Isabella Vincentini, “Il codice dell’alleanza”

NEL LETTO DEI GIORNI

 

Trascino il cuore spaventato
nel letto di marmo dei giorni,
il corpo vive stagioni impietose d’esilio
proscenio amaro d’erranza,
sogni di pietra.
Ma tra le pietre i sassi
dicono il tuo nome.

 

Sia benedetto l’esilio,
tra muri sordi e pazienza di ombre
le pietre ripetono il tuo nome.
Per cercarti in nuove stagioni
ho camminato fino all’alba, ma dimmi:
–  Esisti?

 

Vuoto il tempo che divide
inferno e paradiso,
noi senza voce
– ma chi romperà l’esilio
schiudendo i giorni del domani,
chi, raccoglierà i fiori caduti
gli sguardi chiusi come grida,
chi, avrà cura degli sguardi segreti?

 

Non scordarli,
mettili tra le cose perdute
che non tornano nei giorni del domani
raccoglili, come fiori caduti
nei letti disfatti e proibiti,
nell’addio silenzioso che
mentre muore avvampa.

 

Come finisce l’amore? Come muore un fiore?
Corolle di parole nel piccolo letto dei giorni
che snaturano la mente,
si inclina il pensiero, mentre si disfano i sogni.
Niente più scuse, cadono i veli
notti come sudario
nel vuoto giaciglio dei giorni.

 

Chi ha benedetto l’esilio?
Abbassa la voce, ma non accostarla al silenzio
chissà se tra i fiori caduti
chiederemo ancora la cecità e la pena,
l’istante e l’attesa
quando come araldi esorcizzavamo
con le parole le cose, in balia di una Parca che …

 

ascolta o non ascolta,
l’amorosa immaginazione?

Da Il codice dell’alleanza, edizioni La Vita Felice, 2018

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Eliot, le parole si muovono soltanto nel tempo

di Bianca Sorrentino

Tempo, eterna ossessione dell’uomo; inafferrabile, rivelatore, impietoso per chi fa i conti con la propria caduca, mortale esistenza. «Tempo» è anche la parola con cui T.S. Eliot sceglie di aprire i suoi Quattro quartetti, dopo aver dimostrato nel suo capolavoro, The Waste Land (1922), quanto la Poesia costituisca un fluire ininterrotto, rispetto al quale le contingenze hanno ben poco potere; con un approccio rivoluzionario, in un momento desolante sia per le vicende di portata epocale sia per alcune circostanze private, l’autore, novello rapsodo, aveva cucito tra loro versi provenienti da culture e secoli lontani, dando vita a un canto nuovo eppure ancestrale, un respiro all’unisono in cui la Filomela di Ovidio avrebbe potuto condividere con l’Ofelia shakespeariana il suo destino di vittima, un prodigio letterario per il quale Tiresia, l’indovino della classicità, avrebbe saputo parlare al Novecento in virtù di quella forza che accomuna il mito alla poesia, la capacità di trascendere i confini spazio-temporali.

Questa universalità, documentata empiricamente ne La terra desolata proprio attraverso l’applicazione del metodo mitico – in base al quale il mŷthos diviene cioè paradigma per il presente –, nei Four Quartets viene indagata attraverso una meditazione altissima e rarefatta. Le passeggiate nella campagna inglese, lontana dalla polvere sotto la quale giace la capitale in guerra, forniscono l’occasione al poeta per riflettere sul senso della memoria, della ciclicità, del concetto di principio che finisce per compenetrarsi con quello di fine. Non è raro che in questo cammino gli elementi del paesaggio siano figura dei moti dell’animo, segnato nel profondo e reso consapevole dallo scorrere del tempo: si tratta di versi frutto di un’età matura, per di più limati nel corso di sette, lunghi anni (1936-1942), durante i quali la strada è riuscita a levigare le asperità di certe visioni. Così, in uno slancio di rinnovata fiducia e riscoperto senso del sacro, gli occhi si posano su un’arcana primavera invernale, un palpito di vita che ancora resiste dentro i ghiacci.

