L’uso materico del linguaggio nella poesia di Mario Benedetti

Mario Benedetti, Credits ph. Dino Ignani

Scarto non minimo
di Edoardo Zuccato

 

Commemorare la scomparsa di un poeta è più facile per chi lo ha conosciuto bene di persona, mentre per valutarne l’opera non è detto che ciò sia necessariamente un vantaggio. Ho incontrato solo occasionalmente Mario e l’ho frequentato in prevalenza nei suoi i versi. Non ho quindi ricordi personali da offrire ma solo qualche riflessione critica sulla parabola complessiva della sua opera. Rispetto a Stefano Dal Bianco, l’altro animatore del progetto di rinnovamento poetico elaborato da Scarto minimo negli anni Ottanta, Benedetti ha conservato nella sua poesia più Novecento. Il verso “che si allunga sempre più”, come mi disse lui stesso una volta negli anni Novanta, è collocabile all’interno di una tradizione di spostamento della poesia verso la prosa, nel suo caso provocando un cortocircuito fra forma antilirica e sguardo lirico. Il rasoterra di Benedetti era funzionale al suo sentimento della vita, quella mestizia cinerea che più di ogni cosa rimane addosso a chiunque legga un suo libro. L’orizzontalità del linguaggio è scossa da salti logici, occasionali slogature sintattiche e frammentazione del discorso, tratti stilistici divenuti dominanti nelle ultime due raccolte, che recuperano anche una dose di citazionismo. Frantumazione, balbettii e uso materico del linguaggio, con accumuli nominali e scarsità di verbi, spostano la poesia verso la stasi della pittura, con un solo movimento sotteso, quello verso la mineralizzazione. Continua a leggere

Mario Benedetti, il poeta dell’inverno

Mario Benedetti, 5 gennaio 2020 credits ph Viviana Nicodemo

MILO DE ANGELIS RICORDA MARIO BENEDETTI
Milano, 28 marzo 2020

Mario Benedetti, uno dei pochissimi poeti del nostro tempo. Non scorderò mai la prima volta che l’ho visto negli anni ottanta. Era appena uscito un suo libro, Moriremo guardati, che mi toccò profondamente a partire dal titolo, con quel suo verso pieno di strappi e slogature e quel suo “parlato” che all’improvviso svettava in alto. Andai dunque a trovarlo a Padova, dove Mario Benedetti dirigeva una piccola e originale rivista, Scarto minimo, insieme a Stefano Dal Bianco e a Fernando Marchiori.

Mario Benedetti (2012)

Mi colpì subito quello che Mario diceva della poesia, le sue simpatie per Celan e Mandel’štam, il suo disprezzo per tutto ciò che gli pareva gioco, evasione, esperimento. Ma ancora di più mi colpì quello che Mario non diceva, i suoi lunghi silenzi, la tensione spasmodica del suo ascolto affilato e attentissimo, la capacità di far convergere in questo silenzio le parole degli altri. Era una giornata rigida di gennaio e non poteva che essere così. Mario è un poeta dell’inverno e l’inverno è la sua stagione naturale, la stagione del raccoglimento, del riparo tra le mura di casa, delle coperte di lana. E anche la sua parola sembra provenire da un luogo freddo e lontano, ai confini della Slovenia, quel Friuli “oltre il Tagliamento”, come lui diceva, fermo nel suo eterno dopoguerra di mille lire, Settimana Enigmistica e wafer Saiwa, umili cascine e umili sale da pranzo, un mondo di “interni” disadorni, descritti nella loro povertà, nello spazio inerme dove un tavolo o un bicchiere acquistano una luce sacra, come gli oggetti dell’ultimo Van Gogh, per citare un artista carissimo a Mario.
E il destino ha voluto che anche il nostro ultimo incontro fosse invernale. Continua a leggere