Alessandro Verdi al Macro di Roma

Alessandro Verdi, Senza titolo, 2011-2012, 80×107, acquarello e tecnica mista su carta

Nota di Alberto Pellegatta

Alessandro Verdi (Bergamo 1960) presenta al MACRO di Roma un nuovo ciclo di lavori che prendono le mosse dalla mostra curata da Achille Bonito Oliva alla Biennale di Venezia del 2009.  Le opere esposte, tutte di grandi dimensioni, offrono allo spettatore un’esperienza di ruvido attrito; una ricerca originale iniziata negli anni ’80 quando, appena ventenne, fu notato da Giovanni Testori, e ancora in piena evoluzione, sempre capace di sorprendere per intensità della visione e pregnanza del segno. Dal 1987, quando tenne la sua prima personale alla Compagnia del Disegno, introdotto proprio da Testori, il lavoro di Verdi ha attraversato diverse fasi, maturando appartato senza mai ripetersi. Di lui si sono occupati i maggiori critici, da Philippe Daverio a Lorand Hegyi, da Marco Goldin a Stefano Crespi, da Marco Vallora a Ettore Ceriani ecc. Ha esposto anche in Svizzera, Germania, Belgio e Stati Uniti.

La ricerca su forme e materiali è verificabile in tutti i lavori in mostra, dai moduli lignei dipinti a grafite alle grandi carte a inchiostro che raggiungono i venti metri, fino agli impressionanti mosaici, che tolgono il fiato per la loro bellezza e complessità, composti come sono da migliaia di tessere cartacee che, partecipando compatte alla scena complessiva, rappresentano microcosmi autonomi. I suoi personaggi danzano o si rannicchiano come minuscole miniature indemoniate. Le visioni, infuriate nelle crespe o intenerite nei chiarori, traggono la loro forza dalla solidità del lavoro artistico, che non accetta il compromesso commerciale e difende la libertà fondante dell’arte. Verdi non è un pittore che improvvisa – ha grandi quaderni (vere e proprie opere indipendenti) pieni di studi, annotazioni tecniche o brani poetici – ma supera comunque l’intenzione, lasciando che materia e nervi suggeriscano forme inaspettate. I suoi lavori, così violentemente lirici, melodici e traumatici, sanguigni o raffreddati, restituiscono i gesti dell’artista quando tira il colore fino alla metamorfosi, o quando lo accumula in miracolose geminazioni. Dal nero, doloroso e coprente, emergono immagini in movimento, e i quadri cambiano negli anni, perché i pigmenti, opportunamente trattati con paziente stratificazione, grazie spesso a tecniche antiche, non riposano e mutano. Del rosa ci svela qualcosa il pittore stesso: «è un colore che mi appartiene da sempre. È il colore della tenerezza che si contrappone ai colori della brutalità. Il mio lavoro si muove sempre tra questi due poli: la delicatezza e la violenza… lo sento come un modo compiuto di lavorare sul corpo». Nulla è un caso, quindi, e il corpo stesso, riassunto in fibre cromatiche, coincide con l’accumulo della materia pittorica e con la porosità del supporto.
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ALESSANDRO VERDI
SULLA PELLE DELLA PITTURA
MACRO DI ROMA
Inaugurazione 12 aprile 2017
ore 18.30
Testaccio – Piazza Orazio Giustiniani, 4
APERTURA AL PUBBLICO
dal 13 aprile al 17 maggio 2017
Ingresso gratuito

 

 

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