Il segno scarlatto dell’amore

Cristina Campo

CRISTINA CAMPO, PASSO D’ADDIO

commento di Bianca Sorrentino

Nel segno dell’attenzione e della grazia adamantina, la poesia di Cristina Campo è una danza lieve che accoglie le suggestioni fiabesche dell’Oriente e la lezione altissima del misticismo. Se l’assenza divora ogni cosa con la ferocia di una tigre, non resta che barattare l’amore con le parole, in un solenne e dignitoso autodafé del passato. Sulla soglia dell’essere, estranea e forse mai così coinvolta, l’imperdonabile poetessa ci insegna quali “colme presenze possa donarci un coraggioso distacco”.

Cristina Campo (Adelphi, 1991)

Ora rivoglio bianche tutte le mie lettere,
inaudito il mio nome, la mia grazia richiusa;
ch’io mi distenda sul quadrante dei giorni,
riconduca la vita a mezzanotte.

E la mia valle rosata dagli uliveti
e la città intricata dei miei amori
siano richiuse come breve palmo,
il mio palmo segnato da tutte le mie morti.

O Medio Oriente disteso dalla sua voce,
voglio destarmi sulla via di Damasco –
né mai lo sguardo aver levato a un cielo
altro dal suo, da tanta gioia in croce.

***

Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…

Ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.

T’ho barattato, amore, con parole.

Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –

Ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.

***

Devota come ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,

su acutissime làmine
in bianca maglia d’ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…

Cristina Campo

 

Cristina Campo

Pseudonimo della poetessa e scrittrice italiana Vittoria Guerrini (Bologna 1923 – Roma 1977), Cristina Campo compì studi privati, minata da una malattia al cuore che condizionò la sua intera esistenza. Cresciuta nel culto della bellezza e animata da un’incoercibile tensione alla perfezione, etica non meno che estetica, fu influenzata a lungo dal pensiero di Simone Weil, e negli ultimi anni si dedicò allo studio dei mistici e della grande tradizione liturgica del cristianesimo, cattolico romano e orientale. Nota soprattutto per l’attività di traduttrice (J. Donne, E. Dickinson, s. Giovanni della Croce, W. C. Williams e altri), pubblicò in vita soltanto un’esile raccolta di versi (Passo d’addio, 1956), alcuni articoli su riviste e due volumetti di saggi (Fiaba e mistero e altre note, 1962; Il flauto e il tappeto, 1971). L’interesse intorno alla sua figura, oltre la cerchia ristretta degli esperti di cose letterarie, è venuto crescendo parallelamente al costituirsi postumo del corpus dei suoi scritti, a partire da Gli imperdonabili (1987), in cui è raccolta l’intera opera saggistica e che trae il titolo dal saggio dedicato ai poeti, ovvero all’imperdonabile amore della perfezione. Sono seguiti La tigre assenza (a cura di M. Pieracci Harwell, 1991), che raccoglie le poesie, edite, inedite e sparse, e le traduzioni, e Sotto falso nome (a cura di M. Farnetti, 1998), in cui sono stati riuniti articoli, prefazioni e altri scritti sparsi, pubblicati sotto diversi pseudonimi. Sono anche apparsi numerosi volumi di lettere: Lettere a un amico lontano (1989; 2ª ed. accresciuta, 1998), dirette ad A. Spina; L’infinito nel finito: lettere a Piero Polito (1998); Lettere a Mita (1999), dirette a M. Pieracci Harwell e pubblicate a cura della medesima; Se tu fossi qui. Lettere a María Zambrano 1961-75 (a cura di M. Pertile, 2009); Il mio pensiero non vi lascia. Lettere a Gianfranco Draghi e ad altri amici del periodo fiorentino (2012).

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