Maurizio Brusa, una vita scalza

Maurizio Brusa

di Maurizio Cucchi

Io lo ricordo ancora da ragazzo, con quella sua aria timida e acuta, tremante e viva, che a dispetto di tutto e di una sofferenza intima e profonda che lo ha sempre accompagnato, ha continuato a essere la più nitida e rara evidenza del suo essere, del suo carattere. Uomo sensibilissimo e poeta raffinato, nei temi e nella scrittura, Maurizio Brusa ha sempre coltivato la letteratura non come un’ancora di salvezza, ma come una prova di verità, e di una verità, quella della sua esistenza, dove il dolore, purtroppo, ha sempre prevalso. Ma tra le sue virtù c’era anche, nella piena consapevolezza della più oscura sofferenza, la nobiltà d’animo del silenzio e del distacco solitario, della discrezione nemica dell’enfasi e di ogni banale forma di retorica autoesibizione. La sua, come dice il titolo del libro che abbiamo da poco pubblicato, è stata una vita scalza, dunque asciutta, ruvida e senza orpelli o infingimenti. E così è stata la sua opera, la sua poesia, che è tutto ciò che ci rimane, e non è certo poco, ed è qualcosa da raccogliere nella sua completezza, e su cui ritornare. Con il rimpianto, si capisce, per la troppo prematura scomparsa dell’uomo, tanto amabile e intenso nella sua tenera, affabile e trasparente innocenza.

Da La vita scalza, di Maurizio Brusa, (La Collana Stampa, 2017)

Su questo angolo di strada
non si dimentica
chi porta esilio.
Per lo spicchio d’osso che ti piega
(le unghie troppo curate)
la passeggiata che finiva
al mercatino di bigiotti e ambra.

***

Avevo sul braccio la vestaglia di panno
mentre ascoltavo
quel tuo andare e venire
e mi era cara
sulla porta del bagno
quella voce
che mi aveva perdonato
svegliandomi.

***

La tua parola dorme
tra file di seta e chiocciole di mare ma
l’acqua di stagno
dove hai lanciato la perla
resta immobile.

***

Lo strabismo cinereo della sera
si muove distratto
verso una fine chiara e profonda. Giù
nei fondali riversi
dove non conosci il mattino di voci selvatiche.

***

Questo freddo così feroce
lo ricordo adesso
(quando ero sbranato dal tuo ventre)
mentre hai detto vado
senza chiudere la porta ma
non ti accanire così
non privarti mai
di quello che ti tiene meno lontana.

***

Mentre dormo
anche il sonno decide un punto.
Non quello
non sa
che io posso ascoltarlo.
Che preferisco da fermo
guardarmi mentre vado.

 

Maurizio Brusa (1951-2017). Era nato a Imola, dove risiedeva. La sua prima raccolta di poesie, Con la sua negligenza, risale al 1979 (Quaderni della Fenice, Guanda). Segue La pigrizia dell’occhio («Almanacco dello Specchio», Mondadori, 1986). Lavora inoltre come traduttore, curando una scelta di scritti d’arte e lettere di Gauguin (Scritti di un selvaggio, Guanda, 1983) e altre pubblicazioni. Nel 2002 esce la plaquette I disagi dell’ombra(La Mandragora). Nel 2006 una silloge di poesie inedite compare sull’«Almanacco dello Specchio». Nel 2008 pubblica la raccolta Grammatica del Silenzio (Manni Editore), finalista al “Premio Internazionale Alfonso Gatto”. Escono alcune poesie nell’Antologia D’un sangue più vivo. Poeti roma­gnoli del novecento (Il Vicolo, 2013). Nel 1986 ha partecipato, come poeta, alla XLI Biennale di Venezia nella sezione Arte allo specchio. Negli anni ’80 ha fondato e diretto la libreria “La Fenice” a Imola. Ha collaborato con numerose riviste.

 

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