“L’indecenza della forma”, Pasolini nella stanza della tortura

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di Daniele Campanari

Parla il poeta, finalmente, anche se ha parlato più volte. Ma per quante siano state le occasioni, sembra che non sia mai abbastanza. Si dice allora che è necessario il bisogno di esprimersi con più mandate: così com’è per la chiave che apre la porta, ogni giro vale una serie di parole dette con l’arte sulla lingua. Si entra, in questo caso, a teatro. Ad aprire il sipario, in prima nazionale lunedì 13 febbraio al Teatro Argentina di Roma, è Pier Paolo Pasolini. Non lui in persona, ci mancherebbe, ma la sua anima prestata agli attori in scena: Francesca Benedetti e Sebastian Gimelli Morosini, sapientemente guidati da Marco Carniti. Il nuovo testo de “L’indecenza della forma” (Pasolini nella stanza della tortura) porta invece la firma di Giuseppe Manfridi

“[…] è uno spettacolo che va oltre, è una discesa a capofitto nella spirale dei gironi pasoliniani usando le sillabe per generare un corpo fonetico che si faccia tutt’uno con la narrazione. Il corpo di una laica deità capace di accogliere in sé le tante voci necessarie a esprimere il furore scandaloso e cartesiano di una profezia con la quale il nostro tempo e il nostro Paese ancora convivono, inadeguati […] Geometrica e lucida è la lezione del poeta che con atto pragmatico redige referti della propria epoca imponendo ai suoi contemporanei una chiara visione del futuro”, leggiamo tra le parole di Manfridi.  E ancora: “Nel profluvio dei versi che compongono il copione, nei lacci delle rime e delle assonanze, nel rap dissennato che attraversa facce, gole, miti, censi e nervature, l’osceno ambisce a purificarsi, mostrandosi ansioso di una spietatezza che lo giustifichi. Parla il poeta bambino e parla il poeta adulto, parla il padre delittuoso e la madre onnivora, parla il fratello caro agli Dei e Saturno divoratore dei propri figli, parla la plebe e parlano gli amanti. E il loro parlare si traduce in lotta, la lotta in dramma, e il dramma tende alla sua catarsi, che infine arriva. È il compimento di un’esistenza che, per paradosso, ha saputo domare il proprio fato accettando un’assoluta sottomissione ad esso”.

È un testo, questo, che chiama attenzione sulle tante voci esposte sul palcoscenico, voci che diventano unica ugola e che ricordano Pasolini, uno dei mai dimenticati. Nel “romanzo mai scritto” Pier Paolo rivive nel rapporto feroce con i genitori e nel caos involontario che lo porterà presto alla distruzione. Un caos storico, colpevole o innocente. Qualunque sia il responso, sarà il pubblico a scegliere.

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Teatro Argentina, Roma

L’indecenza della forma di Giuseppe Manfridi uno spettacolo di Marco Carniti

con Francesca Benedetti e Sebastian Gimelli Morosini musiche di David Barittoni

lunedì 13 febbraio ore 21

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