“Zanzotto. Il canto nella terra”

Andrea Zanzotto

Nel 2021 ricorre il centenario della nascita di Andrea Zanzotto, unanimemente considerato uno dei grandi maestri della poesia italiana del secondo Novecento.

Uno dei più attivi critici e studiosi della sua generazione, Andrea Cortellessa, sintetizza in questo volume i termini della sua già lunga fedeltà al poeta. La critica ha per lo più indagato, sinora, il tessuto linguistico e stilistico di quello che è stato definito «il Signore dei Significanti», facendo così perdere di vista che si tratta anche di una poesia densissima di ‘significati’, personali e collettivi, di traumatica urgenza, sebbene psichicamente schermati e ‘cancellati’ (come i temi dell’ambiente e del paesaggio, nella loro stratificazione storico-culturale).

La monografia di Cortellessa risponde all’esigenza di una lettura che si rivolga anche a un pubblico più vasto di quello specialistico, come quello degli studenti universitari.

Pubblichiamo il primo testo integrale di Andrea Cortellessa da “Zanzotto, Il canto nella terra” (Editori Laterza, 2021).

L’oltranza (Possibili prefazi)

di Andrea Cortellessa

Nulla vi è di più umano che oltrepassare ciò che è
Bloch

  1. Versato nel Duemila

Negli interventi e nelle conversazioni dei suoi ultimi anni Zanzotto ricordava spesso, con un sorriso, una poesia breve di Montale (nel cui «stile tardo», nell’estrema diversità delle rispettive pronunce, si riconosceva abbastanza)[1]: sono i versi che concludono il Diario del ’71 (e che, c’è da scommettere, ripetevano una battuta frequente nelle conversazioni con Eusebio):

 

La mia valedizione su voi scenda

Chiliasti, amici! Amo la terra, amo

 

Chi me l’ha data

 

Chi se la riprende.[2]

 

Senz’altro lo incuriosivano quei due lessemi rari, quasi misterici, che occhieggiano nella dizione en pantoufles del maestro, nei suoi Versi casalinghi insomma (come battezzerà i propri, Zanzotto, nell’ultima raccolta Conglomerati ➣ 288). Se valedizione ricalco un termine raro anche in inglese, che in quella lingua vale «saluto estremo» (c’è una poesia celebre, con la quale John Donne s’accomiata dalla moglie, che s’intitola appunto A Valediction; Giovanni Giudici semplificava in «Addio»[3], ma di sicuro Montale lo prende da lì), quella dei chiliasti è una setta religiosa davvero esistita, fondata a fine Ottocento da un certo Charles Taze Russel, che predicava il prossimo avvento sulla Terra del Regno Millenario di Cristo (dal greco khìlioi, «mille», prendeva il nome la setta). Colui che per antonomasia «rimane a terra» quasi in extremis ribadiva il proprio appartenere solo a questa terra, appunto, senza tentazioni millenaristiche: proprio lui che, nella poesia ‘alta’ della sua prima vita, Bufera e altro, tante memorabili immagini apocalittiche aveva sciorinato[4]. Con ogni probabilità memore del whimper, anziché del bang, col quale un suo maestro aveva profetizzato che il mondo si sarebbe spento[5], a questa sua polemica Montale dedica non pochi episodi della sua (troppo) generosa vena tarda. Se «Il tempo non conclude / perché non è neppure incominciato», come aveva scritto in Satura contro Teilhard de Chardin[6], non si dà Apocalisse – che almeno avrebbe il pregio di portare con sé la Rivelazione – bensì Apocatastasi, una fine che non smette mai di finire: «l’escatologia […] è un fatto di tutti i giorni. / Si tratta delle briciole che se ne vanno / senza essere sostituite»[7].

