Riccardo Duranti, “L’orsacchiotto Carver e altri segreti”

di Nicola d’Ugo

L’orsacchiotto Carver e altri segreti è l’ultimo libro di Riccardo Duranti, poeta, narratore, traduttore, editore e per decenni docente di letteratura inglese alla Sapienza di Roma. Un gusto per le situazioni limite attraversa questa raccolta di racconti, e un gusto per l’avventura e l’ironia della vita. La raccolta comprende due racconti lunghi (delle vere e proprie novelle) e due brevi. Tutti sono caratterizzati dall’intensità tematica e dalla scrittura fluida e precisa, ed è stata per me una vera scoperta questo Duranti narratore, conoscendo il poeta, traduttore e docente.
La prima novella, «L’uomo che vedeva il vento», è narrata in prima persona dal protagonista italiano, il quale ricapitola la propria vita da bambino fino all’età adulta. Una storia avvincente e delicata, col protagonista che ha una facoltà percettiva ignota agli altri: vedere gli spostamenti dell’aria, dai grandi moti meteorologici ai più minuti sospiri. Incapace di comunicare agli altri il proprio mondo, si ritrova, fin da piccolo, in una sorta di isolamento intimo che lo ferisce, di persona necessariamente incompresa, finché prova a mettere a frutto le sue destrezze nell’agonismo aeronautico, risultandone fin troppo bravo da destar gelosia, cosa che lo ferisce oltremodo. Vaga poi per il mondo, sradicato anch’egli come l’aria, in cerca di una propria collocazione meno infelice. Finché in Irlanda coglie il senso del sospiro amoroso, dell’aria che avvolge come una luce l’intimità di due (forse) nostri connazionali, avendone una epifania proprio nel momento in cui la sua misantropia lo ha condotto sul ciglio di un’alta rupe per farla finita con la vita:

«Era il loro modo di respirare, non proprio all’unisono, ma senza dubbio insieme, che mi aveva colpito e che disegnava attorno ai loro corpi modellati dal vento sull’orlo della scogliera una sorta di aura particolare. Ebbi la fulminea impressione di trovarmi di fronte, forse, quell’utopia di respiro profondo e armonioso che avevo a lungo e inutilmente cercato.» (p. 44)

È quel calore, che la sua percezione coglie dell’amore altrui, a ribaltare il senso di tanti sospiri amorosi che egli ha imparato a vedere come strategie conflittuali tra le coppie. La minuta delicatezza con cui Duranti traccia con frasi amabili e senza idiosincrasie espressive la vicenda di quest’uomo, che altri non è che la figura del ‘diverso’, e in quanto tale anche quella dell’artista e scienziato ‘incompreso’ (benché l’autore non lo raffiguri, in quanto tale, esplicitamente), fa della novella un testo che ho amato leggere e rileggere, e che mi fa maggior chiarezza sulla straordinaria dote creativa e intellettuale di Duranti in quanto narratore.

L’altra novella è storica. È intitolata «Vocazioni» ed è scritta in terza persona, con l’uso del discorso indiretto libero. Contiene elementi che rimandano ad ambienti famigliari di Duranti, come posso immaginare, in quanto il protagonista è un giovane della provincia di Rieti che, per sfuggire alla vita ristretta del mondo agrario in cui è nato, si arruola nell’Arma dei Carabinieri e viene trasferito in Etiopia: prima in posizione agiata nell’entourage di Amedeo d’Aosta, viceré d’Etiopia; poi, dopo la disfatta del 1941 ad opera del generale Cunningham, il giovane carabiniere si ritrova nel crogiolo della rigidissima e inumana prigionia di un campo di concentramento inglese. È qui che, attraverso espedienti di ludica truffa, il protagonista e i suoi più fidati compagni di sventura riescono a sortire un’insperata salvezza, in questo andandogli meglio che non al duca Amedeo, il quale morì di malattie infettive nel campo di prigionia a pochi mesi dalla sconfitta.

