Testimonianza su Mario Benedetti

Mario Benedetti, credits ph Dino Ignani

Vedere nuda la vita

di Gianluca Furnari

Scrivere di Mario Benedetti è «peso non da le mie braccia», ma accolgo comunque il tuo invito a farlo, per raccontare in poche battute quello che un lettore di poesia della mia età ha cercato e trovato nei suoi versi. Stasera, tornando sulle sue poesie a distanza di tempo, scopro che si è amplificata in me una sensazione che avevo accettato solo in parte durante la prima lettura, cioè la sensazione di essere messo al muro. «E io dico, accorgetevi, non abbiate solo vent’anni, / e una vita così come sempre da farmi solo del male». Sembra inopportuno, di fronte a una lingua così asciutta, parlare di commozione, e in effetti è come se questi versi mi portassero rasente al pianto, mettendomi davanti «nuda la vita», e mi costringessero a non piangere.

Per me che non l’ho conosciuto Benedetti parla solo dalle parole che ha scritto, e dal volto che campeggia sulla copertina dell’edizione Garzanti di «Tutte le poesie». Credo che l’uscita di questo libro sia stata una scossa elettrica per un’intera generazione (la mia) di lettori di poesia. Nessuno degli amici con cui ho tirato le somme, a lettura conclusa, ne aveva ricavato un’impressione tiepida; si era formata intorno a questo libro un’unanimità di sentire che ho visto replicata molto raramente, in seguito.

C’è un ricordo molto nitido che associo alla prima lettura di Benedetti, anzi alle settimane in cui la medicina dei suoi versi aveva cominciato ad agire dentro di me: ero appena uscito da una cerimonia di commemorazione funebre, e il contrasto tra la cupezza dell’ambiente e lo sfarzo della celebrazione deve essere entrato oscuramente in cortocircuito con i versi di Benedetti. Mi sono sentito improvvisamente fuori posto dentro me stesso, tramortito dalla sensazione che la mia vita fosse colpevolmente impastoiata dentro le maglie di una falsa coscienza, di una retorica su me stesso, che le parole di Benedetti avevano appena scoperchiato, additandomi però una strada alternativa, più impervia e più autentica. Non so se ho dato risposta alla domanda di questi versi, ma il loro rigore e la loro umiltà, che sembrano venire dalla mano di un bambino molto severo, mi hanno ricordato quanto sia labile il confine tra una grande avventura estetica e il presagio di una conversione morale. Continua a leggere

Il luogo della poesia di Mario Benedetti

Mario Benedetti, nella foto di Dino Ignani

Mario Benedetti. Il poeta che ha trasformato la morte nel morire

di Luigia Sorrentino

 

“E’ stato un grande sogno vivere / e vero sempre, doloroso e di gioia”, scrive Mario Benedetti in Umana gloria (Mondadori, 2004). Il verso sembra una confessione fatta in punto di morte. La voce arriva come un soffio. Imprime, in chi ascolta, coraggio, perché fa comprendere che la vita di ogni essere umano è – o dovrebbe essere – nella totalità, coscienza ispirata. Questa è la prima riflessione che questi versi trasferiscono. La voce-soffio fa penetrare in chi ascolta, come una gioia.

Eppure il poeta sta dicendo che dal grande sogno della vita ci si risveglia morendo. E’ in quell’istante che il sogno scompare e lascia in chi ha sognato di vivere, una verità dolorosa e di gioia. E’ questa è solo una delle dimensioni nella quale si muove la poesia di Mario Benedetti in Umana gloria, ma anche in Pitture nere su carta, Materiali di un’identitá, Tersa morte. Siamo sempre nell’estensione del lasciarsi, del dirsi addio.
Così si legge nella prima poesia contenuta in Umana gloria:

Lasciano il tempo e li guardiamo dormire,
si decompongono e il cielo e la terra li disperdono

Non abbiamo creduto che fosse così:
ogni cosa e il suo posto,
le alopecie sui crani, l’assottigliarsi, avere male,
sempre un posto da vivi.

Ma questo dissolversi no, e lascia dolore
su ogni cosa guardata, toccata.

Qui durano i libri.
Qui ho lo sguardo che ama il qualunque viso,
le erbe, i mari, le città.
Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.

Siamo di fronte a una poesia che dice il vero. Una verità che non sempre siamo disposti ad accettare. Sempre la poesia porta nella dimensione del vero, dalla quale possiamo lasciarci invadere per poi ritornare a noi stessi, per calzare la maschera che nasconde il nostro volto nella quotidianità, nella vita di tutti i giorni. Continua a leggere

Benedetti, “un soldato che visse in una sua personalissima trincea esistenziale”

Mario Benedetti, poeta italiano, Foto di Dino Ignani

di Andrea Gibellini

Mi viene chiesto di scrivere sulla poesia di Mario Benedetti e devo rispondere in tutta sincerità che la sua poesia non è mai stata tra le mie predilette. Altri poeti sono stati per me importanti. Se devo fare qualche nome, se il concetto di generazione poetica serve a definire qualcosa, poeti nati negli anni cinquanta in ordine sparso, sicuramente non esaustivo, come Pagnanelli, D’Elia, De Angelis, Ceni, Scarabicchi, Pusterla, Magrelli, Damiani, Anedda, la poesia dialettale di Villalta, come la poesia di cosciente confronto sperimentale e teorico di Giuliano Mesa, sono stati fertili letture. Ognuno ricerca e riscrive una tradizione poetica affine al proprio sentire, non penso così lontana da un percorso che si stava facendo due decenni ― metà e fine anni ottanta, in particolare ―, prima della fine del secolo scorso. Bertolucci, Luzi e Caproni, Fortini, Zanzotto, Giudici, erano in attività, Montale e Sereni da poco scomparsi (Stella variabile, il primo vero spartiacque del dopo Montale, è del 1982).