Zanzotto riprende questa posizione proprio quando nei suoi interventi ‘civili’ più pressante si fa l’allarme riguardo allo scempio ambientale; come un controveleno ironico, ma quanto mai amaro, ai toni apocalittici dei chiliasti del suo tempo – a partire da se stesso. Più in generale ironizza sulla sostanza propriamente apocalittica del millenarismo: cioè sulla Rivelazione che il futuro dovrebbe riservarci. In una conferenza del 1989 – annata abbastanza millenaristica, in effetti – sbotta a un certo punto: «Che cosa mai ci succederà, avvicinandoci al duemila? Precisamente niente! È un tempo del tutto convenzionale, il duemila»[8] (ma «convenzionale», nel suo idioletto, si connota d’un significato particolare ➣ 59).

Eppure, come nel caso di Montale, questa sua impazienza era rivolta anzitutto al se stesso d’antan. Intervistato qualche anno prima da Alberto Sinigaglia in un volume dal titolo Vent’anni al Duemila, ironizzava sull’«atmosfera chiliastica» di allora[9]:

 

Bisogna soffermarsi un po’ su questo numero: 2000. Io scrivevo quasi con tremore, già nel 1952-53 (ai tempi della mia opera Vocativo), «Ah, ripeto io, versato nel 2000». Mi sentivo come catapultato verso il 2000 o vicino a uno strapiombo chiamato 2000. Ora che il tempo, la scadenza è così vicina, mi sembra che tutto sommato non esista un gran baratro tra quegli anni ’50 e gli anni ’80, nonostante la quantità enorme di tensioni e di eventi che sono apparsi in questo trentennio, e così sono portato a pensare anche ai prossimi vent’anni come a tempi non dissimili dagli attuali, soprattutto per quanto riguarda l’andirivieni di certe dinamiche tipiche dei fantasmi della poesia.[10]

 

In realtà nelle pagine seguenti, non solo circa la poesia del Duemila o comunque degli anni a venire, Zanzotto si mostrava buon profeta; ma qui a interessarci è lo sguardo ‘retrotopico’, per dirla con Zygmunt Bauman[11], rivolto alle proprie passate profezie. Niente di più chiliastico dell’immagine di Vocativo ricordata con un sorriso da questo Zanzotto, cioè Fuisse: dove prende la parola da morto e sepolto, cioè letteralmente da sottoterra, «chiuso […] nel regno della rovere e del faggio» (M 188, P 154 ➣ 172-174). La prospettiva straniantemente ‘postuma’ (simile a quella della voce narrante di un film di quegli anni, Sunset Boulevard di Billy Wilder, 1950) ci proietta in una dimensione infinitamente passata (del verbo «essere», in latino, il titolo riprende appunto l’infinito passato), che trascende i tempi umani giungendo a rapportarsi con quelli geologici (come insisterà a dire nella citata intervista futurologica: «ci soffermiamo troppo poco sulla megastoria, ragioniamo per così dire tolemaicamente, in termini di microstoria antropocentrica»)[12]: in Fuisse «ogni smorto desìo della vita» si sedimenta negli «strati della terra», sprofonda in «abissi di carbone» e prefigura il momento in cui si «confonderà in marmo».

Ma è appunto la prefigurazione a colpire in questi versi, riletti a posteriori: il sognare una «futura età» di chi è «versato nel duemila». Il soggetto è versato anche perché si esprime in ‘versi’ – il componimento è stato finora letto soprattutto per il suo aspetto metaletterario, che anticipa il manierismo di IX Ecloghe e oltre – ma soprattutto per la sua postura: per il suo essere versato, o ‘gettato’, nella dispersione del tempo. Fuisse ‘traduce’ così, in termini paradossali, le ritornanti crisi depressive del suo autore (violenta, in specie, quella sofferta nel ’50 ➣ 86) alludendo più in generale a quella «gettatezza», la «deiezione» come «modo esistenziale dell’essere-nel-mondo», a suo tempo codificata dal fosco maestro di una generazione, il Martin Heidegger di Essere e tempo (ma di recente rilanciata dalla sua Lettera sull’«umanismo»)[13]: che al fondamentale convegno di San Pellegrino del ’54 l’esistenzialista Zanzotto aveva opposto agli ottimismi ai realismi alle magnifiche sorti e progressive degli engagés del suo tempo (➣ 87-88).

