‘I capolavori del Premio Strega’

Mancano due giorni alla proclamazione del vincitore del Premio Strega 2011, che avverrà giovedì 7 luglio al Ninfeo di Villa Giulia. Intanto domani pomeriggio alle 18, presso la Biblioteca Angelica di Roma, la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e ‘Il Sole 24 Ore’ presentano, agli Amici della Domenica, al corpo votante del Premio e ad alcuni autori premiati, la nuova iniziativa editoriale dal titolo ‘I capolavori del Premio Strega’.

 

 

 

 

  

Una collana che riproporra’ ogni venerdì con ‘Il Sole 24 Ore’ le opere più significative che hanno fatto la storia della letteratura italiana contemporanea.

 All’incontro interverranno il direttore della Fondazione Bellonci Tullio De Mauro, il presidente del Centro per il Libro e la Lettura Gian Arturo Ferrari, il presidente dell’azienda Strega Alberti Alberto Foschini, l’autrice Melania Mazzucco, Premio Strega 2003, il curatore della collana Stefano Petrocchi, il caporedattore del Sole 24 Ore Armando Massarenti e il direttore generale del Sole 24 Ore Gianni Vallardi.

L’iniziativa propone 50 volumi che rappresentano la grande letteratura del secondo dopoguerra italiano a oggi, accompagnata da prefazioni illustri di autori a loro volta spesso premiati. Il primo volume della collana, edita da Il Sole 24 Ore con il patrocinio della Fondazione Bellonci, sarà ‘Il Gattopardo’ di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Premio Strega 1959, con la prefazione di Gioacchino Lanza Tomasi, in edicola da venerdì 8 luglio. (Nella foto, da sinistra a destra: Gioacchino Lanza Tomasi , Lucio Piccolo e suo cugino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa).

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Commenti

  1. Il Gattopardo – incluso fra i 15 Superlibri su cui l’Italia si è formata e si è lacerata, si è unita e si è divisa – è un testo dalla prosa accattivante, impregnato di morbida malinconia e di amara ironia. Il Gattopardo desacralizzando il Risorgimento come una costruzione retorica (“una rumorosa, romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca”) e condannando – in maniera allusiva – alla “non speranza” le utopie palingenetiche legate alla Resistenza (“Per il momento […] delle camicie rosse non si parla più, ma se ne riparlerà. Quando saranno scomparse queste ne verranno altre di diverso colore: e poi di nuovo rosse. E come andrà a finire?”), ci fa percepire che la realtà storica è assai complessa e non sempre coincide con il progresso e il miglioramento della società. Veicola verità che alle soglie degli anni Sessanta molti intellettuali e lettori comuni non sono disposti ad accettare. Tomàsi di Lampedusa non crede alla favola del Risorgimento incarnata nell’avidità, nella rozzezza e nella vanità dei tanti Calogero Sedàra sparsi nello Stivale, moralmente e politicamente poveri, non in grado di mettere l’Italia al passo con l’Europa moderna. Raccontando l’aristocratica famiglia del principe di Salina, che vive un po’ appartata in attesa di essere spazzata dalla violenza della storia, Tomàsi di Lampedusa evoca il passato come presa di distanza polemica dal presente. In questo senso la passione di don Fabrizio per la lettura, la matematica e l’astronomia, oltre a nascere dal bisogno del nostro personaggio di estraniarsi dalla retorica e dai rivolgimenti del suo tempo, può essere intesa anche come antidoto ai valori dell’astuzia, dell’intraprendenza e del pragmatismo delle nuove classi dirigenti che, a partire dai tardi anni Cinquanta del Novecento, guidano le trasformazioni sociali che avrebbero cambiato i rapporti di produzione, la mentalità, i costumi e i gusti estetici degli italiani, lacerando l’anima e il volto del nostro Paese.

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