazioni didattiche, gli stipendi tutti uguali, gli scatti di anzianità, lo squallore degli ambienti. Sarei felice se avessi il salario più basso dei miei colleghi, promossi per merito. Ma qual è il merito di un insegnante?

Mi sembra di essere un uomo rigoroso e insieme anticonvenzionale. Amo le regole, so che molte di esse corrispondono profondamente alla nostra assediata biologia, ma proprio per questo mi piace tenderle da dentro mentre vi partecipo, vedere dove falliscono, dove hanno bisogno della buona volontà, o comunque di un po’ di aiuto, di credulità cieca. La democrazia, la libertà di parola, e persino quella di pensiero, sono delle care convenzioni. Proprio per questo, sono degne di ogni sforzo umano. Io che sono laico e non credo in Dio, penso fermamente che l’unica realtà stia nel credere in qualcosa o in qualcuno. La nostra inclinazione affettiva verso qualcosa rende reale quel qualcosa e anche noi stessi. Quando scelsi di leggere Lucrezio e appresi del clinamen che piega gli atomi dalla loro caduta libera e li aggrega in corpi, compresi che tutto esiste in virtù di un’inclinazione. Camminare nel più nudo deserto vuol dire spingere aria e premere sabbia, disperdere sudori e umori, vibrare di disperazione, inclinarsi e inclinare il mondo. Il vuoto lo percepiamo solo quando manca qualcosa.

Non ho paura di essere dipendente dalla donna che amo (anche troppo dipendente, dice lei, per molti aspetti pratici, nutritivi, organizzativi, e dunque intensamente sentimentali). Dacché dipendere è un destino totale, accetto di dipendere da lei. È splendido questo viverle accanto dimenticando di farlo, come fosse un dato naturale e non una scelta (come se non fosse stato mai, in nessun tempo, una scelta). Del resto, nessuno sceglie mai. Vivere è cedere, è controllare appena la nostra caduta in avanti.

Sì, scrivo poesie e saggi critici di una certa pretesa. E anche altre prose, racconti e aforismi. La prima poesia importante, per me, l’ho vergata il 16 gennaio 1992, a ventisette anni. Ho cominciato quando altri smettono. A quel tempo – non avendo cultura classica o conoscenze filosofiche, e neppure un posto di lavoro e una fidanzata – di che potevo scrivere? Nel mio candore già navigato, potevo scrivere solo di Dio, come avevo visto fare al prediletto Caproni, scoperto a diciannove anni sull’antologia di Mengaldo. Tema maestoso, da “poesia adulta”, ma svolto con una cerimoniosità avventurosa, avventizia. Soprattutto: quando le scrivevo, quelle prime poesie del ’92 e ’93, non avevo in mente di essere un “poeta contemporaneo”. Insomma, non ero aggiornato, avvertito, consapevolmente marginalizzato, schizomorfo, post-moderno, prosastico, crepuscolare, post-avanguardista, neo-romantico o neo-classico. Non ero neppure triste. Non ero un intellettuale, come in parte sono diventato più tardi, e come forse ho smesso di essere da qualche tempo. Quelle erano poesie “scritte prima della critica”. Poi ho incontrato Giorgio Manacorda, ed è cominciata l’epoca dell’Annuario Castelvecchi, delle riunioni fra collaboratori, delle recensioni, dei saggi: un esercizio armato di sincerità.

Ho l’impressione quotidiana di faticare moltissimo a vivere in Italia. Tutti i miei mal di schiena, la suscettibilità del mio stomaco, il sonno invincibile che mi espugna alle dieci di sera… Perché?

L’Italia è un paese abbastanza ricco e sviluppato, che è passato in soli cinquant’anni dall’aratro allo smartphone e non ha fatto in tempo a metabolizzare la pagina scritta come strumento di diletto, di critica o di approfondimento. Né in Italia le cose vanno talmente male da vedere nel poeta, nello scrittore, una risorsa di verità essenziali, una coscienza preziosa e rara. (Ci abbiamo provato con Manzoni e Carducci, ma poi tutto è andato a confluire – giustamente – nella platealità di D’Annunzio, davvero grottesca, e in quella più rigorosa, agitatoria, raccapricciante, di Pasolini). In un mondo di oppressi e di analfabeti, il poeta è ancora un prestigioso e caro portavoce; in un paese di semi-acculturati è invece un narcisista oscuro e complicato, che farebbe meglio a diventare un cantautore. Da una parte, l’Italia produce i super-specialisti dell’avanguardia, con la loro intelligenza preventiva e sarcastica; dall’altra una massa di cronisti in semiprosa, che ancora “vanno verso il popolo”, o “la realtà”, o pretendono di scrivere di sé stessi… Per anni, ho tentato di suscitare un dibattito attorno a una poesia ispirata ma consapevole, musicata dalla mente e dai suoi attriti. Oggi non investo più molto in questa possibilità. Ho quasi abbandonato la critica militante alla sua magrissima dieta, mi dedico a qualche traduzione, alla lettura di romanzi, alla Storia. Vedo dei giovani bravi venir fuori, il terreno è loro.

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