Nel primo testo di poetica che abbia conservato, e che a quegli anni risale, Situazione della letteratura (additando in Kafka il suo testimone più esemplare)[14], non a caso Zanzotto impiega metafore geologiche («oggi noi siamo sulla stessa ‘frana’ della generazione che ci precedette» e, con un pensiero all’amato Rimbaud, «la rugosa realtà preme d’intorno, e può imporre il silenzio massiccio, minerale della devastazione»: M 1088 e 1094)[15]: le stesse che splendono nel primo grande saggio da lui dedicato alla poesia altrui, quello su Montale del ’53, L’inno nel fango («la terminologia geologica s’impone come la più adatta per parlare dello spirito divenuto oggetto, dell’uomo fatto in definiva solo di terra»: SL I 16) che, come e più degli altri del suo autore, si deve leggere anzitutto come autoritratto in cifra[16] (➣ 42-48; sulla lignée ‘geologica’ della poesia europea, da lui ipostatizzata in Montale ➣ 214-215).

In Situazione della letteratura giunge a dire, Zanzotto, che l’unico «senso umano sufficiente a giustificare […] una ricerca letteraria» è «vicino al consummatum est» (M 1091): cioè appunto a una condizione trapassata, estinta come quella della voce sepolta di Fuisse. Proprio la condizione psicologica della «depressione» menziona Heidegger come esempio di «gettatezza», in cui «l’Esserci diviene cieco nei confronti di se stesso»[17] («pieghe tra pieghe della terra / cieca ad ogni tentazione d’alba») e tende «a imprigionarsi in se stesso»[18] («Chiuso io giaccio […] / Lontana ogni opera ogni umano / o sovrumano moto […]. / Nel silenzio ricado»; per l’imagery claustrofobo-claustrofila che ossessiona un po’ tutto il corpus ➣ 130-135, 210-211). E certo Zanzotto qui pensa anzitutto all’ambigua prospettiva dell’«Essere-per-la-morte»: «imminenza che incombe» in cui secondo Essere e tempo «si rivelano l’esistenza, l’effettività e la deiezione dell’Esserci»[19], ma che nella sua anticipazione-prefigurazione e nella sua «angoscia»[20] rappresenta altresì, per Heidegger, l’unica «possibilità dell’esistenza autentica»[21] e, addirittura, l’unica «libertà»[22].

Ma la pagina che segue (nella serie degli scritti di ‘poetica’ che nel «Meridiano» recano l’etichetta di «Prospezioni e consuntivi» ➣ 166-167), del 1959, date tali premesse reca un titolo sorprendente: Una poesia ostinata a sperare. È il primo di una lunga serie di gesti, che si riveleranno tipici di Zanzotto, per cui è al fondo del ‘negativo’ che si trovano i resti più coriacei di vitalità: il carburante col quale «muoversi in avanti, superare la durissima impasse attuale» (M 1097) e muovere «dalla poesia alfa […] alla poesia omega, ma sempre su una stessa linea di sviluppo e anche di reversibilità». Lì dov’è il pericolo omega si trova pure la salvezza alfa: così gli ha insegnato il più decisivo dei maestri (del quale fa infatti risuonare le parole), Hölderlin[23].

Alfa e Omega, del resto, se li porta nel nome: A e Z. E se tante sono le immagini di fine (e dopo la fine) che incontreremo nel corpus, almeno altrettante sono quelle che ci offre, Zanzotto, di momenti iniziali, esordiali, inaugurali[24]. In un intervento dell’82 (giocando a rovesciare una nota nozione freudiana)[25] definisce «piacere del principio» quel «piacere intrinseco alla vita nel suo autoporsi, che sta al di qua del principio del piacere» e che della poesia come deflagrante «donazione» è il primo dei moventi (Una poesia, una visione onirica?, M 1293 ➣ 21).