Duranti, nel raccontare le rocambolesche vicende, rifugge dall’introspezione psicologica intimistica e dai dettagli più minuti che caratterizzano «L’uomo che vedeva il vento». In «Vocazioni» l’autore è maggiormente legato alla tradizione della grande novellistica di Giovanni Boccaccio, con le sue peripezie sociali e il continuo sviluppo di difficoltà, snodi e soluzioni, con un certo andante da commedia neorealista che vale come ottimo soggetto di un film, se degnamente sceneggiato e interpretato, nell’alveo della migliore tradizione del cinema italiano. Letterariamente parlando, la novella, ambientata tra lo scenario di Rieti e le vicende africane che portano al ritorno alle radici, traccia un percorso ciclico a lieto fine che proprio Giovanni Boccaccio, quasi un millennio fa, aveva colto quale caratteristica dell’italianità, un’italianità affatto godibile, fondata sull’arte di sapersi arrangiare.
In seno al tema drammatico, «Vocazioni» non punta ad una denuncia dei mali della seconda guerra mondiale combattuta dall’Italia, ma alle esperienze e conseguenze umane per un italiano di provincia che torna vivo e vegeto a rifarsi la vita nella terra d’origine, in condizioni migliori di quanto essa avesse potuto offrirgli da ragazzo. Una serie di caratteristiche della novella, dalla fondazione repubblicana alla raffigurazione di un personaggio storico, al motivo ‘di formazione’ del giovane che passa dall’inesperienza adolescenziale alla maturità, costituiscono gli ingredienti del romanzo storico secondo le teorie del canone tradizionale, al punto che, se si leggesse «Vocazioni» senza adeguate conoscenze dei romanzi storici e col fluido affastellato impresso dall’autore, non se ne noterebbero la struttura e i significati connessi, pur godendone la comunque utile vicenda novellistica in sé: non si coglierebbe, ad esempio, che la novella raffigura un passaggio generazionale che ha ricadute sociali sulla vita del protagonista, per cui perfino la guerra, con tutta la sua immanente tragicità, lo avvantaggia nell’approdo da un regime all’altro, da un mondo rurale retrivo a uno ancorato alla società dell’industria e dei servizi precedente allo sfruttamento sfrenato di tali settori.

Anche i brevi racconti interposti alle novelle propongono un’ambientazione internazionale. È il caso di «Segreti», confessione di una giovane storica spagnola che, alla morte del padre (alto diplomatico del regime franchista), apre gli occhi sul passato del genitore: una vicenda personale che Duranti tratta con tutti gli elementi tipici di un certo crepuscolarismo domestico, incluso l’uso intimistico della narrazione in prima persona della protagonista. «Segreti» si apre con frasi sintetiche e memorabili, che introducono subito il tema delle anomalie che la giovane scopre:

«Delle sue esperienze della Guerra Civile mio padre non parlava volentieri. Anzi, ricordo bene come, quando ero piccola, troncasse subito ogni discorso in proposito, sia in famiglia che con gli amici. Era l’unica occasione in cui alzasse mai la voce per imporre la sua assoluta volontà, lui altrimenti così rilassato e paziente con tutti.»

È drammatica prassi comune che alla morte di un proprio famigliare si vengano a scoprire, nei suoi lasciti, oggetti che ne documentino una vita in qual modo segreta, rimasta fuori della portata delle persone più intime. Questo ce lo dice l’esperienza e lo raffigura qui Duranti, in modo succinto e dettagliato, aprendo una serie di spaccati emotivi e di ricostruzione individuale della protagonista. Il fatto che la giovane sia una storica dà il senso del rapporto tra esperienza professionale e individuale del racconto, di come il metodo storico venga utilizzato coi parenti ‘testimoni’ della vita precedente del caro estinto, in una fase cogente delle vicende iberniche che vanno dalla Guerra Civile al regime franchista. Del resto, quello della documentazione storiografica e non solo fa parte di una delle attività principali dei grandi romanzieri. Il che si riallaccia agli altri testi de L’orsacchiotto Carver e altri segreti. È chiaro che nel libro l’autore, pur utilizzando il modus della novellistica e dei racconti, riversi al lettore le proprie esperienze di studioso della drammaturgia e del romanzo.

