Stefano Raimondi, “Interni con finestre”

Stefano Raimondi

Ci sono case dove il rumore degli altri sale dai muri, dalle canne fumarie. Entra nel letto, invade la testa. Case dove la musica d’altri ha faccia crudele, denti forzuti, che trama dai vetri. E dentro una piazza di stanze si resta a tacere, per dirlo il silenzio, sperando che faccia rumore. Ma la vita fa rumore diceva il ragazzo del piano di sopra, regalandomi intensissimi attimi del suo tremare dentro qualcuno che gridava da fondamenta bellissime.

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Dicembre. Nessuno se ne accorse. Non avrebbe più visto né neve, né stelle comete. La paura scende come zucchero velato, lascia spazi vuoti: sagome di sangue con respiro. Sembrava fatto tutto di cielo il mondo, con le luminarie spezzate: una lucina sì e una lucina no si accendevano su niente, per nessuno, per caso. È adesso che potrei morire – mi dici stirandoti in un bacio. E fai finire, così, la scena di Natale, la notte, il buio dell’albero, il tuo capezzolo rovinato da un morso.

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Sembrano non servire a niente certe storie, certe parole conficcate piano. Si sentono da qui gli strappi e i piccoli centimetri di luce spostarsi sopra una finestra sporta sulla scena della scuola, del giardino, del cubo bianco con terrazza. Non cambia nulla da qui, neppure la strana visuale: quella mistura di fondali che reggono vittorie e fallimenti; quelle che portano sotto, vicino alla cantine, proprio come quando si giocava ai corpi stesi e nessun respiro veniva sprecato: buttato. Dall’altra parte c’era sempre chi guardava: spiava. Si accartocciavano, così, i giornaletti negli stipiti delle porte buie. Sarebbero restati lì per sempre. Era tutta una metafora di carne quella carta appiccicata con dentro tutti. Da lì partivano gli inferni e i paradisi, da lì nel buio: sotto la stessa via di sempre, da sempre. Continua a leggere

Raffaela Fazio, “L’ultimo quarto del giorno”

Raffaela Fazio / credits ph Dino Ignani

DOMANDA

 

Irrobustisci il becco
riscopri le zampe, domanda
che resti
che non migri
e calpesti lo strato ispessito
dell’unica stagione.
Qualche rara bacca
corti lampi di verde
dovranno bastarti.
Provvidenziale – credilo –
è il velo
che copre le risposte.
Non ci sarà disgelo.
Ma troverai
in altri umani un segno
che mitiga il mistero
e improvvisamente appesa
a un davanzale
una mangiatoia di legno
con qualche seme
di girasole Continua a leggere

Alberto Bertoni, ZANDRI (Ceneri)

Alberto Bertoni a Poesia Festival / photo© Serena Campanini

Per la prima volta Alberto Bertoni in quest’opera (Book Editore, 2018) sperimenta in poesia interamente la lingua dialettale modenese. Un’opera raffinata, uscita nella collana  diretta da Nina Nasilli. Il poeta si concede per la prima volta e  in modo naturale alla lingua madre della sua terra d’origine. La postilla è di Fabio Marri.

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Video-Intervista a Nanni Cagnone

Napoli, 14 giugno 2018
Teatro Festival Italia
Direzione artistica di Ruggero Cappuccio

In occasione di LETTERATURE  la rassegna curata da Silvio Perrella a Villa Pignatelli,  Luigia Sorrentino ha intervistato il poeta e scrittore Nanni Cagnone. Nato nel 1939 a Carcare, in provincia di Savona,  Cagnone da sedici anni vive a Bomarzo, vicino Viterbo  con la compagna Sandra Holt. “Dites-moi, Monsieur Bovary” e “Ingenuitas” sono le sue due ultime pubblicazioni. Autore prolifico, Nanni Cagnone ha scritto numerosi libri di poesia, saggi, testi per il teatro e racconti. Poeta solitario e appartato, definito da Antonio Gnoli “uomo dalla consistenza volatile… quasi un fantasma”, Cagnone non appariva in un incontro pubblico da dieci anni. Nell’intervista il poeta ligure racconta di molti altri poeti da lui incontrati: quelli del Gruppo ’63, Sanguineti,  Balestrini, Porta, ma anche Franco Fortini e Amelia Rosselli. Il più importante per lui, Emilio Villa. Continua a leggere