Nancy e la poesia dell’eterno ritorno

Nota di Luigia Sorrentino

Ho ricevuto in dono questo piccolissimo libro di Jean-Luc Nancy , La custodia del sensoNecessità e resistenza della poesia, a cura di Roberto Maier (EDB, Lampi, 2017). Mi è piaciuto leggerlo, perché quando si legge un autore che ci è congeniale, il nostro pensiero si affina fino a diventare una potente architettura. Ho sempre creduto nella stretta familiarità fra filosofia e poesia e ho più volte espresso il mio auspicio che filosofi e poeti tornino a parlarsi, anche a odiarsi, senza più ignorarsi. Alcuni filosofi del Novecento, sono tornati a fare i conti con la poesia. Solo per fare qualche nome:  Derrida, lo stesso Nancy, (peraltro allievo di Derrida), ma anche Agamben, Badiou, e forse molti altri.

Il rapporto tra parola della poesia e verità filosofica è profondo, riguarda comuni origini che hanno generato un’antica disputa, risolta molto rapidamente in Grecia con i filosofi cosiddetti “presocratici”. Sappiamo che la filosofia è nata sotto forma di poema e Parmenide è stato uno degli ultimi a utilizzare la lingua della poesia per scrivere di filosofia, (dopo di lui solo Empedocle si esprimerà ancora in versi). L’operazione che compie Parmenide però, è contro la poesia, per l’affermazione di un pensiero dominato esclusivamente dalla razionalità.  Parmenide ingaggia un contrasto altissimo, un corpo a corpo con la poesia, ed è con lui che avviene la prima, grande scissione, la separazione tra poesia e filosofia.

Ma torniamo ai nostri tempi, a Jean-Luc Nancy: lui sa bene che questo contrasto originario andrebbe superato e infatti scrive:  “si dovrebbe ricostruire tutta la storia –  e non solo a partire dal Romanticismo, né dal Rinascimento, ma da Platone stesso – per comprendere ciò che si è innescato sin dall’inizio: un chiasmo, un conflitto intimo tra la poesia e la filosofia.” Riscrivere tutta la storia afferma Nancy. Non sarà, non è cosa semplice ma di certo, non impossibile.

Jean-Luc Nancy

Per il filosofo francese la poesia, il fare poetico, custodisce il senso, ed è per questo che afferma nella contemporaneità la necessità e la resistenza della poesia. Per Nancy “tutto il fare si concentra nel fare del poema, come se il poema facesse tutto ciò che può essere fatto.” D’altronde – sottolinea Nancy – poema viene da poiein, che significa fare: un fare che indica la cosa fatta per eccellenza. Nancy precisa poi che l’accesso al senso, quando c’è, è perfetto e anche più che perfetto. E aggiunge: “Il poema deve l’accesso a un’attività immemore, che non ha nulla a che fare con il ricordo di un’idea, ma è la possibilità esatta ed attuale dell’infinito, il suo eterno ritorno.”

Nell’introduzione al libro di Nancy – è importante qui ricordarlo – Roberto Maier riconosce che la resistenza poetica è più che mai urgente in questa nostra epoca, ma anche più difficile, perché questo nostro tempo è esposto (a torto o a ragione)  alla chiacchiera, al chiacchiericcio, e questo parlare greve, getta sulla natura (umana) un’ombra di cattivo infinito.
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Jean-Luc Nancy. È uno dei piú importanti filosofi contemporanei. Dopo aver completato gli studi di filosofia a Parigi, ottiene il suo dottorato con un lavoro su Immanuel Kant con Paul Ricoeur. È stato professore di Filosofia nelle Università di Strasburgo e San Diego in California. Ha insegnato anche a Berkeley, Berlino, Irvine e San Diego. Tra i suoi libri tradotti in Italia ricordiamo fra i tanti: Il peso di un pensiero (Mimesis, 2009), Sull’amore (Bollati Boringhieri, 2009) e Corpo teatro (Cronopio, 2010).

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