A chiudere la raccolta è un altro breve racconto, «L’incontro». Non so quanto il racconto costituisca una vera e propria memoria di un incontro dell’autore con Raymond Carver, del quale, al pari di Haruki Murakami in Giappone (che Duranti, come me, stima molto), è stato, per quel che ne so, l’unico traduttore dell’opera omnia nel proprio paese. Carver è scomparso nel 1988, e la sua compagna, la scrittrice Tess Gallagher è viva e vegeta e potrebbe fornirci delucidazioni su elementi fattuali de «L’incontro»: ciò prescinde dal racconto in sé e da come esso è sviluppato; riguarda, al più, le ricostruzioni biografiche dei protagonisti della storia, di là dal mito narrativo.

Protagonista di questo racconto, cui si ispira il titolo del libro, è uno scrittore italiano che, dopo alcuni anni di corrispondenza epistolare con Tess, le fa visita in America. Ad andarlo a prendere in automobile all’aeroporto non è però lei, bensì il suo compagno Ray, un omone sulle sue, piuttosto burbero e poco loquace, in un viaggio che il protagonista vive con un certo imbarazzo. Giunti a casa la Gallagher riceve pimpante e frizzante, in modo amichevole e simpatico, con grande gioia ed entusiasmo, il suo corrispondente epistolare italiano. Il protagonista non sa che il compagno della scrittrice sia Raymond Carver, per cui a cena c’è sempre questo estraneo e taciturno commensale, il quale segue la conversazione e fa quello che gli dice di fare Tess. Si tratta comunque di una zavorra nel rapporto tra l’autore italiano e la Gallagher, ed è lungi dall’essere il classico tipo americano cordiale, espansivo e simpaticone. Avendo personalmente vissuto, studiato e soggiornato fin da ragazzo in diversi Stati americani, dalla costa orientale al Midwest, ed essendomi occupato molto di letteratura americana, è chiaro che la descrizione che Duranti fa di Carver è lungi dai modi tipici dell’ospitalità americana, mentre la Gallagher è raffigurata né più e né meno coi modi tipici espansivi e gioviali che fanno parte delle mie esperienze. Il fatto che Ray, «l’orsacchiotto», si comporti in modo taciturno e servile, e stia lì ad ascoltare senz’essere ospitale e simpatico, non da modo al protagonista di discutere con la Gallagher con una certa auspicabile libertà. Di fatto, l’autore raffigura il compagno di Tess come una vecchia cassapanca inutilizzabile e ingombrante del tipo raccontata da Gilles Deleuze in un suo libro: una suppellettile inutile, priva di funzioni, di cui sia bene sbarazzarsi, come il «capitale» che grava sulla popolazione e il singolo individuo. Duranti riprende e ribalta il tema peraltro molto tipico e importante in certa letteratura anglofona dell’«unexpected guest», del visitatore inatteso e inopportuno, che come un’ombra incarnata rovina la scena e l’armonia degli incontri, aggiungendogli una vena lugubre di mistero. Finché Carver, il celebre Carver, non si riveli.

Il modo con cui Duranti racconta questo episodio varrebbe un libro intero, se non fosse che L’orsacchiotto Carver e altri segreti, con le sue due novelle e il racconto crepuscolare «Segreti», è talmente bello, toccante e illuminante al punto da essere uno delle pubblicazioni di narrativa più piacevoli e intelligenti che abbia letto negli ultimi anni, benché, personalmente, abbia un certo disamore per i racconti contemporanei, forse dovuto all’eccesso d’amore per i racconti di Puškin, Gogol’, Turgenev, Borges, Calvino e qualche cosa di Poe, mentre ho un grande amore per la novellistica, che per me, quando è ben realizzata, ha lo stesso valore del romanzo in sé. Questo volume, pubblicato da Ianieri nel dicembre 2015, rientra tra le opere contemporanee della letteratura italiana che dimostrano quant’essa sia viva esteticamente ed intellettualmente, di là dai discorsi sulla cosiddetta «crisi» della nostra letteratura, la quale riguarda soprattutto le opere pubblicate dai grossi gruppi editoriali.

Riccardo Duranti
L’orsacchiotto Carver e altri segreti
Ianieri, Pescara 2015
Euro 10,00

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Commenti

  1. Ma che bella recensione! Scusate il tono un po’ naïf… leggerò sicuramente il libro. E complimenti per il blog che, dopo averlo conosciuto, seguo sempre con attenzione.

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