Poesia, di Luigia Sorrentino

Il primo blog di poesia della Rai

Joyce Mansour, “I nostri passi ci precedono ci seguono”

Joyce Mansour (Collezione privata)

di Giovanni Ibello

La poesia di Joyce Mansour giunge disarmata in tutta la sua irredenta potenza metafisica. Il dettato dell’autrice si articola in un groviglio di visioni surreali. In particolare, parliamo di un itinerario di lacerazioni erotiche, uno spietato luogo del grido (Casa vuota nera spettrale / I nostri passi ci precedono ci seguono). Non esistono messe di quiete. La leggo e mi sussurra qualcosa, come in una vecchia poesia di Charles Simic. Sembra dire: “Parlo d’amore, ma non so cosa amo. So cosa feconda il mio verso: fare del corpo la misura del tremendo“. Una morsa, quella di Eros e Thanatos, destinata a riverberarsi per tutta l’opera dell’autrice. Un trait d’union che non sarà mai abbandonato (il corpo perde le sue forze /desiderando di vedersi morto già muore). Il motivo è presto detto: in questo succedersi di immagini deliranti, si registra un percorso di sperimentazione corporea che non può essere taciuto, ma che anzi viene pericolosamente offerto al lettore. Riporta inevitabilmente alla “Scuola della carne” di Yukio Mishima e più in generale, a quell’idea che per scrivere davvero una poesia è necessario rischiare tutto, anche la vita se necessario. Bisogna dunque mettersi in gioco, ma farlo veramente, fare “all in” col proprio corpo: offrirlo sull’altare della parola (mescolo il fiato al sangue del gufo / il mio cuore corre crescendo / con i folli), non recedere di fronte all’azzardo, a quella sottile demarcazione tra una buona scrittura e un verso “irripetibile”. La poesia appartiene a chi non conosce viltà (Ho aperto la sua bocca senza labbra/ Per muovere una lingua atrofizzata / Ha nascosto il suo sesso profumato / Con una mano blu di morte e vergogna). Continua a leggere

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Antonio Nazzaro, “Amore migrante e l’ultima sigaretta”

Antonio Nazzaro / Credits Ph. Agnes Weber

 

 

di Michelle Rincón

Anche se la scrittura è breve, la poesia di Antonio Nazzaro racconta sempre qualcosa oltre le parole; in ognuno dei suoi versi ci troviamo con una piaga aperta, dove l’atto d’amare, emigrare e accendere l’ultima sigaretta è l’insistenza che punge il corpo, lo graffia, lo stringe e obbliga a guardare verso quell’innocenza che insistiamo nell’abbandonare.

Ecco, nel suo florilegio possiamo conservare come fosse una valigia di appena ventitré chilogrammi tutti i cammini dove non andremo mai, perché Antonio è già tornato da lì con parole che chiariscono e accendono le ombre di molte terre per contemplare la vita che, anche se ha un sorriso ingiallito, ci porta le impressioni di bellezza incontrata sotto il ciabattare di una madre o sotto le ruote di una sedia di chi non parlerà né seguirà la linee di un volto; perché sia quale sia il camino che il poeta ha preso per arrivare qui o quante sigarette abbia spento nel posacenere tazza, quello che prevale è la capacità di disegnare con le sue dita, parole dove La bellezza si può solo toccare.

_______

Aunque la escritura sea breve, la poesía de Antonio Nazzaro siempre cuenta algo más allá de las palabras; en cada uno de sus versos nos encontramos con una llaga abierta donde el acto de amar, emigrar y prender un cigarro es la insistencia que punza al cuerpo, lo rasga, lo aprieta y obliga a mirar hacia aquella inocencia que insistimos en dejar atrás.

He aquí que en su poemario podemos guardar como si fuera una maleta de apenas veintitrés kilogramos todos los caminos a los que nunca iremos, porque Antonio ya volvió de allí con palabras que esclarecen y encienden las sombras de muchas tierras para contemplar una vida que aunque teniendo una sonrisa amarilla nos lleva a impresiones de belleza encontradas bajo el chancletear de una madre o bajo las ruedas de una silla de quien no hablará ni seguirá las líneas de un rostro; porque sea cuál sea el camino que el poeta tomó para llegar acá o cuántos cigarrillos apagó en un cenicero taza, lo que prevalece es la capacidad de que antes de encender el próximo dibuje con sus dedos palabras donde La belleza se puede sólo tocar.

 

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Pierluigi Cappello, “Un prato in pendio” Tutte le poesie 1992-2017

 

PAROLE POVERE

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande. Continua a leggere

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Antonio Riccardi, “Tormenti della cattività”

Antonio Riccardi /Credits ph. Dino Ignani

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Antonella Anedda, “Historiae”

Antonella Anedda

AMORE

Somiglia a un pigiama e ha un odore di lama
e ci sono altre cose: l’asciugamano che si può scambiare
le poltrone vicine davanti al televisore
l’insofferenza per le reciproche mancanze
che però si svuota come si fa con le buste della spesa.
Molte leggende, il sesso sopravvalutato
ma non la solitudine che segue.
Il resto è molto poco.

Quando morì mia madre mio padre radunò i vestiti,
se li mise sul petto, un cumulo di stoffa
e restò a lungo così, sotto quel peso di calore,
una notte e un giorno,
per poi alzarsi e innaffiare
le piante già secche sul balcone.

 

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