Facendo una riflessione generale, la poesia di Mario Benedetti sconta il fatto, ma il discorso è davvero più ampio, di non aver affrontato criticamente ― non per mancanza di accanimento e furore verso la poesia come dimostrano le sue dichiarazioni di poetica, ma per una sua esigenza, direi inevitabile, di stare con la creatività della poesia nel contraccolpo di una sorta di egotismo esistenziale ―, di non aver messo in atto, in sintesi, seppure in modo soggettivo, da poeta, l’urto storico tra poetiche, autori, generazioni. La discussione sulla poesia degli altri mettendo in discussione la propria. Il suo non è stato un atteggiamento arbitrario, è stato il compimento di un modo d’essere in relazione con un determinato modello di poesia. Continua a leggere

I secoli della primavera, per Mario Benedetti

di Lorenzo Chiuchiù

 

Adamisti – così Nikolaj Stepanovič Gumilëv chiamava gli acmeisti: non solo lo sguardo che coglie il punto culminante di una realtà; non solo l’equilibrio vertiginoso che fa coesistere nell’istante lo slancio ascensionale e la discesa presagita e imminente. L’acmiesmo è anche, dice Gumilëv, lo sguardo nel giorno in cui il mondo fu creato.

La poesia di Mario Benedetti vuol essere questo primo sguardo sul mondo. Le parole più che segni fonici o rimandi sono masse, corpi e sentimenti che compaiono da un silenzio di tenebra che sembra contenere da sempre la loro storia e il loro malcerto destino. Paratassi, anafora, refrain, coordinazione più che subordinazione, elenchi più che progressione: lo sguardo di Benedetti è fedele a un dettato puro, senza condizioni né legami; non esiste rete sintattica perché il mondo è puntuale, disgiunto e ogni sua singola realtà istantaneamente sfolgora o si acceca. In principio la storia non era, ciò che sarà non potrà se non illusoriamente diventarlo. Esiste semmai la fiaba come mito en petit tutto interno a una memoria biografica; esiste una melodia minima, a volte inconsapevole e sempre minacciata: chi è senza retorica è anche senza difese. Esistono i primi piani, gli unici possibili per vedere davvero le cose come res amissa (di qui la distanza di Benedetti dal realismo che conosce solo la res extensa). Si tratta di nominare le cose come sognava Rilke: «dirle così / come mai le cose stesse / intimamente sapevano di essere». Continua a leggere

Il pathos di una retorica antica

Mario Benedetti, foto di proprietà dell’autore

La decenza del pathos, saluto a Mario Benedetti

di Jean-Charles Vegliante

Se penso alla poesia di Mario Benedetti, indipendentemente dal legame di stima e amicizia che ci univa, la parola che mi viene spontanea è di un ritrovato pathos: il pathos della retorica antica, privo di facili sentimentalismi, alieno da certe forme di drammatizzazione alle quali purtroppo ci stanno abituando le espressioni (anche scritte, anche “poetiche”) dei social media, e altre frenesie del blogging. Dopo decenni di scritture incentrate sul logos, sia di recupero sia di contestazione, sia da ultimo di seduzione e riflessività e maniera, con una notevole risonanza europea, di tutto rispetto, scoprendo Umana gloria ero rimasto colpito – o, come diceva Emily Dickinson, “aggrappato pei capelli” – da versi quali

Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.  

                                                             (Umana gloria, 2004 – prima poesia)  

ove il pathos, attanagliato fra l’esibita solitudine e l’ansia di dispersione, in senso (credo) anche psichico, si sostiene innanzitutto dal ritmo isocrono (tre volte due ictus) internamente variato dalla modulazione scalare delle posizioni metriche (5, 6, 4), riaffermato dalla triplice allitterazione (so, t-, per). Tutt’altro che sentimentale; o, se si volesse volgarmente dire, “di pancia”; o, all’americana, “romantic. C’è, nel semplicissimo dettato di questa frase-verso, una perizia invidiabile, già collaudata da anni di “gavetta” in Scarto minimo (con Dal Bianco e Marchiori), attraverso il superamento delle ricerche di neo-avanguardia e delle reazioni espressionistiche o cosiddette “innamorate” successive. Siamo messi davanti a una pura (o “tersa”) dizione che potremmo forse candidare – come un tempo si fece con quella del primo Saba – all’idea di classico. Eppure, dovevo leggere ben altro – comprese alcune prose, critiche e non, del poeta e collega Benedetti –, riflettere sulla mia stessa formazione di stampo strutturalistico e partecipare a certi esercizi di traduzione collaborativa, prima di impegnarmi, secondo i miei modesti mezzi, nella difesa e diffusione (ancora più modesta, quest’ultima!) della poesia di Benedetti in Francia. – Così per una scelta (M. Benedetti, De noirs poèmes) su Le nouveau recueil di Maulpoix a fine 2009 [http://www.lenouveaurecueil.fr/Benedetti.pdf], circa due anni dopo i primi cordiali scambi elettronici con Mario. – A scanso di equivoci, aggiungo tra parentesi che il grande Pascoli medesimo è colà pressoché sconosciuto: ci son voluti sei-sette anni per trovare da pubblicare un librino (saggio e scelta antologica), L’impensé la poésie, debbo dire di scarso successo. Questo passa il convento. Insomma, un compito non facile, anche se alcuni testi hanno trovato da subito un pubblico “comune”, il più arduo da toccare in letteratura, e sono stati messi in musica anche per giovani ascoltatori (Giovanni Peli, Accorgetevi). Continua a leggere