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«Al cuor non si comanda»

Mario Benedetti, foto di proprietà dell’autore

di Roberto Galaverni

Se è vero che al cuor non si comanda, quella di Mario Benedetti è una poesia che non ho mai davvero amato. Lo dico con tutto il rispetto dovuto alla sua storia di poeta, e anche con un po’ di rammarico. Sono stati altri, tuttavia, i poeti della sua generazione, o comunque di anni vicini ai suoi, a cui ho guardato con più interesse. Non so nemmeno dire con sicurezza il perché. Forse è semplicemente una scintilla che non è scattata, forse invece non mi ha mai convinto del tutto quel suo capofitto nelle vicende personali, quel suo disinteresse per tutto ciò che non lo riguardasse in prima persona che aveva come rovescio una specie di priorità, di diritto di precedenza riservato alle sue stesse premure. Se il punto di forza della sua poesia è stata l’intensità, nei momenti migliori davvero disarmata, della sua spinta evocativa (per un lungo tratto, che poi è il suo migliore, i versi di Benedetti nascono da un continuo e ossessivo ubi sunt?), a me questa sua esclusività è sembrata sempre anche una scorciatoia, o comunque qualcosa che rischiava di esserlo.

Detto questo, è altrettanto vero che ritengo Umana gloria un libro notevole, in particolare per alcune poesie capaci di arrivare e lasciare il segno. Sono quelle, del resto, che più spesso vengono ricordate, tra cui ovviamente Che cos’è la solitudine. Ma a queste aggiungerei almeno Borgo con locanda, che è splendida, e Fine settimana. Per me Benedetti sta tutto o quasi in questo suo libro, il che poi significa nei suoi primi venticinque anni di poesia, e dunque nei vari libretti di cui Umana gloria costituisce la sintesi e insieme il coronamento. È una tipica poesia di fine secolo, la sua, una poesia, diciamo, del dopo Settantasette. Il riflusso ideologico, il ripiegamento nella dimensione privata, il ricorso alla poesia come possibilità di resistenza insieme derelitta e ultimativa, l’importanza delle amicizie poetiche, e via dicendo. Continua a leggere

Il cane del nulla

Mario Benedetti, poeta italiano. Foto di proprietà dell’autore

di Andrea Cortellessa

«Scusatemi tutti.»

 

Due foto, alla fine della storia. La prima l’hanno vista tutti; è quella del Mario Benedetti “sbagliato” messa in pagina da «Repubblica». L’altra l’ha scattata Viviana Nicodemo e l’ha pubblicata qui Milo De Angelis. Due immagini che, come si dice, dicono più di mille parole. La prima dice della trasandatezza criminale del nostro tempo (dove a fare più rabbia è la coazione burocratica di dover “coprire” – nel minor tempo possibile, con la minore cura possibile – un “fatto” di cui non frega nulla; perché nulla, in verità, frega di nulla; e allora meglio, tanto meglio, sarebbe stato il silenzio – cioè il nulla, appunto). La seconda, semplicemente, continuerà a guardarci a lungo. (Ma tutte e due si riguardano; l’una non si capisce senza l’altra: e per questo, insieme, ci riguardano.)

E poi il video. Esequie in remoto: come tutto, ormai (ma come tutto, al di là delle apparenze, già era diventato da un pezzo). È stato detto che ricordano quelle di Mozart nella fossa comune. Già; ma quella che ci ricordiamo è la scena di Amadeus, dove lo squallore aveva un suo accattivante package hollywoodiano; era uno squallore glamour. Qui invece lo squallore ha la brutalità, la letteralità della plastica e del cemento, del vento freddo nel microfono; delle parole al vento di un prete impaurito, che va di fretta. Lo squallore osceno di chi, a futura memoria, comunque registra; e di chi, come me in questo momento, comunque propala. Continua a leggere