La lingua instancabile

Nota di Alessandro Canzian

Da tempo ormai in Italia ci stiamo interrogando sullo stato di salute della nostra poesia. Ne sono prova le varie antologie, i censimenti. Anche i giornali, quelli che mantengono la rubrica di settore, talvolta provano una mappatura che quasi sempre appare incontestabilmente corretta pur mancante di pezzi fondamentali (con dichiarazioni contrastanti tra chi vuole la poesia morta e chi invece vede un suo nuovo risorgimento). Allo stesso modo con ciclica ritualità appaiono operazioni editoriali che hanno come obiettivo la proposizione di voci nuove (ad esempio I nuovi poeti italiani di Einaudi e I quaderni di poesia italiana coordinati da Franco Buffoni), premi letterari che negli anni hanno consolidato importanza e prestigio (fra tutti il Viareggio, il Camaiore, il Pagliarani, il Fogazzaro), riviste che cercano con lodevolissima costanza di fotografare lo stato della poesia (Poesia, Nuovi Argomenti, Atelier) e non ultime le riviste cartacee e online che promuovono lo scambio interculturale puntando alle traduzioni (ad esempio il Centro Cultural Tina Modotti, Italian Poetry Review, Laboratori Poesia, Iris News di Chiara De Luca). Continua a leggere

Alle vittime di Genova, “lei era rimasta lì”

lei era rimasta lì
tenue la luce diradava
con enormi occhi l’ultima
volta lui la guardava
abbandonava
e si sentiva abbandonato

nel fondo stabile degli sguardi
solo il nero degli inverni
quella bellezza che si posa
dall’iride cadeva
rinnovandosi in lei
allontanandosi da lei

(Da: Olimpia, di Luigia Sorrentino, Interlinea, 2013)

 

elle était restée là
ténue la lumière irradiait
de ses yeux grand ouverts la dernière
fois lui la regardait
abandonnait
et se sentait abandonné

au fond fixe des regards
cette beauté qui se pose
de l’iris tombait
se renouvelant en elle
s’èloignant d’elle

(Traduzione Angèle Paoli) Continua a leggere

La poesia anti moderna di Juan Arabia

Il colibrì inadattabile di Juan Arabia
di Víctor Rodríguez Núñez

Traduzione di Antonio Nazzaro

“Ci allontaniamo dalla cittá”, avverte il primo verso de “Lo sgombero della natura”, secondo libro di Juana Arabia (Buenos Aires, 1983). Il primo verso della poesia intitolata “Giudizio” è un manifesto basato nell’affermazione della natura e la presa di posizione per il selvaggio. L’opera di questo giovane poeta argentino realizza così uno degli antichi rituali della poesia: la critica della modernità. Il mondo moderno, questo eufemismo che si suole usare per nominare l’ordine sociale e culturale creato dalla borghesia metropolitana nella misura dei suoi interessi. In questo contesto, la poesia diviene “Il colibrì inadattabile… Porpora,/come il piacere del limite, assetato/come la distruttrice radice del salice” (Un colibrì sulla bauhinia). Questa radice è il simbolo del potere trasformatore, della sfida radicale al borghese e al civilizzato: Il nostro flauto rimase chiuso/nella radice di un salice:/ […]sollevando strade e mattonelle” (Giudizio).

Arabia fa bene a rifiutare la modernità e in particolare, quella che tocca vivere ai latinoamericani, deformata e dipendente. Le élite nel potere parteciparono ieri al saccheggio coloniale, e partecipano oggi al non meno cruento e ingiusto sfruttamento neocoloniale. Hanno creato nazioni per il beneficio delle antiche e nuove metropoli e certamente per il proprio beneficio come intermediari. Evocando questo contesto, il nostro poeta racconta che: “mi sono allontanato dalle tue strade come i miei/antenati si allontanarono dall’Europa” (B. A.). Ma la sua posizione è critica del colonialismo e del neocolonialismo, e per questi ci intima di “dimentichiamo le società dei ricchi,/ e passiamo il resto dei nostri/ giorni tra i lupi” (Ispirato in Jean de la Fontaine). La trasformazione sociale è percepita come un processo naturale: Per qui passò la rivoluzione,/come sono passate le stagioni” (Ardenne), ed è necessario “recuperare ogni sgombero della natura” (B. A.).


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Avrò mille ritorni e mille viaggi

Antonio Nazzaro

Prefazione di Bianca Sorrentino alla silloge inedita di Antonio Nazzaro Amore e dintorni

La solitudine degli altopiani, l’oceano spazzato dal vento e il corpo che si fa istinto: è questa la vita che si coglie nei versi di Antonio Nazzaro, al suo esordio come poeta. Amore e dintorni è una silloge che si contraddistingue per la voce dirompente e matura, cui fa da controcanto un pudore reverenziale – e, oserei dire, quasi fanciullesco – nei confronti dell’arte poetica. Di mille ritorni e mille viaggi si compone dunque l’esplorazione che l’autore ci propone nel territorio vasto e talvolta impervio dell’amore, con la sua verità e il suo sentire appassionato.

Il poeta celebra qui l’amore vorace e quello quotidiano, entrambi con lo stupore di chi guarda per la prima volta e già vede oltre, cogliendo la pregnanza dei gesti e accordando il proprio tempo al tempo dei respiri e dei baci. Immediati ed efficaci sono i fotogrammi che vengono evocati nella mente di chi legge: l’intimità del restare «seduti sul bordo / di questo marciapiede dell’altipiano / a guardare come le nuvole sono / auto celestiali a rubare il cielo»; la concretezza di una «città che non ha fine eppure si può toccare / ogni muro ogni asfalto sanno raccontare storie»; l’immaginazione di chi sostituisce «le biglie colorate / con parole che rotolano più lente».

La vista non è l’unica sfera sensoriale cui l’io poetante fa appello; ricorrente è il ricorso all’olfatto – richiamo evidente a Odore a, il libro di racconti e prose poetiche in cui Antonio Nazzaro rende omaggio alle sue due città, Torino e Caracas: gli odori si associano ai ricordi, ne amplificano i contorni e danno vita a un viluppo inestricabile grazie al quale l’esperienza vissuta acquista un significato ancor più profondo. Qui il profumo della pelle segna i confini dell’amore, si insinua laddove il profilo del sentimento diventa indefinito, garantisce la sospensione di un bacio «a pochi centimetri / dalla terra degli uomini» o di un’acrobazia che lancia gli amanti verso Orione, Saturno, Marte, oltre le galassie «per poi ricadere in un solo istante / qui / fra le lenzuola». Continua a leggere

Antonio Nazzaro & Luigia Sorrentino

Proponiamo un’anteprima di alcune poesie di Luigia Sorrentino tradotte in spagnolo da Antonio Nazzaro e pubblicate dalla rivista di poesie ispano-americana Ærea, (link: http://www.aepoesia.com/p/inicio.htmlu) diretta da Daniel Calabrese e Eleonora Finkelstein.

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