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Nanni Cagnone, “Ingenuitas”

Nanni Cagnone, Credits ph. Dino Ignani

di Elio Grasso

Nanni Cagnone, negli ultimi anni, ha pubblicato alcuni libri di versi seguendo la propria tendenza (alquanto antica, considerando la folta bibliografia che affonda origini nei primissimi anni ’70) a porsi in un’impeccabile “riservatezza”, sia editoriale che umana. Diventato prodigo di sé, la sua poesia ha iniziato a rimettere in corso quanto aveva decantato alle origini sul versante della conoscenza (per così dire) classica. Ciò che era trapassato, di corretto e scorretto del mondo, vede la luce di albe risuonanti e abbondanze naturali nelle nuove poesie – e perfino ritrovamenti affabili. Come se l’autore, avvicendandosi un gran numero di anni alle sue spalle, trovasse ordinamenti nelle epoche un tempo sfuggiti o addirittura detestati (“Dà notizie alla scogliera / il mare aperto, ed ogni cosa / sparsa da libeccio è per noi, / che penetriamo come polvere / ove non è fessura, noi / che abbiamo uso di mondo.”). Continua a leggere

OLIMPIA, Dal grembo alla Torre

di Elio Grasso

I “libri della vita” hanno limiti soltanto davanti. Indietro, l’orizzonte cambia per sempre. E la poesia da lì in poi potrebbe farsi sempre più libera. Non si tratta di tempo, ma di spazio in cui bisogna difendersi e tirare alla svolta. Olimpia ha già le sue leggi, trovate in quelle radici che Luigia Sorrentino ha riunito una volta per tutte. De Angelis, nella prefazione, lo conferma puntandosi sul “tema della salvezza”. Anche se lui stesso intuisce che non si tratta di uno scioglimento completo. La pressione mondiale, quando ha a che fare con la vita, non dà per sempre un polo certo. La materia ha salti imprevisti: invadono la lingua del poeta, rinfacciano il dissidio originale, corrugano la poesia fino a che non si comprende che occorre ancora una volta affrontare il “mostro iniziale” (così Montale definiva il big bang della poesia). Ma all’approdo questo libro affida le diverse stazioni dell’umano femminile, dalla giovinetta che annaspa nel vuoto di “milioni di notti” alla visione finale delle città del mondo circondate da sabbie monti e boschi. La dichiarazione di essere “finalmente comprensibile” è come l’originale singolarità da cui tutto inizia. La parola fa debuttare l’antropologia di quanto definiamo vita, comprendendo occhi e bocca e corpo intero. Da lì alle mura, vicine al cielo, il salto è breve. Tutta la prima sezione si attesta sull’abitare quel che improvvisamente esiste: pareti risuonanti, incarnazioni, grembo meraviglioso cui esser grati. Controllo e abbandono rilanciano la natura stessa della poesia come fluttuazione e canto. Nel mezzo la giovinetta schiude tutto lo stupore che l’accresce, dentro la prima lezione di realtà. Continua a leggere

Elio Grasso, “Varco di respiro”

elio_grasso2Prefazione di Anna Ruchat

Figlio della generazione cresciuta intorno a “Tam Tam”, diretto discendente di Adriano Spatola e Giulia Niccolai, di Franco Beltrametti, di Corrado Costa, e di Emilio Villa, Elio Grasso ha fatto proprio, di quella scuola di poesia, soprattutto il principio del “fare”, sospeso senza mediazioni tra il gioco e la regola. Nel corso degli anni la produzione poetica di Elio Grasso, parca ma continuativa, si è sempre più assestata su una voce avulsa da quelle mai archiviate origini, una voce sensibile alle tradizioni, ma sempre capace, pur nella sua generosa e costante attenzione per la poesia contemporanea e non (si pensi alla sua collezione di poesia “sagittario”, o all’accanita attività di recensore, soprattutto, negli ultimi anni, per la rivista “PULP”), di emergere in autonomia, con la potenza di un dettato di percezione assoluta. Continua a leggere